Elettori e Camere esclusi dalle riforme

Autonomia e presidenzialismo avviati con leggi ordinarie: ecco tutti i rischi e le distorsioni

(Michele Ainis – repubblica.it) – Talvolta il metodo conta più del merito. Perché comunque lo precede – dunque lo plasma, ne orienta i contenuti. Specie nelle questioni di diritto, dove la forma è sostanza (“garanzia di libertà”, diceva Calamandrei). E specie quando il merito tocca la qualità della vita democratica, il senso stesso del nostro stare insieme. È questo l’oggetto della doppia riforma che s’annunzia: una Costituzione tutta nuova, nei suoi tratti essenziali. Sennonché le procedure fin qui indicate per raggiungere il traguardo sono ben poco democratiche – un paradosso, dato che ci vengono proposte per rafforzare la democrazia italiana. Difatti entrambe rivelano un’assenza, un’omissione. Nel caso dell’autonomia differenziata restano esclusi gli eletti (il Parlamento), nel caso del presidenzialismo gli elettori (il popolo).

La riforma regionale, innanzitutto. Affidata a una legge ordinaria, senza scomodare il procedimento di revisione costituzionale. Ma con effetti di sistema, più potenti di quelli generati dall’Assemblea costituente. Perché ciascuna delle 15 Regioni a statuto ordinario potrà ottenere tutte le 23 materie in gioco, gonfiandosi d’attribuzioni e di poteri ben più delle 5 Regioni a statuto speciale, anche se nel loro caso fu attivata la procedura di revisione costituzionale. Di conseguenza s’inverte il rapporto fra il centro e le periferie, battezzando un vero e proprio Stato federale, e senza nemmeno dichiararlo, senza dirlo ad alta voce.

Basta e avanza per interpellare quantomeno il Parlamento, se non anche i cittadini, mediante un referendum. Invece nel testo predisposto dal ministro Calderoli le Camere sono mute, imbavagliate. C’è un ping pong fra governo e Giunte regionali (proposta, eventuali correzioni, accordo definitivo), dopo di che le assemblee parlamentari vengono costrette a un prendere o lasciare, senza toccare neanche un rigo dell’intesa. Da qui la formidabile invenzione: un Parlamento che non parla, non scrive, non propone né dispone.

E c’è poi il presidenzialismo, mitica creatura. Per darle corpo, non basta ritoccare i 9 smilzi articoletti che la Carta dedica al Capo dello Stato. Bisogna inoltre rovesciare come un guanto le norme sul governo, dato che il presidente eletto ne diventa l’asse, il centro propulsore. Aggiustare la Consulta e il Csm, organi di garanzia che non potranno certo rimanere sotto l’ascendente d’un organo politico. Ma soprattutto dovrà trovarsi altrove lo spazio per le funzioni d’equilibrio e di controllo che oggi esercita il capo dello Stato. Con il presidenzialismo resta Meloni, sparisce Mattarella. E quest’ultimo, come verrà rimpiazzato? Con chi, da quali altri poteri?

Insomma, un nuovo inizio. Come nel 1946, più o meno; anche se stavolta la prima Parte della Costituzione resta intatta. Però allora non basta la procedura dettata dall’articolo 138 (doppia votazione delle Camere a maggioranza qualificata, con l’eventualità d’un referendum). Non basta perché quella procedura funziona per le riforme, non per le rivoluzioni. Tanto più se a cavalcarla è un Parlamento in crisi di legittimazione popolare. C’è ancora qualcuno che se ne rammenta? Alle ultime elezioni gli astenuti hanno toccato un record: 36 per cento. Ben più di quanto raccolse il partito di Meloni, oltre il quadruplo dei voti incassati da Salvini e Berlusconi. Significa che la nuova maggioranza non è maggioranza nel Paese, e significa altresì che il Parlamento rappresenta soltanto due italiani su tre.

Dice: ma noi faremo una Bicamerale. A parte il fatto che questa soluzione porta iella (ne sono già saltate tre), che cos’è una Bicamerale? Una cupola, una sorta di Soviet supremo delle Camere, composto da deputati e senatori. Gli stessi che soffrono un deficit di legittimazione, perché eletti con i listini bloccati, perché 17 milioni di italiani non li hanno mai votati. No, bisogno riportare al centro della scena i cittadini, non chi li rappresenta a stento. Nel 1946 venne eletta (con il proporzionale) un’Assemblea costituente, nel cui seno la Commissione dei 75 fu incaricata di redigere il progetto di Costituzione. Potremmo emulare quella lontana esperienza, eleggendo una Commissione di non parlamentari; e invitando la cittadinanza a formulare proposte, suggerimenti, osservazioni. Dopo di che il Parlamento potrà dire la sua, con qualche emendamento; ma in ultimo dovranno parlare di nuovo i cittadini, attraverso il referendum confermativo. Sarebbe una pagina di democrazia, ma è meglio non sperarci.

2 replies

  1. Cosa non hanno capito gli elettori …eppure le premesse c’erano tutte…come tioo cambio le istituzioni,aggirando la Costituzione,in modo legale.
    Con legge ordinaria(sotto forma di riforma) si cambia la costituzione!
    E’ mai possibile tutto ciò? La Corte Costituzionale dirà qualcosa?

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    • “Aggirare la Costituzione in modo legale” sarebbe una contraddizione in termini, se non avessimo un PDR dormiente.
      Sogni d’oro, Matty. 😴

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