La decadenza di Guardia

(Raffaele Pengue) – Perché parlare di Guardia è un casino. Perché dovendo parlare di Guardia, o menti o dici il vero: e in entrambi i casi ne esci male, e a volte dici cose sgradevoli. Puoi dire (mentendo), che Guardia dispone di un grandioso patrimonio culturale e straordinarie bellezze paesaggistiche e architettoniche (il pendant perfetto con il degrado da incuria): ma un sindaco o un assessore o la presidente circolo dell’uncinetto forse può permettersi di non tenere vergogna, se invece ci vivi un minimo di decenza la devi conservare. E quindi dire la verità. “Guardia Sanframondi: un presidio di bellezza…” Ma quale bellezza! Se si continua ad anteporre l’interesse immediato e individuale all’interesse lungimirante e comunitario. Questa visione inerte e innata della bellezza di Guardia è la sua condanna all’usura e al degrado, perché allo stato non è suscettibile di protezione, di promozione e di rigenerazione. Che la bellezza stia lì, non generata, non promossa, ci esonera dalla responsabilità di prendercene cura, salvaguardarla e ripristinarla.

Anche se nessuno ne parla e qualcuno addirittura ancora si ostina ad appellarlo “borgo”, questo paese è fragile e nessuno risponde della sua salute e integrità. Un paese un tempo nobile e oggi vulnerabile, incapace di alzarsi in volo. Avrà pure il primato della valle telesina di bellezze artistiche e paesaggistiche, ma di sicuro Guardia è il paese più fragile, come il nostro carattere. Non siamo toscani o umbri, e nemmeno materani; c’è qualcosa di tenue, di labile, di rinunciatario nella nostra indole. Ci facciamo del male da soli e non c’è bisogno di agenti esterni; il paese è malato di suo ed è corrotto anche in senso fisico. A Guardia i pochi tesori artistici e la storia subiscono sconfitte a opera della natura, dei vandali, dei ladri, dell’incuria, della bruttura, della sua classe politica: gente degradata che ormai non ha più nulla in comune con la civiltà, la storia e la bellezza da cui in apparenza derivano e che in superficie abitano. Sempre alla ricerca di chi li assolva dalle loro responsabilità e dalle loro inefficienze e si assuma la croce della colpa: la regione, la provincia, il cittadino, lo speculatore, o colui che ha investito il paese sulle strisce e poi non l’ha soccorso, dandosi alla fuga…È stato lui, è stato lui… Gente che ha interrotto i ponti con Guardia, i suoi luoghi più caratteristici, la storia, la bellezza e ciò che l’aveva originata. Gente che oggi ci rovina la vita pubblica, inclusa la percezione attiva della bellezza di Guardia. Gente che indugia nell’inadeguatezza perché non presta attenzione alla realtà e non bada alle conseguenze, prende tutto sottogamba e soprattutto perde di vista la ragione e gli obiettivi prefissi in partenza. Non possiamo professarci cultori della bellezza, ambientalisti o tutelare il nostro già scarso patrimonio artistico e architettonico se poi si spezzano quei ponti e si fa del passato solo una passeggiata ecologica fra le rovine e una interminabile cartolina da postare sui social o rappresentare ai pochi visitatori e ai volenterosi alunni delle scuole locali.

Ma è possibile che questo infantilismo tutto guardiese non finisca mai? Guardia invecchia ma non diventa mai adulta. Diventa marcia senza diventare matura. Figli spuri e degeneri di una grande comunità che era portatrice di bellezza e laboriosità. Bisogna amare quel passato per poterne difendere le vestigia, bisogna riconoscere l’energia che lo animava per poterla riattivare e non vivere le sue tracce su una foto d’epoca o come morte rovine…

La bellezza di Guardia non è la crosta né la cresta, ma ne è il cuore, l’anima e la mente. Nella bellezza è l’impronta del paese, o se volete il brand, e il core business. Oggi siamo inondati dalla retorica della grande bellezza di Guardia, ne parlano tutti, dal sindaco all’ultimo fesso. “La bellezza lancerà Guardia nel mondo” è diventata una banalità automatica, che ripetono tutti. Ma nessuno risponde alla domanda conseguente: sì, la bellezza forse salverà Guardia, ma chi salverà a sua volta la bellezza? Il guaio di oggi è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è il più delle volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nel suo cuore antico, mentre la bruttezza è il resto del paese, è un modo di fare, di intendere e di volere.

