Il vero Modello Genova

(Ferruccio Sansa – editorialedomani.it) – La Lanterna. Perfino lei. Intorno al simbolo di Genova nascerà una distesa di container: un’opera bocciata anni fa dal ministero dei Beni Culturali che oggi viene realizzata con la scorciatoia delle procedure straordinarie.

Così arrivano 30 milioni di finanziamenti pubblici per tombare una calata, portare migliaia di contenitori sotto il faro più famoso del mondo. A beneficio, secondo alcuni, di una persona sola: Aldo Spinelli, imprenditore e finanziatore del centrodestra di Giovanni Toti e Marco Bucci.

Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia. Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità. No, non soltanto.

Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi – 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 – per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.

E ancora di denaro pubblico, circa 10 milioni, preso dal bilancio degli enti pubblici per alimentare la ‘comunicazione istituzionale’, leggi propaganda politica pagata dalle istituzioni. Ma anche denaro privato, in un intreccio di sponsorizzazioni da parte di imprenditori che chiedono agli stessi enti pubblici autorizzazioni e concessioni.

L’ASCESA DI TOTI

Ecco il vero Modello Genova. Nato quasi per caso. È il 2015 quando Silvio Berlusconi sceglie Giovanni Toti come candidato alla presidenza della Regione Liguria. «Guarda cosa mi è toccato fare!», scherza Toti pronto a fare le valigie per tornare a casa. Ma a sorpresa vince con il 34,44 per cento dei voti. Un miracolo? No. La Liguria usciva da decenni di dominio di un centrosinistra che si era fatto sistema di potere.

E siamo al 2017. Sono due anni che Toti governa la regione; un governatore part-time che passa gran parte del tempo a Roma: è più facile vederlo in uno studio Tv che nell’aula del Consiglio. Quell’anno ci sono le elezioni di Genova: il centrosinistra ha voltato le spalle al suo sindaco uscente, Marco Doria, e stenta a trovare un candidato.

Toti propone un nome nuovo, Bucci, appunto. Un manager con trascorsi americani, un “Marchionne al pesto”, lo etichettano gli avversari. Il centrodestra fa l’en plein: Liguria, Savona, Genova, La Spezia e Imperia.

E qui il toscano Toti, che forse non ha una vera strategia né un disegno a lungo termine, tira fuori il fiuto politico che non gli fa difetto: la Liguria non sarà più esilio, ma fortezza per costruire il ritorno a Roma (magari nel prossimo governo di centrodestra).

All’epoca, però, i sondaggi non brillano: Toti è tredicesimo tra i governatori più amati. Bucci pare un sindaco come tanti.

EFFETTO TRAGEDIA

Il 14 agosto 2018 crolla il ponte e Genova diventa il simbolo nazionale della riscossa. In un attimo volano in Liguria il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con tutti i suoi ministri. Ognuno promette ricostruzione, soldi. Ma come succede per tutte le storie, occorre un volto. L’uomo del Ponte. Toti ci prova, ma la scelta cade su Bucci, meno ingombrante, meno politico. E sarà la sua fortuna.

Merito, dicono i sostenitori, delle sue capacità di manager, di uomo del fare, che riesce a far ultimare in tempo i lavori. Forse è vero, in parte. Ma, ricordano altri, merito anche delle procedure ridotte all’osso, libere dai controlli. E di una valanga di soldi che cambia per sempre la politica ligure.

Bucci più costruttore di ponti, che sindaco. Eppure mostra intuito politico: si costruisce un’identità forte. Si dipinge come il manager che prende in mano la situazione. L’uomo che decide con modi burberi (chiedete ai suoi assessori che escono talvolta in lacrime dalle riunioni di fiunta).

Riesce a proporsi soprattutto come il padre burbero dei genovesi, in una città che, dopo Fabrizio De André e don Andrea Gallo, non ha più simboli cui appoggiarsi.

E qui entrano in gioco i soldi, architrave del potere di Toti e Bucci. Una pioggia di miliardi. Bucci viene nominato dall’allora governo gialloverde di Conte commissario straordinario per la ricostruzione. In dotazione, con il cosiddetto ‘decreto Genova’, arriva oltre 1 miliardo da spendere per sfollati, imprese, mobilità, autotrasporto, porto e tutte le attività colpite dal crollo.

