Il Reddito e i dem: nemici “pentiti”. Il voto contro. I dubbi. Il dietrofront

Franceschini e Letta ora si scoprono paladini del sussidio sociale, ma lo avevano bocciato (con FdI e FI) e svuotato. Ascoltando Dario Franceschini, gli elettori napoletani lo avranno forse confuso per un grillino della prima ora. “Stiamo lavorando per difendere quel reddito di cittadinanza […]

(DI LORENZO GIARELLI – Il Fatto Quotidiano) – Ascoltando Dario Franceschini, gli elettori napoletani lo avranno forse confuso per un grillino della prima ora. “Stiamo lavorando per difendere quel reddito di cittadinanza che la destra vuole attaccare – ha detto il ministro durante un comizio nel “suo” collegio – perché è una misura di sostegno sociale per chi non lavora”. Parole in linea con quelle del leader dem Enrico Letta, che poche ore prima aveva tolto la polvere dalla bandiera del reddito di cittadinanza, ora pronta a sventolare alta dal balcone del Nazareno: “Sono stato tra i pochi a sostenerlo quando non ricoprivo incarichi pubblici e ora, con molta convinzione, dico che bisogna mantenerlo, rafforzandolo e correggendolo”. Insomma: chi vuole avere garanzie sul sussidio è meglio che voti Pd.

Questo almeno impone la narrazione dei dem in queste ultime settimane di campagna elettorale, complice anche il bisogno di non farsi trovare troppi scoperti a sinistra dopo aver sventolato a lungo “l’agenda Draghi”. Non serve andare indietro di molti anni, però, per ricordare come i dem abbiano avuto posizioni quantomeno contraddittorie rispetto al reddito di cittadinanza, oscillando tra la netta contrarietà (tanto che votarono contro alla sua introduzione) e la più o meno convinta accettazione (governo giallorosa) a seconda delle correnti, pur con manifestati desideri di riforma arrivati fino all’esecutivo di Mario Draghi. Al punto che ancora oggi, una parte del partito sarebbe ben felice di svuotare il sussidio. Non certo il profilo di una forza politica che può presentarsi come paladina della misura, visti i toni utilizzati in passato.

In Parlamento Insulti e secco “no” al decreto
Nel 2019, anno dell’approvazione del cosiddetto “decretone”, che includeva Rdc e Quota 100, il Pd è all’opposizione. E alza le barricate contro il provvedimento. In Senato parla Tommaso Nannicini: “Il reddito di cittadinanza e gli interventi sulle pensioni non arrivano da Marte, vanno letti all’interno di una politica economica irresponsabile che purtroppo sta già dispiegando i suoi effetti recessivi”. Edoardo Patriarca stronca la misura (“creerà più povertà”) e dettaglia il suo “no”: “Le persone e le famiglie fragili tanto evocate non meritano illusioni e false speranze. La povertà di reddito ha bisogno di investimenti e coloro che possono produrre investimenti e lavoro sono le imprese”. Meglio dare soldi agli imprenditori, è il succo.

E infatti Alan Ferrari, senatore uscente in corsa per la Camera alle prossime elezioni, spiega in aula che “per offrire lavoro serve crearlo”. Mauro Laus, oggi ricandidato da Letta, è categorico: “Questa non è una misura contro la povertà, questa è una misura contro i poveri, anzi, ne creerà tanti, ma tanti di più rispetto agli attuali. Si tratta di una misura che avvelena il Paese, che avvelenerà i pozzi del merito, i pozzi della cultura, i pozzi del dovere, i pozzi della cittadinanza attiva e i pozzi dell’educazione alla responsabilità, i pozzi della competitività. Voi sequestrate il futuro delle nuove generazioni”.

D’altra parte, in quel momento nel partito c’è ancora Matteo Renzi, forse il più grande nemico pubblico del reddito di cittadinanza. In Senato parla a nome del Pd nel giorno della prima approvazione: “Amici dei 5 Stelle, vi diciamo ‘no’ perché siamo totalmente diversi da voi nella visione del lavoro. Se c’è la povertà, non la si combatte creando un sussidio, trovando 6 mila navigator. Il punto centrale è che voi utilizzate una cultura della paura sul futuro”.

Pure Daniele Manca è distrutto: “Questo provvedimento rende strutturale l’incremento del debito scaricando sulle giovani generazioni, sull’Italia che produce, che lavora, che fatica, gli oneri di questo incremento”. Il Pd vota contro e così succede alla Camera un mese più tardi, nel passaggio che precede il ritorno finale a Palazzo Madama. Romina Mura sceglie il melodramma: “Avete condannato il Paese a una nuova stagione di incertezze e crisi. A partire dal prossimo anno, ogniqualvolta andremo alle Poste a pagare la bolletta dell’energia, ogniqualvolta le mamme e i papà compreranno le scarpe da ginnastica per i loro bambini, si ricorderanno di voi perché pagheranno quell’Iva che voi andrete ad aumentare a causa di questo scellerato provvedimento”.

Oscillazioni L’asse coi 5S, poi altro ripensamento
Per mesi la linea resta questa. Valeria Fedeli stronca il sussidio via tweet: “Il reddito di cittadinanza è la risposta sbagliata a una esigenza vera”. Poi il governo gialloverde cade e il Pd torna in maggioranza. Il nuovo corso dem si avvicina ai temi del Movimento 5 Stelle, anche se le remore sul reddito di cittadinanza restano, soprattutto nella parte del partito un tempo legata a Renzi.

Con il governo Draghi, gli assalti al sussidio trovano terreno fertile nel centrodestra e negli umori del premier. Palazzo Chigi ignora il lavoro della Commissione ad hoc guidata da Chiara Saraceno – la professoressa si era battuta soprattutto per coprire le zone grigie su cui il reddito grillino non interveniva – e in parte riforma i criteri di erogazione, rendendo più facile la perdita del sostegno per chi rifiuta un lavoro.

