Ora l’Italia deve salvarsi da sola

(LUCIO CARACCIOLO – lastampa.it) – L’Italia si salverà per virtù propria o non si salverà. Il vincolo esterno è scaduto. Dopo due anni e mezzo di bufera, fra virus, guerra e loro derivati economici, immaginare che la mitica Europa si appresti a soccorrerci appare irrealistica. Nessuno vuole e (quasi) tutti temono la bancarotta dello Stivale. Ma veri o presunti donatori di sangue per le casse e le istituzioni italiane non si vedono all’orizzonte. Quando i venti contrari spirano con tanta forza, prevale l’istinto ad abbassare lo sguardo per concentrarsi sul proprio ombelico, incuranti del vicino in difficoltà. Anche se le sue sofferenze saranno presto altrui. C’era una volta un’Italia troppo grande per fallire.

C’è oggi la stessa Italia, ridotta nel peso economico, demografico e strategico – traiettoria che se non corretta disegna un poco promettente piano inclinato – ma troppo grande e soprattutto meno sistemica per essere salvata.

L’Italia di ieri vedeva il vincolo esterno come grazia di Dio. Poneva nel sistema comunitario e nel vincolo atlantico (ombrello nucleare americano più regime di Bretton Woods centrato sul dollaro) l’assicurazione sulla vita, anzi sul relativo benessere di quello che malgrado tutto resta un paese di cospicua pur se assai ineguale ricchezza privata. Vincolo sublimato in quel vero e proprio cambio di Costituzione che è stato il Trattato di Maastricht, con il quale Guido Carli intendeva “aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria”. Ultima scappatoia: “Gli uomini che si troveranno a ricostruire il rapporto fra Stato e cittadini nella nostra Repubblica sappiano far ricostruire dall’interno dell’ordinamento nazionale quei princìpi che fino ad oggi abbiamo ricavato dall’esterno”.

Parole da Carli pronunciate nel 1993, a inchiostro di Maastricht non ancora asciutto. Quasi trent’anni dopo, si svelano purtroppo non profetiche. Per mille motivi, tra cui una regola di cui i cantori del vincolo esterno – sorta di autocertificazione d’incapacità – non avevano forse coscienza: quando uno Stato cede sovranità, molto difficilmente la recupera. Specie se quella sovranità si scioglie nel mare magnum dell’Eurozona, dove nuotano pesci di troppo varia stazza e natura, con un benevolo predatore al centro della vasca a importare liquidità ed esportare deflazione. Di più: insieme alla sovranità abbiamo disperso credibilità. Quel patrimonio immateriale che si forma e misura nelle generazioni, ma può liquefarsi in un batter di ciglia.

Nella vigente ubriacatura finanziaria globale, poi, la propensione degli investitori alla speculazione immediata e la crescita apparentemente inarrestabile del debito non invitano all’ottimismo. Né deve consolarci il vantaggio illusorio che l’inflazione sembra offrirci per allentare la morsa del debito, visto l’impatto sociale di questa tassa sommamente iniqua.

Attraversiamo, si dice, una crisi politica. Vorremmo fosse così. Perché significherebbe che in Italia la Politica vige ancora. E che, come suole nelle democrazie liberali compiute, partiti politici di diversa cultura in rappresentanza di interessi sociali concreti diano tono alla determinazione delle scelte strategiche della nazione. Vorremmo, ma non ci pare sia.

Né abbiamo più da spendere la carta Draghi. Quale che sia il giudizio sull’operato del suo governo – e non mancano certo ragioni di critica – la reputazione internazionale dell’ex banchiere centrale non è più spendibile. Durante l’anno e mezzo di questo governo, quando nei vertici delle potenze i leader si sedevano attorno al tavolo circolare, ciascuno con il posto segnato dal nome del suo Paese, si scriveva Italia e si leggeva Draghi. Bonus a scadenza che non abbiamo saputo giocarci fino in fondo. Ma che comunque non poteva surrogare un sistema che non funziona, uno Stato inefficiente e bloccato, una carenza diffusa di cultura politica.

Ma la nostra campagna elettorale impazza nelle controversie di sempre. Tutto come prima, parrebbe. Vorrà dire che quanto sopra è incubo di mezza estate, per il quale mi scuso con i lettori.

9 replies

  1. “Non abbiamo più da spendere la carta draghi ”
    Si…..anche perchè quella carta si è rivelata ( come già si sapeva) non solo farlocca ma anche ( e sopratutto ) dannosa.
    Comunque sto rivalutando caracciolo.
    In questi 6 mesi ė passato dal mainstream più bieco al cominciare a mettere i puntini sulle ” i”.
    Non è molto ma meglio che niente.

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  2. La cura Draghi il cui primo atto è stata la schiforma Cartabia, ma anche no, grazie.
    Sopravvalutato e pompato maggiordomo del sistema e della finanza globale.

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    • Serena, fai bene a ricordarlo. E in seguito, non è che si sia distinto in alcunché. Certo, i media Italiani bob hanno smesso un attimo di esaltare le gesta e l’elevato carisma di Draghetto, riconosciuto, anche internazionalmente, per il suo prezioso operato come banchiere centrale. Ma in realtà come politico ha fatto pena ed è andato sempre a rimorchio. Anche il famoso spread con il suo insediamento è rimasto invariato o è peggiorato rispetto al governo Conte, veleggiando intorno al doppio di quello spagnolo, anche se la Spagna è governata da un giovane sbruffoncello ambizioso che sulla carta rispetto a Draghetto è una nullità. Sulla targhetta dell’Italia si leggeva repubblica bananera, altro che Draghi, caro Lucio

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  3. Molto peggio degli anni ‘20/‘30 del ‘900….noi abbiamo svenduto tutti gli asset strategici e non c’è più “terzo mondo” da illudersi di sfruttare.

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