Una banana marcia

(Massimo Gramellini – corriere.it) – Anche se il politicamente corretto non ci consente di dire quasi più niente, una storia di cronaca ci ricorda le ragioni per cui non si può dire proprio tutto. Il protagonista è un rugbista della nazionale italiana nato in Guinea, Cherif Traorè.

Durante una festa di Natale con scambio di regali anonimi a sfondo goliardico, ha trovato nel suo pacco una banana marcia. Traorè dice di essere rimasto ferito dalle risate dei compagni di squadra, tanto da non averci dormito la notte.

Lo capisco. Se il titolare di una nuca spelacchiata, per esempio il sottoscritto, avesse partecipato a quella festa ricevendo in dono una parrucca, avrebbe sbagliato a offendersi, dato che la mancanza di capelli non è mai stata una causa di discriminazione, se non forse in una gara tra barbieri.
Invece il colore della pelle sì.

E se è grottesco riscrivere il passato come fa la «cancel culture», è altrettanto assurdo sottovalutarlo.

Per secoli gli antenati di Traorè sono stati considerati degli esseri inferiori, e ogni allusione che rievochi quel pregiudizio non può essere derubricata a battuta di spirito, dal momento che va a graffiare una ferita ancora aperta.

In fondo è lo stesso motivo per cui la pacca sul sedere rifilata da una donna a un uomo fa meno scandalo di quella data da un uomo a una donna. Perché dietro quest’ultima ci sono millenni di sopraffazioni. E, anche quando saranno finite, passerà ancora molto tempo prima che se ne sia cicatrizzato il ricordo.

2 replies

  1. In questa storia la “goliardia” cui fai riferimento in apertura, è un aggettivo del tutto gratuito. L’intenzione era proprio quella che tu hai aggirata.

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  2. E dunque è crollato pure il mito del rugby simbolo di sport generoso e nobile… P.S. Chiedo scusa per la precisazione grammaticale: goliardia è un sostantivo, non un aggettivo.

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