Non solo Ischia rischia

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Nel 1939 Mussolini con lungimiranza degna del nostro attuale establishment, scelse la magnifica vallata circondata dalle Alpi Apuane, per insediare la Zia, zona industriale Apuana, con industrie chimiche, produzioni di pesticidi, ferro-leghe, metalmeccaniche, cemento-amianto, una cockeria, oltre alla lavorazione del marmo.

Così non c’è da stupirsi se nel 1986, nella Farmoplant, impresa di pesticidi che aveva rilevato le attività dello stabilimento Montedison di fertilizzanti azotati, gran parte dei quali saranno vietati poi negli anni 90 per la loro tossicità sull’ambiente e le persone, si verificano tre esplosioni con una fuga di sostanze nocive. I lavoratori e i residenti lamentano, sia pure in forma minore gli effetti di Bophal, bruciori agli occhi, nausea, vomito, diarrea, allergie e varie manifestazioni alle vie aeree, al sistema neurologico e circolatorio, per via di una nube mefitica che copre un’area di circa 2 mila Km2, arrivando a far sentire i sui effetti su tutta la provincia di Massa e di La Spezia.

Già da anni gli abitati della bellissima piana patiscono gli effetti del rischio industriale, presentano sintomi accertati derivanti. Ma ciononostante amministratori locali, sindaci, assessori, denunciano la fila di postulanti che pretendono varianti di piano e concessioni speciale per autorizzare la costruzione di villini uni e bifamiliari, casette coloniche in prossimità della fabbrica, per non ricorrere a mezzi di trasporto pubblici o privati, pur rinunciando alla tutela della salute propria e dei loro cari.

Prima Craxi poi Berlusconi interpretarono in favore delle loro smanie costruttiviste immaginate per appagare l’avidità di cordate immobiliari ed edilizie, le stesse che hanno tradotto in realtà l’incubo di bolle e fondi spazzatura, il sogno italiano della casa di proprietà, la tana che da garanzia di sicurezza e protezione è diventata via via strumento di ricatto e intimidazione.
Poi ci ha pensato Renzi con i suoi programmi finalizzati a esaltare il ruolo della “proprietà” inattaccabile, figura forte nel rapporto negoziale con le amministrazioni pubbliche, che ha ridotto l’urbanistica a una mera contrattazione e che è stato sostenuto dal progressivo smantellamento della rete dei controlli e della sorveglianza quella esercitata dai professoroni disfattisti odiati e esautorati dai nuovisti rottamatori.

Qualcosa di simile è accaduto in tutta Italia, ognuno sentiva di aver diritto alla sua casa, salvo gli ultimi cui è negata anche l’occupazione, unico abuso represso e criminalizzato in modo da rassicurare i penultimi.

È doveroso ammettere che si tratta di una responsabilità condivisa, suffragata dall’ideologia dell’abusivismo di necessità che ha percorso tutti i regimi dei condoni da Craxi in giù fino a Di Maio, legittimando licenze e illegittime concessioni arbitrarie e a volte autolesioniste, come è accaduto a Ischia dove certamente ci sono colpe “politiche”, il cinismo delle multinazionali del turismo e di quelle del cemento, ma esiste anche una cultura diffusa che ha convinto la popolazione che è autorizzata a partecipare del dissesto, dell’arrembaggio al bene comune e alla sua dissipazione, per approfittarne come fanno i padroni. Invece di ribellarsi, invece di non votarli, invece di non ricorrere a loro e alle loro interessate blandizie, si partecipa del clima che si è instaurato di un finto permissivismo e di indulgenze erogate dall’altro in forma discrezionale per allargare clientele, favorire il voto di scambio perfino quando il voto è diventato una vuota cerimonia da officiare una tantum per offrire una simulazione di democrazia.
È un vecchio tema della nostra autobiografia nazionale la convinzione che giovarsi della cattive abitudini e dei vizi che fanno da solidi puntelli al potere sia una forma di autodifesa necessaria della quale sarebbe insano non servirsi. L’abitudine a essere oggetto di estorsione ci fa cercare qualcuno sotto di noi su cui esercitarla, concorriamo con la richiesta di raccomandazioni, cercandoci un santo in paradiso proprio come i grati famigli della presidente al sistema del conflitto d’interesse, del familismo, del clientelismo, subiamo le privatizzazioni che ci hanno convertito da utenti a clienti penalizzati perché rendono poco.
Così si pensa di conquistarsi benefici lottando con i miserabili strumenti e le armi di un ceto mediocre e spregiudicato, non intendendo che ci è permesso solo quello che fa comodo all’establishment dominante per mantenersi sui suoi scranni da tagliagole e ridurci in totale e compiacente servitù.