Bucci così diventa il “sindaco del fare”, vola ai vertici delle graduatorie di popolarità. Pace se non tutto fila per il verso giusto, come gli extracosti del ponte, come le decine di aziende che spostano fittiziamente la loro sede fiscale nella zona rossa sotto il ponte per ottenere sgravi fino a 200 mila euro.

Cambia l’immagine di Bucci, ma anche il modo in cui i genovesi vedono se stessi e la propria città: Genova ferita, fragile. Vittima, dopo il G8, le alluvioni, il crollo della torre piloti del porto e, appunto, il Morandi. È stravolta, anche, la politica.

Ed è soltanto l’inizio: arrivano i soldi per le grandi opere portuali per garantire un futuro a uno scalo che è ancora il più grande d’Italia, ma è assediato dai colossi asiatici e del Nord Europa. Ed eccolo di nuovo l’intreccio inestricabile tra realizzare opere e costruire il consenso.

LA DIGA DEL SINDACO

La parola chiave diventa ‘fare’, purché sia. Non importa fare bene, realizzare i progetti di cui Genova ha davvero bisogno.

Qui siamo alla diga, madre di tutte le grandi opere liguri. E non è un’esagerazione dire che la vera partita delle ultime elezioni comunali – il 13 giugno Bucci è stato confermato con il 55 per cento dei consensi, ma anche con il 65 per cento di non votanti – non era la poltrona di sindaco, ma la diga.

«Chi è contrario», taglia corto il sindaco, «deve andarsene dalla città». Il progetto deve essere quello sostenuto dal tridente di centrodestra (e dal Governo Draghi): Bucci, Toti e il presidente dell’Autorità Portuale.  Quel Paolo Emilio Signorini, fedelissimo del governatore e in passato delfino di Ercole Incalza, signore delle infrastrutture italiane.

Previsti due canali, una spesa iniziale vicina al miliardo già lievitata di centinaia di milioni. Ma nel silenzio di una città anestetizzata, si  alza la voce di Piero Silva, uno dei massimi esperti mondiali di infrastrutture portuali.

L’ingegnere era tra i consulenti dell’opera, ma dopo aver studiato il progetto, si sfila. E denuncia: «La diga dovrebbe essere realizzata con cassoni poggiati a 50 metri di profondità. Nessuno finora ha costruito un cantiere a quella profondità. Non solo: in quel punto c’è un fondale fangoso spesso venti metri. C’è il rischio che l’opera sprofondi».

Non è l’unico timore di Silva: «I tempi di realizzazione slitteranno a dieci, quindici anni. E i costi a 3 miliardi, forse 4». Silva propone un progetto alternativo: «Un solo canale, ma con le stesse possibilità di manovra per le navi. In compenso, poggiando su un fondale di 30 metri, garantirebbe un costo inferiore al miliardo, tempi di realizzazione dimezzati. E un impatto ambientale di un terzo».

Insomma, c’è un’alternativa che pare vantaggiosa. In città, però, non se ne parla. Così come si tacciono gli intoppi e gli scomodi conflitti di interessi: nessuno – a parte il giornalista Andrea Moizo – nota le capriole di Marco Rettighieri. Prima alla guida del progetto del Terzo Valico, finisce poi responsabile di attuazione del piano straordinario delle opere portuali. Infine si dimette dal ruolo pubblico di controllo e lo ritroviamo ai vertici di Webuild che potrebbe realizzare la diga.

Pubblico e privato, indistinguibili, altra caratteristica del Modello Genova.

Così come nessuno sembra interessato a un episodio che riguarda Pietro Baratono, stimato esperto strutturale: membro della commissione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici che dà il via libera alla diga, ottiene una consulenza da circa 300mila euro dalla stessa Autorità Portuale per la realizzazione del ribaltamento a mare degli stabilimenti Fincantieri (oltre 600 milioni di spesa).

Il rischio è che la diga si trasformi in un nuovo Mose. Ma non c’è niente da fare, si parte.

I SOLDI NON FINISONO MAI

Soldi, soldi e ancora soldi. Come quelli per la nuova viabilità portuale, centinaia di milioni, e l’elettrificazione delle banchine dei moli già tante volte promessa. Bucci annuncia; i giornali sparano titoloni, le tv locali applaudono. E nessuno fiata sui ritardi di anni che il sindaco-commissario ha già accumulato.

