La democrazia rappresentativa. È una tragedia: “voto” Rousseau

Alcuni lettori del Fatto e anche qualche mio fan, per così dire, personale, mi chiedono come mai nel mezzo di una battaglia elettorale e di elezioni che si pretendono decisive per la democrazia e il suo stesso futuro io mi occupi invece di Afghanistan […]

(DI MASSIMO FINI – ilfattoquotidiano.it) – Alcuni lettori del Fatto e anche qualche mio fan, per così dire, personale, mi chiedono come mai nel mezzo di una battaglia elettorale e di elezioni che si pretendono decisive per la democrazia e il suo stesso futuro io mi occupi invece di Afghanistan. Potrei rispondere, per dirla con Battiato, che “mi butta giù” dovermi occupare di personaggi come Carlo Calenda, Matteo Renzi, Matteo Salvini e persino di Silvio Berlusconi, un “delinquente naturale” come l’ha definito la nostra Magistratura condannandolo per una colossale evasione fiscale, una carriera malavitosa cui va aggiunta una ripugnante truffa ai danni di un’orfana minorenne di entrambi i genitori e altre imprese di questo tipo da cui s’è salvato godendo di nove prescrizioni. E che continua a essere ancora oggi, a 85 anni, un perno della politica italiana. Un fenomeno che non avrebbe diritto di cittadinanza in nessun altro Paese europeo. Ma sarebbe ingiusto perché in questa mischia furibonda sono coinvolte anche delle persone perbene e con tutti i titoli per governare il nostro Paese. Il motivo è un altro: non credo alla democrazia rappresentativa (Sudditi. Manifesto contro la Democrazia). Credo solo alla democrazia diretta, quella immaginata del ginevrino Rousseau. La democrazia esisteva quando non sapeva di essere democrazia. Nell’ancien régime l’assemblea del villaggio, formata da tutti i capifamiglia, in genere uomini ma anche donne se il marito era morto, decideva su tutto ciò che riguardava il villaggio. Scrive Albert Soboul, uno dei maggiori storici degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione francese: “L’assemblea votava le spese e procedeva alle nomine; decideva della vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione della chiesa, del presbiterio, delle strade e dei ponti. Riscuoteva ‘au pied de la taille’ (cioè proporzionalmente) i canoni che alimentavano il bilancio comunale; poteva contrarre debiti e iniziare processi; nominava, oltre i sindaci, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani di messi, gli assessori e i riscossori di taglia” (La società francese nella seconda metà del Settecento). Un’altra importante attribuzione l’assemblea l’aveva in materia di tasse reali, era infatti l’assemblea che ne fissava la ripartizione all’interno della comunità e la riscossione. Rigorose e puntigliose erano anche le forme di partecipazione. L’assemblea era convocata, almeno alla vigilia del giorno stabilito, dal sergente di giustizia o dal guardiano delle messi. Andava di porta in porta, di uscio in uscio. L’assemblea era anche annunciata alla predica della messa parrocchiale. In tutti i casi il tamburo e la campana chiamavano gli abitanti all’assemblea, che un sergente bandiva ancora, ad alta voce, all’uscita della messa o dei vespri. Sotto la presidenza del giudice locale, del sindaco o di un esperto che esponeva la questione all’ordine del giorno, l’assemblea deliberava, poi votava ad alta voce. L’assiduità era un dovere. Certamente, se siamo in Francia, gli abitanti del villaggio non partecipavano alle decisioni che si prendevano a Versailles, ma le decisioni che si prendevano a Versailles ci mettevano anni prima di arrivare al villaggio e nel frattempo i contadini decidevano per conto loro, per cui si può dire che l’assemblea del villaggio godeva di un’amplissima, e quasi totale, autonomia. Questo sistema, che era in uso non solo in Francia, ma in buona parte dell’ Europa, e che aveva sempre funzionato benissimo, si incrinerà sotto la spinta degli interessi e anche della smania regolatrice della borghesia (smania che ci affligge ancor più oggi dove lo Stato è presente in quasi tutte le nostre attività). Due anni prima della Rivoluzione francese un decreto reale stabilisce che non è più l’assemblea del villaggio a decidere autonomamente, ma elegge da 6 a 9 membri che prendono provvedimenti in suo nome. Era nata la tragedia della democrazia rappresentativa.

4 replies

  1. Io ho sempre “votato” Rousseau e il suo giusnaturalismo estremo: prima o poi i nostri rappresentanti “rompono il patto”. Più e più volte come abbiamo visto.
    Ma Rousseau ci dice anche che “riunire il popolo tutto” (era anche l’ idea di Gianroberto, per mezzo della Rete) si può fare solo in contesti relativamente piccoli come la sua Ginevra. Nel nostro caso (non siamo più nel ‘700) la Rete avrebbe aiutato.
    Ma siamo ancora teste analogiche, e neppure delle millanta possibilità del cellulare ( che neppure la generazione Z conosce: lo usano solo per Tik-tok e qualche App sfiziosa e a scuola si studiano per tre volte i Babilonesi: tutte queste “diavolerie moderne” sono troppo complicate…) per non parlare di come sono state raggiunte e come “funzionano”, abbiamo un’ idea, quindi lassù ci marciano. La Rete? IL male assoluto: solo bullismo, porno e cazzate, pensano i più.
    Come stiamo ben toccando con mano si fa di tutto perchè sempre meno cittadini vadano al voto: proporre loro solo zuppa o pan bagnato, nemmeno sicuri che entrambi non si fonderanno un attimo dopo il voto a dispetto del volere del “popolo sovrano” che sperava altrimenti, è un escamotage assai vincente per scoraggiare anche i più volonterosi.

