C’è un’arma retorica dietro al successo di Meloni: la spiegava Aristotele

(di Francesco Galeazzi – ilfattoquotidiano.it) – Dopo quasi undici anni di governo di sinistra, la Destra alla fine ha ottenuto il consenso di quasi il 30% degli italiani. Se ci facessimo una domanda sul perché di questa vittoria, sicuramente la prima risposta sarebbe quella del fatto che la sinistra, quella degli operai, oramai non esiste più. Oltre a tutti i motivi politici e sociali che hanno permesso alla Meloni di diventare il primo Presidente donna nella storia della Repubblica italiana, un altro motivo risiede nella retorica della paura.

Se la legge di Pareto, quella che dice che i nostri comportamenti che reputiamo razionali, tanto razionali in realtà non lo sono in quanto mossi da motivazioni intrinseche, allora la retorica della paura, a mio avviso, ci casca a pennello.

La paura è un’emozione primordiale con la quale veniamo a contatto fin da bambini. È un emozione legata alla nostra infanzia perché quando siamo bambini necessitiamo dell’aiuto dei nostri genitori per sopravvivere. Questa fase, che viene chiamata “narcisismo infantile”, rende gli altri nostri schiavi. Col tempo, però, questa fase viene superata e da bambino monarchico ci trasformiamo in un bambino democratico, che è anche il momento in cui ci rendiamo conto che non possiamo rendere gli altri schiavi in quanto sono delle persone distinte da noi, hanno il diritto di vivere una vita propria e di avere dei propri desideri.

Oltre a questo l’emozione della paura ha bisogno della consapevolezza soggettiva sugli oggetti ma anche dei propri pensieri sulle situazioni o sugli oggetti. Questa consapevolezza è mediata, col passare del tempo, dall’apprendimento. Impariamo cioè, grazie alla conoscenza, ad avere consapevolezza di ciò che ci circonda creando una dicotomia tra bene e male.

Aristotele diceva che per avere successo in politica, per convincere gli altri a fare ciò che vuoi, devi capire come funzionano le loro emozioni in modo tale da adattare il tuo discorso alla loro psicologia. Per convincere gli altri ad avere fiducia in ciò che dici, è necessario applicare, implicitamente, la minaccia di un pericolo imminente. Il filosofo, oltretutto, sosteneva che un bravo oratore politico sarà in grado di suscitare paura solo se:

a) sapranno descrivere l’evento incombente come decisivo per la sopravvivenza o il benessere degli uditori;

b) faranno credere che l’evento è imminente;

c) faranno credere che l’evento è fuori controllo.

Ed è qui che casca l’asino; cos’è se non attraverso la retorica della paura che Salvini, Meloni e company hanno trovato consenso elettorale.

La paura dell’immigrazione incontrollata, la paura della sicurezza (oltretutto i dati forniti dalla Polizia, ci dicono che l’Italia è il terzo Paese più sicuro in Europa), la paura dei divanisti del reddito di cittadinanza che prosciugano le casse dello Stato (qui si dovrebbe parlare dell’invidia ma è un altro discorso), cosa sono se non strumenti di controllo sociale utilizzate dal centro-destra per ottenere consenso e polarizzare l’attenzione?

La paura fa correre le persone tra le braccia del leader del momento, in cerca di conforto e di rassicurazione. Ci fa tornare dei bambini monarchici in quanto legata indissolubilmente alla fase narcisistica.

Esiste l’antidoto alla paura? Sì, e si chiama consapevolezza. Come si crea la consapevolezza? Attraverso il dialogo socratico, attraverso un pubblico informato e, soprattutto, attraverso lo spirito del dissenso.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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2 replies

  1. POST?
    Pubblicato 07/01/2023
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    DI MARIO PIAZZA

    Forse servirebbe un drone.

    Invece di approfondire ogni sfaccettatura di ciò che il governo fascioleghista sta buttando sul tavolo nella sua corsa verso un’Italia illiberale post-fascista dovremmo sollevarci dal suolo per avere una visione d’insieme della tragica cantonata presa dall’elettorato.
    Vedremmo in un colpo solo un presidente della repubblica preso in ostaggio dal governo sotto la minaccia di far saltare per aria sia l’Europa che l’economia che la pace sociale, vedremmo una presidentessa del consiglio post-fascista che non fa mistero di avere come riferimento culturale quel Giorgio Almirante che nella repubblica di Salò svolse con efficienza il suo incarico di ministro per la difesa della razza, vedremmo un presidente del senato post-fascista che mostra con orgoglio i busti di Mussolini e altri cimeli del ventennio che custodisce gelosamente in casa sua e vedremmo uno stuolo di ministri anche loro post-fascisti impegnatissimi nel rottamare ogni conquista sociale degli ultimi cinquant’anni per stendere tappeti rossi a chi le regole della democrazia e della convivenza civile non le ha mai rispettate.

    Vedremmo davvero un bello spettacolo, se soltanto avessimo voglia di guardarlo con un minimo di obiettività.

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