Lo scoop farlocco del “Corriere”

(Giacomo Amadori – La Verità) – Eccolo finalmente il report sui «putiniani d’Italia». Per alcuni lo scoop del Corriere della sera di domenica scorsa smascherava una specie di Ovra che da settimane pedinava influencer, giornalisti, parlamentari, manager e lobbisti che parteggiano per la Russia. E per questo, dopo la pubblicazione di nove faccine sul giornale, erano partite accuse contro il governo di produrre liste di proscrizione. Accuse respinte da un indignato sottosegretario (con delega ai servizi) Franco Gabrielli, il quale ha «declassificato» il documento, indetto una conferenza stampa e consegnato ai giornalisti il tanto vituperato documento non più riservato. Sette pagine di informazioni raccolte su fonti aperte dai reparti cyber dei nostri servizi. Nessun dato sensibile riguardante i soggetti citati, solo lunghe dissertazioni sulle loro opinioni e sulla gestione di informazioni più o meno veritiere.

I cronisti di via Solferino avevano fatto riferimento allo scoperchiamento di «una rete filo Putin complessa e variegata», una macchina ben oliata, che «si attiva nei momenti chiave del conflitto, attaccando i politici schierati con Kiev». Per il Corriere ci troveremmo di fronte a una «realtà che allarma gli apparati di sicurezza perché tenta di orientare, o, peggio, boicottare le scelte del governo». Ma nei report prodotti dal Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che dipende da Palazzo Chigi, tutto questo non c’è, mentre emerge il tentativo, anche un po’ grossolano, di denunciare le legittime critiche al governo e di infilare in un unico calderone internauti pro Putin, sovranisti e no vax.

I «cattivi» sono individuati in modo netto: «La disinformazione – in ambito nazionale – viene veicolata da gruppi e canali con un’adesione media rilevata tra le 50.000 utenze (per quelli più visibili e strutturati), sino a un minimo di 10.000. Tali gruppi si caratterizzano per i profili di contiguità con i movimenti antisistema no vax, no greenpass, nonché con forme associative locali che espongono una chiara posizione ideologica filorussa ed eurasiatista, sovrapponendosi a narrative di matrice sovranista e nazionalista». Gli analisti evidenziano come, all’interno di «narrative inedite» e «anti atlantiste», fiocchino sulla Rete le critiche (ovviamente ingiuste a giudizio dei dipendenti di Chigi) al premier Mario Draghi, «ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi» e «di aver colpito il popolo italiano con misure sanitarie inutili e di trascinare il Paese in guerra».

Nel report vengono citati articoli e video prodotti in Italia e rilanciati da soggetti istituzionali russi, anche se Mosca non viene individuata come committente. Essere apprezzati (anche a propria insaputa) al Cremlino e dintorni sembrerebbe colpa imperdonabile.

È finito nella lista nera anche «un documentario sulla tematica della russofobia, mandato in onda sull’emittente Russia Today con traduzione in italiano, all’interno del quale si fa riferimento diretto all’eurodeputata Francesca Donato, descritta come colei che ha votato contro l’invio di armi in Ucraina». Agli analisti non piacciono neanche i siti maurizioblondet.it e L’antidiplomatico e i canali «Roberto Nuzzo» e «Russia amica» che, «portando avanti una campagna di disinformazione all’interno di comunità italiane e francesi», «rilancia informazioni estrapolate da account Twitter riconducibili al Cremlino» ed è «particolarmente attivo nella diffusione di contenuti nell’ambito delle principali comunità online no vax». Alcune interviste finiscono nel mirino solo perché rilanciate «sui social da noti influencer antigovernativi e filorussi», come è accaduto con le dichiarazioni rilasciate al nostro giornale da Rosangela Mattei (la nipote di Enrico), colpevole di aver descritto il premier come «troppo amico degli americani».

Anche il successo dell’intervista del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, trasmessa da Zona Bianca su Rete 4 sembra aver scombussolato gli uomini del Dis, a detta dei quali la trasmissione con il politico «ha catalizzato a lungo il dibattito sulle principali piattaforme social (e non solo su queste), nel cui ambito diversi passaggi dell’intervento sono stati ripresi e strumentalizzati in chiave disinformativa». Su pagine Web riconducibili «alla matrice sovranista», qualcuno sarebbe addirittura arrivato a indicare «l’evento mediatico quale esempio lampante di libertà di stampa». Comunque nel documento non ci sono schedatura e le citazioni sono per lo più incidentali. Il canale Giubbe Rosse, «noto per la matrice ideologico eurasiatista (fondato dal filosofo Aleksandr Dugin, ndr)», avrebbe «fortemente criticato l’operato del senatore Alfonso Urso», il presidente del Copasir di cui viene storpiato il nome di battesimo (Adolfo).

I contenuti di questo sito sarebbero stati colpevolmente «rilanciati dal canale riferibile a Giorgio Bianchi, noto freelance italiano presente in territorio ucraino con finalità di attivismo politico-propagandistico filorusso». La blogger Francesca Totolo è ricordata per aver ripreso un tweet critico di un «partito conservatore olandese» sul presunto patrimonio milionario del presidente ucraino Zelensky. Un’«insinuazione» ritenuta evidentemente imperdonabile. Inchiodato alle sue responsabilità anche l’economista e giornalista Alberto Fazolo, per i conti errati sui reporter uccisi in Ucraina negli ultimi otto anni: non sarebbero 80, ma 40.

È finito sul report (ma non sul Corriere) anche Rolando Dubini, gestore del sito Facebook che ha promosso, attraverso il Comitato Ucraina antifascista», una manifestazione milanese pro Russia. L’apparentemente innocuo hashtag #Finlandia sarebbe utilizzato «dai disinformatori per diffondere la retorica tendenziosa secondo la quale la Nato starebbe continuando il proprio progetto di espansione a Oriente, noncurante delle gravi conseguenze e della destabilizzazione geopolitica che ciò implicherebbe». Nel mirino anche il canale del sito Web «di disinformazione italiana “Visione Tv”», che avrebbe «strumentalizzato» niente meno che le parole del Pontefice in chiave anti Nato.

Ma i cyberesperti evidenziano anche la presunta «inversione del trend della disinformazione». Infatti «sarebbe in atto un rallentamento dell’attivismo online della Russia, a favore di una posizione difensiva basata sulla controdeduzione, in chiave pro Cremlino, delle notizie provenienti dall’Ucraina e dall’Occidente, definite come fake news». Una tendenza che al Corriere, però, si sono dimenticati di sottolineare.

3 replies

  1. La Russia è attiva on line e ci fa giornalmente il lavaggio del cervello indirizzando i pensieri e i voti di tutti noi, notoriamente poveri idioti.
    Gli US, no?

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