Settimana lavorativa di 4 giorni: dove è già realtà e i Paesi dove la stanno testando

Dall’Islanda allo Sri Lanka, come sta andando la sperimentazione. E in Italia? Per ora ci provano solo le aziende private

(quotidiano.net) – Roma, 16 giugno 2022 – Una settimana lavorativa di 4 giorni? A molti sembra ancora un concetto utopistico, ma in realtà esiste già in più Paesi di quanto si pensi. Sempre più nazioni sono aperte a un cambio di paradigma nel mondo del lavoro, sebbene non sempre per gli stessi motivi. Ecco alcuni Paesi che hanno adottato la settimana corta e le loro esperienze. 

Islanda capofila, i Paesi che lo stanno testando

Una pioniera della settimana lavorativa corta è senza dubbio l’Islanda. L’isola nordica nell’ultimo decennio ha già effettuato due periodi di prova. La prima tra il 2014 e il 2019 a Reykjavik e ha coinvolto operatori di assistenza all’infanzia e servizi, nonché personale nelle case di cura. La seconda, invece, tra il 2017 e il 2021, ha visto interessato i dipendenti pubblici di più agenzie governative nazionali. L’iniziativa si è rivelata un successo travolgente: dallo studio condotto sui due ‘esperimenti’ emerge che il benessere dei lavoratori è migliorato notevolmente in base a una serie di indicatori, a fronte di una produttività e una qualità del servizio fornito invariate o migliorate. Da allora oltre l’80% dei lavoratori in Islanda ha ottenuto una riduzione delle ore lavorative: il primo step è stato il passaggio da 40 ore a 35-36, poi è prevista un’ulteriore diminuzione a 32 ore o meno per giungere a una vera settimana corta. 

Dopo i dati incoraggianti arrivati dall’Islanda anche altri Paesi hanno deciso di dare una chance a questo approccio innovativo. La Scozia ha lanciato un progetto pilota l’anno scorso, sostenendo le aziende che erano disposte a sperimentare una riduzione del 20% dell’orario di lavoro dei loro dipendenti. Sempre nel 2021 anche la Spagna ha voluto testare la settimana corta, passando da 39 ore a 32, mantenendo invariati gli stipendi.

Quest’anno si sono aggiunti anche il Regno Unito e il Belgio. In Gran Bretagna una trentina di aziende parteciperanno al test, coordinato dall’organizzazione non profit 4 Day Week Global. In Belgio, invece, hanno adottato una visione alternativa. I dipendenti possono richiedere una riduzione dei giorni lavorativi, ma non delle ore. La settimana corta così diventa piuttosto una settimana ‘compressa’: il monte ore lavorativo verrebbe semplicemente redistribuito in base alle esigenze del lavoratore, mantenendo la possibilità di cambiarlo anche ogni sette giorni; in questo modo sarebbe possibile creare una sorta di alternanza fra settimane compresse e settimane tradizionali, a seconda delle preferenze. Inoltre, è diventato obbligatorio per le aziende con più di venti dipendenti offrire al proprio personale la possibilità di rendersi irreperibili alle telefonate o alle mail di ufficio fra le 23:00 e le 5:00. 

Sono tanti i paesi europei interessati, ma non sono gli unici. Negli Emirati Arabi Uniti i giorni dedicati al lavoro sono scesi a 4 e mezzo, da lunedì fino a venerdì mattina. Mentre in Giappone è stato il gigante dell’informatica Microsoft a decidere di concedere un giorno libero in più ai propri dipendenti. E non se n’è pentito: la produttività è aumentata del 40%. 

Il curioso caso dello Sri Lanka

Curioso, invece, il caso dello Sri Lanka. Sull’isola asiatica proprio questi giorni è stata introdotta la settimana corta – ma per ragioni ben diverse rispetto ai Paesi occidentiali. Lo Sri Lanka sta vivendo una gravissima crisi energetica e alimentare, la peggiore in decenni, e martedì il governo ha annunciato che per i lavoratori del settore pubblico il venerdì sarà libero per tre mesi, senza una riduzione degli stipendi. A prima vista potrebbe sembrare un’idea folle in tempi così instabili: invece l’allungamento del weekend serve per concedere più tempo alle persone a coltivare i propri orti, aumentando il grado di autosufficienza delle famiglie e alleviando la pressione sull’industria alimentare del Paese. L’adozione della settimana corta in circostanze del genere è inedita nel mondo, e nel prossimo futuro si scoprirà se sarà effettivamente almeno una soluzione parziale per la crisi. 

La settimana corta in Italia

E in Italia? La svolta sembra ancora lontana. Finora ci sono pochissimi esempi, e riguardano solo aziende private: i due casi più famosi sono la Awin Italia e la Carter & Benson, due società che hanno deciso di sperimentare la riduzione degli orari durante il lockdown, con risultati molto positivi. In ogni caso, al momento non se ne discute a livello politico, quindi un cambiamento sistematico è fuori questione per ora. 

Lavorare meno, ma meglio

Secondo i sostenitori dell’idea, i vantaggi della riduzione dei giorni lavorativi sono numerosi, sia per l’individuo che per la collettività. Il singolo lavoratore avrebbe chiaramente più tempo per sé stesso, per la famiglia e per lo svago in generale: in questo modo si riduce la pressione e lo stress, e diminuiscono i casi di burnout (schizzati a causa della pandemia). L’azienda ne beneficia attraendo più persone in cerca di lavoro, e allo stesso tempo mantenendo i migliori dipendenti attraverso una maggiore fidelizzazione. Di conseguenza, si possono raggiungere livelli di produttività più alti rispetto al modello tradizionale. Un vantaggio non trascurabile per la collettività, inoltre, sarebbe l’impatto ambientale: recarsi in ufficio solo 4 giorni invece di 5 significherebbe meno consumi, quindi meno inquinamento, nonché una riduzione notevole del traffico. Ma evitare le congestioni stradali non avrebbe un impatto positivo solo sulle emissioni. Potrebbe migliorare significativamente la vivibilità delle grandi aree urbane, le cui reti stradali non riescono più a gestire la crescita esponenziale delle città moderne. 

Tuttavia anche la settimana corta ha degli aspetti negativi. Ad esempio, questo sistema non si può applicare a tutti settori, soprattutto a quelli di prima necessità. Alcune aziende e professioni richiedono una presenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, rendendo la settimana corta non solo poco pratica, ma proprio infattibile. Potrebbe essere problematica anche nei settori dove si lavora generalmente per obiettivi: ci sono progetti che richiedono più tempo per essere completati, e altri che sono più veloci e facili. Infine, alcune persone potrebbero preferire meno tempo libero, ma una retribuzione maggiore. 

In ultima analisi, una buona parte dei problemi si potrebbe risolvere con una maggiore flessibilità, lasciando spazio alle aziende e ai lavoratori ad adattare il sistema alle proprie esigenze. Ma prima di tutto c’è bisogno di una mentalità aperta alle novità e alle sperimentazioni – accettando anche la possibilità del fallimento. E’ l’unico modo di imparare e di migliorare. 

3 replies

  1. Io mi accontenterei che si facessero le ore canoniche senza straordinari ( spesso non pagati) per non assumere una persona in più.

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