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  2. ANDARE VERSO LA DEMOCRAZIA DIRETTA-Viviana Vivarelli.

    Massimo Fini evoca la democrazia del villaggio dove tutte le decisioni venivano prese in comune dagli elettori.
    Non credo ci sia bisogno di risalire alla rivoluzione francese o all’economia di villaggio per parlare di democrazia diretta.
    Il sistema è stato realizzato in Svizzera dal 1921 e va avanti felicemente. da cento anni. Limitarlo a realtà piccole non serve, visto che, intanto, può funzionare egregiamente a livello di municipi per gli affari locali e comuni e per le grandi scelte a livello di sondaggi digitali nazionali.
    Se internet può funzionare egregiamente per lo spostamento di capitali non si capisce perché non dovrebbe funzionare benissimo allo stesso modo per raccogliere consensi e, finora, tutti i referendum popolari sono risultati più seri, democratici e finalizzati al bene comune, delle scelte arbitrarie dei politici o dispotiche dei leader assoluti.
    L’Islanda con l’intervento di tutti i suoi cittadini ha riscritto la sua Costituzione. Noi siamo addirittura di fronte al gravissimo rischio che la nostra venga riscritta da personaggi come la Meloni.
    Certo, per realizzare una democrazia il più possibile diretta, bisogna cominciare col limitare compensi, abusi e privilegi dei parlamentari, dei membri del Governo, del capo del Governo e dei molte autorità pubbliche.
    In Svizzera non esiste il politico di professione, come non esiste il capo del Governo o il Presidente della Repubblica e vivono bene lo stesso.
    Con Gianroberto Casaleggio avevamo cominciato a parlare di democrazia diretta anche in Italia e avremmo potuto fare da apripista a tutti i Paesi del mondo. Grillo e Conte hanno deciso diversamente ma il seme della democrazia diretta non è morto e prima o poi tornerà a germogliare, superando gli sbarramenti autoritari che di fatto hanno reso quasi nulla la sovranità popolare. Parlare di democrazia diretta al 100% non ha senso, però ci si può muovere su una strada graduale di sviluppo della democrazia aumentando i modi con cui si dà riconoscimento legislativo alla volontà popolare, aumentando, per esempio, gli istituti di democrazia diretta, si pensi al recall presente in alcuni States americani che dà agli elettori il diritto di mandare a casa gli indegni e i corrotti, a una scelta dei candidati libera e dal basso senza liste fisse fatte dai capipartito, al divieto di cambiare partito durante la legislatura, al limite dei mandati parlamentari, al limite alla decretazione d’urgenza, alla regolazione dei poteri del leader, a sistemi elettorali poporzionali con premio di maggioranza che permettano a chi prende più voti di governare, alla presenza proporzionale in tv di tutti i partiti, all’obbligo della presenza in parlamento, alla ripresa della questione morale, al divieto di più cariche, all’impegno a stare in una coalizione preso ‘prima’ del voto… I modi per allargare la democrazia sono tanti e ci sarebbe un forte bisogno di riprenderli, mentre, oggi, per colpa dei politici attuali, la democrazia italiana è a pezzi, a fronte di un autoritarismo assoluto che né le destre né il Pd sembra abbiano intenzione di frenare.

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  3. Una risposta alla democrazia diretta auspicata da M.fini la da indirettamente Karl Raimund Popper nel libro la societa aperta e i suoi nemici.. «La lezione che noi dovremmo apprendere da Platone è esattamente l’opposto di quello che egli vorrebbe insegnarci…lo sviluppo stesso di Platone dimostra che la terapia che raccomandava è peggiore del male che tentava di combattere. Arrestare il cambiamento politico non costituisce un rimedio e non può portare la felicità. Noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra…».ricordiamo cosa diceva Rousseau La democrazia diretta, rappresenta il parere diretto di tutti i votanti. Essa, però, presenta un problema evidente: la sintesi delle volontà è attuata in modo non democratico. Essa, infatti, è estremamente democratica nel momento in cui si vota, ma defice a livello basilare poiché la sintesi delle volontà (l’insieme delle diverse opzioni proposte ai votanti) è stabilita a priori da un gruppo circoscritto. Insomma si ritorna punto e a capo con la forma piu imperfetta ma migliore che noi abbiamo a disposizione ovvero la democrazia rappresentativa .. In italia basterebbe cambiare L’articolo 67 della Costituzione dove ogni parlamentare fosse vincolato al mandato popolare e al partito cui appartene quando si era candidato, e il programma elettorale,e soprattutto verso gli elettori che, votandolo, lo hanno eletto a una delle due Camere .Oggi Il vincolo che lega eletto agli elettori e semplicemente di natura politica.

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