Un’ubriacatura infinita: ecco altri 900 milioni per i trasporti pubblici. Bucci decide di spenderli per lo skymetro, colossale metropolitana sopraelevata lunga 9 chilometri che taglia in due un’intera vallata. Inutile dire che con la stessa somma si potrebbero realizzare 30 chilometri di tram di ultima generazione per servire mezza città. Come nelle più  moderne città d’Europa.

Bucci ha già deciso. Da solo. Non c’è tempo per aprire bocca che arriva un altro annuncio. Questa volta tocca ad Autostrade, la società guidata dai Benetton che con il crollo del Ponte e con anni di cantieri ha bloccato la vita di un milione e mezzo di liguri. Toti e Bucci l’hanno sempre trattata con i guanti bianchi.

C’era stata la sciagurata conferenza stampa all’indomani del crollo del ponte in cui, sorridenti accanto a Giovanni Castellucci (allora numero uno di Atlantia, oggi imputato), annunciavano la ricostruzione del ponte. Poi le intercettazioni dell’inchiesta sul Morandi in cui Toti, sempre nel 2018, chiedeva a Castellucci se fosse interessato alla partita della banca Carige. In cambio di cosa? Non si sa.

Ecco il grande annuncio: la contropartita concordata da Bucci per far pagare ad Autostrade i danni subiti dai liguri. Un successo? Mica tanto.

La società realizzerà la contestatissima Gronda autostradale e un tunnel da 700 milioni per auto che passerà sotto il porto.

Inutile far notare che le opere da realizzare dovrebbe deciderle la città (in cui si aspetta da anni il nuovo snodo ferroviario) e non Autostrade. Inutile ricordare che gran parte di quelle opere sono già state pagate con i nostri pedaggi e che comunque a metterci parte dei soldi sarà la società diventata pubblica.

È un caso unico al mondo: chi provoca un disastro decide di risarcirlo con opere che gestirà lui con enormi introiti pagati dagli utenti. Per la prima volta a pagare i danni non sarà il responsabile, ma il danneggiato. I cittadini.

Ma arriva un altro miliardo e mezzo. Bucci tira avanti. Con un paradosso: a finanziare le opere spesso è stato il Governo Conte. Prima con la Lega e poi con il Pd. Il centrosinistra e il M5S da Roma finanziano e il centrodestra in Liguria incassa. Soldi e popolarità.

UN CONTO DA 8 MILIARDI

Il conto, citiamo lo stesso Bucci, arriva a 6 miliardi tra decreto post crollo, risorse del Pnrr e del Governo e ‘risarcimento’ di Autostrade. E non è finita: ci sono altri 2 miliardi in attesa di via libera per il progetto di porto ecosostenibile e per il sistema di cloud nazionale a Genova (la città diventerebbe l’hub del grande cavo che porta informazioni dal mare). Totale: 8 miliardi. Dieci, venti volte più  di quanto riuscivano a ottenere i predecessori di Bucci.

Eccolo il nuovo piano Marshall nelle mani di un solo uomo. Perché il punto è questo: Bucci che è insieme sindaco e commissario (incarico confermato dal governo Draghi, nonostante l’emergenza sia finita). Decide e gestisce da solo. E pace se una legge prevede l’incompatibilità tra le due cariche.

Il punto non è soltanto l’abnorme concentrazione di potere, ma proprio che i poteri commissariali vengano utilizzati dal sindaco per falsare la competizione democratica soprattutto in periodo elettorale.

E siamo al nodo della questione: 8 miliardi per realizzare nuove opere e per costruire un sistema di potere.

È anche questa la pesante eredità del ponte. Non soltanto i 43 morti. Non solo gli enormi disagi che dureranno ancora anni. Il denaro a Genova è diventato strumento per condizionare la formazione del consenso e la vita politica. Denaro pubblico.

LE RISORSE PER TOTI E GLI ALTRI

Non ci sono soltanto i finanziamenti arrivati dopo il ponte. Rivoli di milioni escono da tutte le parti. La breccia è quella voce del bilancio regionale chiamata “attività per favorire la presenza istituzionale” (un meccanismo, va detto, inaugurato dal precedente centrosinistra). In pratica propaganda politica con soldi pubblici: pubblicità su giornali, tv, siti, ma anche convegni, viaggi offerti ai giornalisti. Uffici stampa degni della Casa Bianca.

