Tornare a Minsk

Sulla guerra la Russia ha due linee diverse. E anche l’Europa. 7 anni fa la Merkel disse no alle armi all’Ucraina e trovò una soluzione per Crimea e Donbass, sabotata dagli Usa. Ora si spera nella linea Suslov e nell’asse franco-tedesco […]

(DI BARBARA SPINELLI – Il Fatto Quotidiano) – Intervistato più volte da Paolo Valentino per il Corriere della Sera, oltre che dalla trasmissione Piazza Pulita, Dmitrij Suslov è stato chiaro. Nella qualità di direttore del Centro studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca, ha confermato l’esistenza di due linee al Cremlino: una favorevole alla guerra a oltranza, che punta alla cattura di Odessa e della provincia prorussa della Transnistria in Moldavia, l’altra che vorrebbe fermarsi al Donbass e ad alcune città conquistate tra cui Mariupol. Suslov appartiene alla cerchia di Putin e si dichiara favorevole alla seconda linea, il cui obiettivo è scongiurare il più possibile la mobilitazione generale: una scelta che i russi digerirebbero male, specie nelle regioni più lontane e indifferenti ai destini europei. È il motivo per cui Putin parla di “operazione militare speciale” e non di guerra, per evitare uno scontento che potrebbe sfociare nella disintegrazione della Federazione russa in caso di sconfitta. La guerra a oltranza diverrà inevitabile se Kiev non farà concessioni territoriali e se insisterà sulla restituzione della Crimea, incorporata dalla Russia nel 2014.

La linea minimalista di Suslov parte dall’idea che Mosca ha perso la prima battaglia – un regime meno atlantista a Kiev – ma non può perdere le regioni del Donbass e dintorni che al momento controlla militarmente: sarebbe in gioco non solo la stabilità della Federazione russa, ma anche il funzionamento dell’atomica come deterrente, cioè come strumento che dissuade le potenze atomiche da una terza guerra mondiale.

Sempre secondo Suslov, le condizioni di un cessate il fuoco (e più in là nel tempo della pace) sono grosso modo tre, indicate a suo tempo da Putin. Primo: neutralità dell’Ucraina (Zelensky l’ha promessa, ma un impegno scritto non c’è). Neutralità significa non solo rinuncia alla Nato, ma abolizione delle milizie neonaziste tipo Azov. Secondo: riconoscimento della Crimea come regione integrata nella Federazione russa. Terzo: riconoscimento dell’autonomia del Donbass. A volte Suslov parla di autonomia, altre di indipendenza. Non sempre lo statuto finale del Donbass è omologato a quello della Crimea.

Una soluzione era a portata di mano nel febbraio 2015, quando furono negoziati gli accordi di Minsk-2 fra Mosca, Kiev, Berlino e Parigi. Suslov afferma che “se gli accordi fossero stati attuati la guerra odierna non ci sarebbe stata”. Il fatto è che l’intesa di Minsk fu prima boicottata poi insabbiata, per volontà non solo di Kiev o di Mosca ma – in prima linea – degli Stati Uniti e della Nato. Per questo si parla oggi di guerra per procura, non di guerra russo-ucraina.

Piazza Pulita, Suslov ha ricordato punti precisi degli accordi di Minsk-2: il punto 10 (ritiro di mercenari e combattenti stranieri dall’Ucraina) e il punto 11 (riforma costituzionale e nuova Costituzione ucraina che sancisca il decentramento, con particolare riferimento a Donetsk e Lugansk). Il punto 11 fa riferimento a un addendum che prevede nei due distretti il diritto all’autodeterminazione linguistica e ampie autonomie economiche, politiche e giudiziarie, compreso il “diritto a cooperazioni transfrontaliere con regioni della Federazione russa”. Sono i due punti cui Kiev si è opposta, negli otto anni di guerra nel Donbass che hanno preceduto l’odierna invasione russa (la guerra civile ha fatto 14 mila morti fra separatisti e governativi).

Ma non è stata solo Kiev a opporsi. Gli accordi di Minsk sono stati negoziati fra Ucraina, Russia, Germania e Francia. Furono pensati come risposta all’invio massiccio di armi a Kiev, fortemente promosso da Washington, ma osteggiato dalla Merkel.

Lo scontro fra Merkel e i rappresentanti Usa avvenne nell’annuale Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 7 febbraio 2015, ed è importante rievocare quel che avvenne allora se vogliamo non giustificare, ma capire la guerra di oggi. “Il progresso di cui l’Ucraina ha bisogno non può essere raggiunto con più armi (…) Sono convinta che i mezzi militari aumenteranno le vittime”, disse la Merkel, che pure aveva approvato sanzioni contro Mosca, dopo l’annessione della Crimea, giudicate da lei stessa “generalmente inefficaci”. Ma questa posizione fu aspramente contestata dai rappresentanti britannici e statunitensi. Joe Biden, allora vicepresidente di Obama, dichiarò che “il popolo ucraino ha il diritto di difendersi”, in sintonia con repubblicani neoconservatori presenti a Monaco come John McCain e Lindsey Graham. Intanto il presidente ucraino Poroshenko chiese assistenza militare alla Nato e la ottenne: “Più forte sarà la nostra difesa, più convincente sarà la nostra voce diplomatica”.

