Di Maio fa già scouting

Nella Camera semivuota, un dimaiano giura: “Luigi non ha ancora deciso cosa fare, neanche come e quando chiudere con il Movimento”. La rete sonda gli eletti, prepara i gruppi parlamentari. Ma di certo molto del suo futuro si gioca nelle prossime ore […]

(DI LORENZO GIARELLI – Il Fatto Quotidiano) – Nella Camera semivuota, un dimaiano giura: “Luigi non ha ancora deciso cosa fare, neanche come e quando chiudere con il Movimento”. Ma di certo molto del suo futuro si gioca nelle prossime ore, quando il M5S sarà alle prese con le comunicazioni di Mario Draghi in Parlamento. Di Maio sa che non sarà il M5S a cacciarlo, perché non può farlo a norma di Statuto. E sa anche che il varco per uscire si cela dietro le ragioni dell’atlantismo e della fedeltà al governo, come d’altra parte appare chiaro dalle dichiarazioni degli ultimi giorni. Al punto che qualche contiano butta lì il sospetto che l’intera operazione di logoramento nei confronti dell’avvocato abbia avuto “la spinta di Palazzo Chigi”, spettatore più che interessato della vicenda non foss’altro per il beneficio di “neutralizzare” le agitazioni sulla guerra in casa M5S.

Guerriglia interna. Di sicuro l’ex capo ha iniziato a guardarsi intorno. I suoi fanno i conti, si inviano liste di parlamentari pronti a seguirlo in caso di rottura. Almeno 40 tra Camera e Senato, assicurano, ma “qualcuno lo abbiamo dovuto frenare per non scoprire le carte”, giura un fedelissimo del ministro degli Esteri. È certo però che Di Maio stia riallacciando i rapporti personali con gli eletti, sondando il terreno per eventuali progetti futuri. Venerdì era a Isernia dove ha cenato con Andrea Greco, capogruppo del M5S in Molise con più di un sassolino nelle scarpe: quando Giuseppe Conte ha nominato i referenti regionali, tutti si aspettavano di trovare il suo nome in lista e invece l’ex premier ha scelto l’altro molisano, Antonio Federico. Nelle stesse ore, Di Maio ha visto anche Sara Marcozzi, consigliera abruzzese da sempre a lui vicina (da candidata presidente superò il 20 per cento).

Umori da scrutare, truppe da contare. Se il sogno è quello di un Draghi anche dopo il 2023, la partita si giocherà anche fuori dal Parlamento, dove il 5 Stelle più draghiano e più apprezzato dall’establishment potrebbe puntare a qualche nomina. Altrimenti resta l’alternativa dei partiti, in cui però non è facile trovare spazio. Lo spiega Marco Valbruzzi dell’Istituto Cattaneo: “I voti del M5S sono sempre stati voti al simbolo. Anche la maggior parte di chi è rimasto è lì perché fedele a Grillo: chiunque se ne andasse, come dimostrano i casi del passato, non potrebbe portarsi via granché”. Certo, Di Maio un bacino elettorale definito lo ha: “È forte nel suo territorio, dunque funzionerebbe dentro a un partito dove ognuno porta un solido consenso locale, come faceva una volta la Dc . Ma a livello nazionale parliamo di un consenso nullo”.

Da qui il dilemma del ministro, a cui tutti – anche i detrattori di un tempo – adesso riconoscono scaltrezza e abilità politica sufficienti per non cedere alla tentazione di mosse azzardate: “Anche perché – è la versione di Valbruzzi – il presunto grande centro da doppia cifra presuppone che si mettano insieme esperienze e leader molto diversi. Non credo sia così facile”. Se poi gli elettori non lo seguiranno, la miglior carta nelle mani del ministro sarà il credito istituzionale guadagnato in questi mesi. Anche grazie alla rottura con Conte.

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