Toti in un anno ha portato la spesa a 4,6 milioni. Denaro capace di salvare i bilanci degli organi di stampa. Ed è soltanto l’inizio, perché quasi altrettanto viene speso attingendo ad altre voci di bilancio, come la promozione internazionale dell’economia ligure o i fondi europei. Per non dire della pubblicità che tutte le società partecipate da Comune e Regione fanno sugli organi di stampa locale. In tutto ci aggiriamo sui 10 milioni l’anno, quanto basterebbe per comprare 8 apparecchi per la radioterapia oncologica che in Liguria mancano, tanto che i malati di tumore sono stati costretti a trasferte di ore in bus per curarsi.

Qualche esempio: a marzo Toti ha organizzato una trasferta all’Expo di Dubai con giornalisti pagati al seguito. Spesa per tre giorni: 140mila euro (5mila euro solo il biglietto aereo del Governatore in top class). Principale destinatario il gruppo Gedi (Il Secolo XIX, Repubblica e La Stampa che dominano il mercato ligure).

Ancora: la tv privata Primocanale, leader nella Regione, negli ultimi anni ha ricevuto oltre un milione dalla Regione e 300mila euro dall’Autorità Portuale. Di più: la società che gestisce l’emittente Telenord, proprio alla vigilia delle comunali, ha pubblicato un giornale dal titolo Genova Meravigliosa (lo slogan preferito di Bucci).

Accanto alle immancabili interviste a Toti, Bucci e Signorini comparivano oltre 20 inserzioni di Regione, Comune e di tutte le società partecipate. Intanto al Meeting di Comunione e Liberazione vanno circa 100mila euro da Regione e Porto: sul palco di Rimini salgono Toti e Signorini.

Il governatore-giornalista (Toti era direttore del Tg4 berlusconiano) ha messo insieme un colosso informativo che assume più giornalisti di qualsiasi testata locale. Un dato: soltanto le utenze dell’ufficio stampa della Giunta costano 600mila euro l’anno.

È un’emorragia continua. Come lo spot girato con Elisabetta Canalis per reclamizzare la Liguria. Durata 60 secondi, spesa 240mila euro (più 20mila per una cena allo Yacht Club di Portofino). Fanno 5mila euro al secondo. Per non dire dello stipendio di Pietro Paolo Giampellegrini – fedelissimo segretario generale della Regione – che schizza a quasi 300mila euro. Più di Sergio Mattarella.

Ma il consenso si costruisce anche corteggiando il mondo dello sport e le tifoserie. Da dicembre le squadre liguri di serie A (Sampdoria, Spezia e inizialmente Genoa) ricevono 2,3 milioni di finanziamenti europei per stampare la scritta “Lamialiguria” (il logo turistico lanciato da Toti) sulle magliette. Clic, clic, clic, alla presentazione dell’iniziativa decine di foto di Toti, Bucci e del sindaco di Spezia, Pierluigi Peracchini, con le maglie delle società e con gli idoli calcistici locali.

L’INTRECCIO PUBBLICO-PRIVATO

Così è cambiata la politica ligure in quattro anni. Così è stato stravolto il mondo dell’informazione, nel silenzio dell’Ordine dei Giornalisti. Ma sta mutando anche in profondità il modo di sentire dei cittadini, storditi, ingannati. Con un paradosso: i sondaggi dicono che i genovesi spesso si sentono ancora di centrosinistra; al momento del voto, però, premiano il centrodestra (anche nei quartieri popolari dove il Pci arrivava all’80 per cento). È il segreto di Toti e Bucci, che si dipingono come trasversali. Uomini del fare, più che politici.

Ma c’è anche il denaro privato. Ne ha scritto su Domani Giovanni Tizian parlando dell’inchiesta, ancora senza indagati, sulla fondazione politica Change di Toti (che ha raccolto denaro anche per le campagne di Bucci – 102mila euro – e Peracchini – 67mila).

Ma, al di là di eventuali risvolti penali, c’è un intreccio pubblico-privato che va chiarito. Prendiamo la sanità, dove Toti sta smantellando il sistema sanitario nazionale: tra i finanziatori del centrodestra c’è la Clinica Montallegro, principale operatore privato ligure del settore, cui è stata affidata la campagna vaccinale contro il Covid.