Ci sono giornate, a Guardia, in cui serpenti di auto, spettacoli di degrado, brutture disseminate, lasciano l’impressione che l’antico villaggio dei Sanframondo sia sull’orlo della sua scomparsa dopo un’indecorosa agonia. Poi però noti che c’è ancora un’aura indicibile che sovrasta il paesaggio e cancella gli sgorbi, qualcosa che risplende nonostante tutto, nonostante i sindaci, qualcosa che è al riparo dall’usura e dalla decadenza, e che rende la visione vivida e smagliante: è la luce di Guardia, clamorosa, trionfale, che trattiene in sé qualcosa d’indicibile della sua storia e della sua tradizione, in tutte le sue stratificazioni. Qualcosa di glorioso, di antico e puro al tempo stesso, che riesce a restare integro sopra le rovine e il caos. Ma cionondimeno da qualche anno la bellezza di Guardia si è incartata, non sposata con la realtà, e perciò tradita. Oggi il problema di Guardia è trasformare la bellezza da un lascito languido e cadente in un impegno e un’impresa. Non un reperto o una reliquia ma un bene attivo. Mettere in salvo la bellezza per salvare Guardia, mettere in gioco la bellezza per farne una fonte di ricchezza. Certo, non può bastare uno stanziamento regionale, né un sindaco o un assessore, e voi lo sapete bene. È necessario, ma non è sufficiente, una radicale mutazione culturale in questa comunità, un cambiamento diffuso di mentalità, di assetti, di priorità e di paradigmi. Per fronteggiare la decadenza di Guardia occorre lungimiranza, non rassegnarsi e inventare singole strategie di sopravvivenza, antica risorsa e alibi dei guardiesi. Il dramma non è la decadenza in sé, ma la convinzione che sia impensabile uscirne. È quella la spirale da spezzare: la bellezza di Guardia è reale e non solo ideale, il suo rilancio è possibile e non solo pensabile. Rendiamo viva, mobile e parlante la bellezza. Questo sì, sarebbe il miracolo guardiese.

12 replies

  1. Articolo melanconico, triste nella sua lucide disamina, è la verità, ma più che cercare il degrado dei luoghi, lo stesso degrado andrebbe pensato per gli uomini e le donne di Guardia, che nonostante siano coscienti, sono anche disarmati a fronte di questa piccola catastrofe snocciolata nel quotidiano divenire. E addolcire di pretese un situazione affatto degenere non la renderà né migliore né potrà porre di fronte e in prospettiva una via per rialzarsi dalle ceneri, i giochi sono già stati fatti e dovranno passare altre generazioni prima di ristabilire un equilibrio con la bellezza ambientale e architettonica che ci circonda, in quanto, il gusto estetico, prevalentemente narcisista, porta inesorabilmente a svuotare ogni bene della sua anima genuina per permettere all’essere a sé stante, di ingrandirsi, di ingigantirsi, per poi premere al meglio qualsiasi acceleratore che fomenterà ulteriormente il degrado.
    La bellezza dell’anima è interiore, come le antiche vestigia sono dentro la nostra storia, architrave di un inconscio sventrato dal progressismo industriale, quanto industrioso nel smantellamento della semplicità e del valore dell’essenza per aggiungervi tutti gli involucri attraverso i quali ci mostriamo agli altri per farne ipocriti convenevoli in funzione del grande mercato a cielo aperto, dove l’anima antica, è messa in vendita dentro scrigni scolpiti.
    Riaprire i luoghi alla loro anima significa spogliarsi dei SUV, delle passerelle di moda, dei vestiti inguardabile quanto inavvicinabili come prezzi, dei ristoranti a otto punte e dalla selvaggia distruzione con eco mostri. Lei, signor Penge, sarebbe disposto a seguire quest’anima secondo i princìpi che soli possano permettere di apprezzarla pienamente? Sarebbe disposto a passare da folle fra le genti perché si è messo a leggere ad alta voce una novella del Boccaccio nella piazza grande di Guardia? Magari con 4 o 5 marmocchi, due disoccupati ubriachi e sei anziani claudicanti e balbuzienti ad ascoltarla, forse speranzosi di poter fare parte della magia della trama? E cosa è l’ideale se non un ponte fantastico che congiunge la mente con il cuore e vi conduce dove la fantasia può prendere forma e danzare con noi?
    Lei, sarebbe disposto a vivere come un folle dentro al suo ideale?