Il Pd si mantiene nel mezzo, al punto che a governo caduto e a nuove elezioni fissate, Letta si rivolge subito a Carlo Calenda tenendo le porte aperte pure a Renzi, due che – pur con le rispettive sfumature – non hanno mai fatto mistero della loro contrarietà al reddito di cittadinanza.

E infatti quando Letta chiude l’accordo con Azione e +Europa lo fa sulla base di un programma comune che tra i suoi obiettivi recita: “Correggere lo strumento del reddito di cittadinanza e il bonus 110 per cento in linea con gli intendimenti tracciati dal governo Draghi”. Il medesimo Draghi che, nel suo ultimo discorso in Senato, aveva bastonato i 5 Stelle, mostrandosi poco entusiasta sul sussidio: “È una cosa buona, ma se non funziona diventa una cosa cattiva”. Salvo il principio, non la sua applicazione.

Il resto è storia recente. Calenda rompe con Letta pochi giorni dopo aver firmato il patto elettorale, Emma Bonino resta invece nel centrosinistra. Lei che, tre anni fa, proponeva di “abolire categoricamente reddito di cittadinanza e Quota 100”, ritenuti “le cose più dannose per la nostra economia”. È anche con l’ex ministra in coalizione che Letta, adesso, prova a riposizionare il partito: “Sono d’accordo col presidente Draghi – aveva detto qualche mese fa il segretario dem – Il reddito di cittadinanza va reso più funzionante per quanto riguarda la sua fondamentale missione, che è quella di aggredire le sacche di povertà, ma va completamente trasformato per l’altra missione che aveva, quella sul tema del lavoro, perché non ha funzionato”. Non proprio una difesa convinta. Poi, però, è arrivata la campagna elettorale.

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3 replies

  1. Poi però è arrivata la campagna elettorale si sono accorti che i sondaggi stanno premiando i 5S , almeno così sembra e allora non avendo mai avuto dignità e vergogna, cambiano linea su tutto il fronte perché la paura fa novanta! Questa gente se gli italiani non avessero la memoria del pesciolino rosso sarebbero da rincorrere con i forconi!

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  2. IL PARTITO DEL TRICCHEBALLACCHE- Viviana Vivarelli

    Come cantavo da bambina: “Avanti e indré è un bel divertimento. Avanti e indré la vita è tutta qua”
    oppure, più modernamente: “Metti la cera, leva la cera”.
    Questo è il programma di Letta, per la cronaca, l’essere che non c’è.
    E il programma nemmeno.
    A meno che qualche buontempone non prenda sul serio l’Agenda Draghi, che è la cosa meno di sinistra che esista.
    Come diceva Mao “La confusione è massima sotto il cielo, dunque tutto va bene”.
    Così appena ieri il caro Letta si associava in coalizione col M5S. Oggi lo caccia come il suo peggior nemico.
    Idem con Renzi mentre su Calenda si oscilla per non disgustare Cernobbio.
    Ieri il Pd era contro il reddito minimo, oggi Franceschini dichiara che il Pd lo difenderà a petto nudo contro la Lega brutta e cattiva.
    Del resto la faccia del Pd è una a trina. Contro Berlusconi ma poi, di nascosto, a favore di Berlusconi al punto da ignorare la legge che gli vietava di candidarsi essendo concessionario di televisioni e da stentare a votargli le dimissioni.
    A favore dei lavoratori ma poi, proni a votare qualunque legge per i padroni.
    Pro Genova e Ponte Morandi ma anche pro Benetton e abusi autostradali.
    Pacifisti ma con le armi in tasca.
    E il Tav? Lo facciamo, ma col buco da una parte sola.

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  3. Il PD però si può permettere di fare dietrofront più volte e avrà male che vada il suo 18-20% (dico in generale, non ho idea di come finirà), è come se la sua coerenza fosse per una parte di elettori, derogabile come i mandati. Il PD è contro o a favore, ma a discrezione del segretario, fatto salvo chi ha già avuto incarico di essere contro quando era a favore e viceversa, il tutto prorogabile nei periodi di emergenza. Ecco perché il campo largo non è mai esistito, era una bugia che serviva al PD per darsi il tempo di recuperare i voti dispersi verso M5S (almeno secondo le loro intenzioni e false speranze), senza capire che sono incapaci di riprendere quei voti, perché non hanno nulla da offrire se non disgustosa ambivalenza. Poi per carità una parte lo ha fatto perché non era convinta (e perché c’è stato il governo con la Lega, ma punire il PD perché si era sfilato era troppo onesto) e M5S di errori ne ha fatti. Comunque fosse stato per il PD, l’RDC non avrebbe mai visto la luce, paradosso vuole che sia nato in un governo con la Lega, ma tutti ricordano e condannano i decreti sicurezza, che se pur criticabili, hanno appunto permesso la controparte positiva. Poi c’è sempre quel particolare della democrazia che sfugge al PD, cioè se fai un governo con due forze politiche, non puoi impedire ad uno dei due, di portare avanti il suo programma, per quanto opinabile e per fortuna la Lega concluse poco. La verità è che gli ipocriti che vorrebbero che M5S si dichiarasse definitivamente di sinistra sono anche quelli pronti a sbranarlo perché ha osato arrogarsi il diritto di proporsi come tale. Questa è la sinistra in Parlamento, un negozio con dei commessi col cartellino e se tu lavori mentre gli altri stanno in bagno a fumare una sigaretta, sono sempre loro che prendono l’aumento, perché tu il cartellino non ce l’hai.

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