Tra gli sponsor ci sono anche società legate a Esselunga, il colosso della grande distribuzione che durante l’era Bucci ha aperto ovunque nuovi centri a colpi di varianti urbanistiche approvate a tempo di record. Ci sono pure imprese del gruppo Waste, specialista nei rifiuti, che gestisce la discarica di Vado Ligure. E ci sono le società di Aldo Spinelli, l’operatore portuale che metterà i container ai piedi della Lanterna e che ha ottenuto dal Porto di Genova la concessione per aree che valgono oro. Lo stesso Spinelli che, come gran parte dei sostenitori di Toti, prima sponsorizzava il centrosinistra.

QUESTIONE DI STILE

È cambiato lo stile, questo sì. Una volta politici, imprenditori e banchieri genovesi si incontravano quasi clandestinamente al piano superiore di un ristorante con le tovaglie a quadretti. Giocavano a scopone, come all’osteria, e tra un asso e un sette di quadri decidevano le sorti della città. Oggi ci si vede allo Yacht Club, magari con soubrette, virologi star e menù stellato. E tutto viene orgogliosamente mostrato sui social.

Ma resta la vera domanda: la politica usa l’economia o ne diventa strumento?

Intanto il centrodestra finanzia le campagne elettorali con fondi venti volte maggiori degli avversari.

Niente di illegale, fino a prova contraria. I dati Istat e la vita dei cittadini raccontano, però, un’altra realtà: in Liguria nel 2020 il tasso di disoccupazione era dell’8,3 per cento, il più alto del Nord. La regione ha segnato record di mortalità per il Covid.

Mentre in pochi anni il personale sanitario pubblico è calato da 21mila a 15mila unità, più che in qualsiasi altra regione. E pochi sanno che tra i quartieri benestanti e quelli meno ricchi di Genova si registrano 4 anni di differenza nella durata media della vita. Che i bambini con handicap attendono fino a 4 anni per ottenere terapie cui hanno diritto.

E l’ambiente? Appena il 6,3 per cento di habitat favorevoli, ultimi nel Nord Italia; Liguria terzultima per percentuale di coste balneabili (57,4 per cento) e aree protette (5 per cento). Per non parlare della sicurezza, tanto cara al centrodestra: la Liguria è la seconda del Nord per furti denunciati (17,7 per mille abitanti) con il record di reati associativi. Cioè mafia.

Ma per coprire le scomode verità ecco spuntare le bandiere di Genova che, in stile bulgaro, Bucci ha messo agli angoli delle strade. Altra spesa da 200mila euro.

Ecco il vero Modello Genova.

5 replies

  1. Ma, al di là di eventuali risvolti penali, c’è un intreccio pubblico-privato che va chiarito. Prendiamo la sanità, dove Toti sta smantellando il sistema sanitario nazionale: tra i finanziatori del centrodestra c’è la Clinica Montallegro, principale operatore privato ligure del settore, cui è stata affidata la campagna vaccinale contro il Covid.—

    E questo SPIEGA MOLTO.

    Ma in generale: se ci fosse stata la RAGGI a Genova, da quanti anni sarebbe già direttamente in GALERA, o mi sbaglio?

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  2. Due cose non capisco, o per meglio dire, non capirei se non fossimo in questo fottuto paese. Innanzitutto, com’è possibile che i mascalzoni che hanno sulle spalle 43 vite innocenti stroncate ed una intera città e provincia squinternata per ben 2 anni , non solo non pagano per le loro colpe, ma si intascano 8 miliardi per cedere una concessione gestita con cinica avidità e scarsa attenzione per la sicurezza. E poi, com’è possibile che il vero protagonista della ricostruzione in tempi record del ponte, il ministro Danilo Toninelli, non sia stato citato e neppure invitato alla commemorazione dove si sono fatti belli tanti palloni gonfiati che senza la sua spinta sarebbero rimasti al carissimo amico, facendo durare i lavori lustri per poter distribuire mazzette a destra e a manca

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  3. “non solo non pagano per le loro colpe, ma si intascano 8 miliardi per cedere una concessione gestita con cinica avidità e scarsa attenzione per la sicurezza.”
    Perché una “manina”, preventivamente rifornita dai Benetton con donazioni al partito, ha infilato, a suo tempo (tipo inceneritore nel DL aiuti) la norma capestro secondo cui, anche a fronte di recessione per colpa grave, li si dovesse risarcire del mancato guadagno.
    Se non è DISGUSTOSO questo…
    Secondo me si poteva ricorrere in qualche modo… può essere legale, costituzionale o cosa, una norma così?
    Chiedo ad eventuali esperti in materia…

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