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  2. Immaginiamo la Madonna del parto, di Piero della Francesca, che esce dal riquadro murale, scende nella sala, seguita dai due angeli e esce dal suo mausoleo; s’incammina piano, nello spazio e nella luce indefinita, cerca una casa, una capanna, ma trova uno stalletto, con il verro da solo e due scrofe a dare latte. Si ferma presso di loro, li osserva sorride e prende congedo; va ancora avanti cerca qualcosa di indefinito e dopo aver attraversato luoghi ameni di cemento, strade e coltivi, trova una croce e un tabernacolo antico con la sua immagine. Si ferma, chiede agli angeli, fa domande scomposte, vorrebbe capire; ma gli angeli non vogliono risponderle e piangono crucciati sotto la sua veste azzurra.

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  3. Carissimo Raf, arrivati a questo punto, anche a causa del tuo impegno a farmi leggere tantissimi articoli su Infosannio, mi toccherà venire a visitare questa onnipresente Guardia Sanframondi. Grazie per avermela fatta conoscere e grazie per il tutto il resto

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    • Puoi vedere Guardia nei servizi televisivi che ogni 7 anni riprendono il rito dei Flagellanti.
      L’anno scorso ha ospitato il finale di tappa del Giro d’Italia partita da Foggia.
      Abito nella stessa provincia ma, sinceramente, come paese non mi ha mai entusiasmato.
      Per vicende storiche e attuali i vicini Cerreto Sannita e Telese Terme intrigano di più. Ma pure Castelvenere e San Salvatore Telesino.
      Poi ognuno tira lecitamente l’acqua al proprio mulino.

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  4. Il chi ha peccato scagli la prima pietra potrebbe essere benissimo traslato in un : chi ha calpestato la ca@@a la tiri senza peccare, oppure chi ha coltivato da sempre i pomodori ha diritto di tirarli a chi glieli ruba,
    Chi non ha mai sc@@@@o si gettò nella mischia!
    Vada avanti lei che a me viene da ridere!
    Meno male che ti scappa da ridere e non da piangere perché chissà se fossi strabico/a, dove penseresti possano essere gli occhi.

    Il mondo va verso l’ombra totale, sarà bene sarà un male.
    Chi si sveglia per dormire potrà solo avere dolore.
    Resta affisso alla croce, padreterno! Invece di scendere fra i tuoi commensali della domenica; eresie , eresie, i parti mentali al femminile sono da secoli imbottigliati nei colli arcigni di un popolo in preghiera,. Cantate pure fino all’Eterno, le vostre preghiere, che di ladri son piene le chiese!

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      • La Trama viene fuori in tutto il suo lugubre splendore di grigi orchi attaccati alle mammelle. E i dottorini ad ammirargli il numero delle mutante tolte.
        Una prece per il povero paese, Firenze! La città più bella del Mondo.

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      • Cara Firenze, di mondi lontani e vicini, spalanchi una fauce dove non vi è un quieto dormire. Stormi di corvi ovunque ai tuoi lati e nei tuoi giacigli, Firenze che vende i suoi Gigli.
        Firenze, la bella Madonia, chiese e palazzi di storie antiche in un universo esploso quanto espanso.
        Implosione interiore che frammenta le ossa, che tremano lievi sotto il tumultare delle strade.
        Echi sommersi di notti lontane, Firenze, per me, sarai solo spettrale!

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    • Città cupa. Città viva nelle lunghe notti, per uomini insonni e infingardi.
      Ad ogni angolo un’ offerta, e un’ offerente con tacchi a spillo, reggiseno in vista e niente dentro all’orizzonte. Firenze dai lucidi viali e le follie di nottambuli a caccia di prede che nel suo zoo, si fanno assai vedere! Ammirate questa carne fra virgolette, è tutta nostra ed è tutto in mostra,

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      • Firenze è la cupa dai velluti amaranto e blu. Candele e maghi sbiaditi fra carte volanti e ingiallite.
        Dove si siede il maestro di siede l’allieva . In un turbinio di pianeti colorati a petrolio.
        Le strade traboccanti di passi e ombre, spariscono alle spalle, città danzante fra mille desideri e volontà spinte.
        Un Arno lento che ha smesso di suonare fra clacson e gelati e panini da sfruttare.
        Un Arno lento e gonfio che ha smesso di cantare, sotto ai ponti e ai lampioni l’eterno amore così fallimentare.
        Sputi sotto al ponte e pisciate più in là, la città della cupa che nei bellissimi alberghi sta, sta guardando e ammirando la cupa..

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