Da allora sono passati più di sette anni, la linea Kiev-Washington ha vinto e la voce franco-tedesca si è affievolita. L’Unione europea è adesso più che mai frantumata, con il blocco nord-orientale (Polonia, Paesi nordici, Baltici) che auspica invii di armi sempre più offensive e che nega ogni concessione territoriale da parte ucraina. Il blocco favorevole alla guerra a oltranza sa di poter contare su Washington ed è fiancheggiato dalla Commissione europea presieduta dall’ex ministro della Difesa, Ursula von der Leyen. Lo stesso ministro che nel 2016 caldeggiava l’aumento delle spese militari tedesche, per portarle al 2% del Pil raccomandato dalla Nato, e che oggi ottiene da Berlino quel che non ottenne allora.

Dopo molte professioni di fede atlantica, il governo Draghi sta tentando di associarsi al fronte – molto indebolito – di Parigi e Berlino. Ha proposto un piano di pace che prevede ampie autonomie per le regioni ucraine occupate dai russi (non è chiarita la questione Crimea). In pratica viene riproposto l’accordo di Minsk, sorvolando sul fatto che Kiev e Washington l’hanno affossato. Il ministro Di Maio auspica una “soluzione all’altoatesina” ma non sa quel che dice. Oggi è in corso una guerra per procura che l’Alto Adige non conobbe. Oggi abbiamo una potenza Usa in declino, che aspira a un ordine mondiale unipolare e non tollera né il polo russo né quello cinese (lunedì Biden ha annunciato interventi militari in caso di minacce cinesi a Taiwan).

Il piano italiano non sembra convincere Mosca. L’ex presidente russo Medvedev l’ha schernito e bocciato. Più possibilista Suslov, secondo cui il piano segnala che Roma è comunque più vicina a Parigi-Berlino che non a Varsavia-Londra. Fin dal 2014 ci sono due linee in Occidente, come ci sono due linee a Mosca. Lo spirito di Minsk è sconfitto, ma non del tutto morto.

10 replies

  1. Giova ricordare che qualunque autonomia post-bellica che non sia decisa dal sopruso, ovvero dal piu’ forte, in qualunque senso, puo’ essere solamente suffragata da osservatori internazionali che certificano la liceita’ delle operazioni di voto ed il lorro risultato. Non, come i piu’ ingenui o disinformati credono, la barzelletta gia’ avvenuta anni addietro. Il problema connesso e’ che se tale suffragio *non* viene provatamente provato come aderente agli standard dei quali pure voi avete bisogno, quale autorita’ e quali mezzi mettono il piede inmezzo alla porta? Secondo, la “denazificazione” – ricorrente masturbazione dei russofili – e’ un elemento troppo aleatorio. E il mercenariato russo islamico e/o fascistissimo? E qualunque altra forza armata che, pur se non nazifascista per se, aderisce ai metodi e compie schifezze similari?

    "Mi piace"

  2. Insomma quello che è cambiato in peggio è che in germania/europa non c’è più la Merkel, purtroppo… e quindi hanno strabordato gli anglosassoni… quello che non capisco è Macron che dopo la sua rielezione è sparito… cosa aspetta a farsi sentire come faceva la Merkel?

    "Mi piace"

  3. Giggino é il peggior Ministro degli Esteri di sempre, ha battuto persino Angelino Alfano “the wind against the fly” (cito fedelmente).
    Che vergogna!

    “Il tacer adorna l’uomo”….ma Giggino non perde mai occasione per sparare minchiate.

    "Mi piace"

  4. Ora ci sono i “progressisti” al governo, e, come in Italia, si vede…

    (Ricordare sempre le parole dell’ Avvocato: “Le cose di destra si fanno con i governi di sinistra”.
    Riarmo compreso.

    "Mi piace"

  5. Oggi, il presidente Mattarella ha revocato la nomina a Cavaliere del premier russo Mishustin e al presidente della Banca Vtb Kostin
    Ritirate anche le onorificenze al ministro dell’Industria Manturov, al segretario di Stato Evtukhov.

    L’Italia revoca «per indegnità» l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia a Mikhail Vladimirovich Mishustin, premier della Federazione Russa e a Denis Manturov, Ministro dell’industria e del commercio. Lo stabilisce il decreto del 9 maggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (su proposta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 25 maggio.

    Si tratta delle prime onorificenze revocate a cittadini russi dall’inizio della guerra in Ucraina.

    Un secondo Decreto, sempre firmato dal Capo dello Stato – sempre su proposta di Di Maio – revoca «per indegnità» anche l’Onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia a Viktor Leonidovich Evtukhov, Segretario di Stato russo e ad Andrey Leonidovich Kostin, Presidente della Banca russa Vtb.

    Da quanto scritto nella stampa italiana, si evince che il “cervello” di questa operazione punitiva nei confronti della Russia è Di Maio, specificando il motivo: “per indegnità”.

    Non c’è che dire, un lavoro perfetto, cavalcare il momento per assicurarsi una strada futura tutta in salita.

    Poi alla fine vedremo chi si è macchiato di “indegnità”.

    Marinella Mondaini

    Scrittrice, giornalista, traduttrice. Vive e lavora a Mosca

    "Mi piace"