(Giancarlo Selmi) – Due parole sull’indegno agguato teso al Presidente Conte, da uno dei “cantori di corte” di questo governo. Quello andato in scena non è stato un confronto giornalistico, ma un vero e proprio processo in stile Gestapo: mancava soltanto la lampada puntata in faccia all’interrogato. Un maldestro tentativo di trasformare in “fatti” le maligne supposizioni, di far passare il sospetto per prova, di vendere come verità l’idea che ci sia “del marcio in Danimarca”.

Il tutto, ovviamente, strappato dal suo contesto: i giorni drammatici della pandemia, la disperazione di chi era chiamato a decidere nel mezzo di una tragedia epocale, che non aveva precedenti, con persone che morivano ogni giorno. In quei momenti bisognava agire, assumersi responsabilità, tentare di salvare il salvabile. E invece il “cantore di corte” si è avventato addosso a chi ebbe il terribile compito di gestire quella stagione, come una iena affamata, con un cinismo inferiore soltanto alla sua ipocrisia.

Ed è lo stesso personaggio che, subito dopo tanta aggressività, ha cambiato registro in un attimo: da inflessibile inquisitore a servile scendiletto del potere. Per certi giornalisti di destra il passaggio è istantaneo, per lui ha avuto il tempo di un passaggio pubblicitario. Poi ha srotolato la lingua e ha secreto bava e saliva sufficienti per l’intervista accomodante alla sua padrona. Del resto il mestiere del “cantore di corte” è antico, quasi quanto la prostituzione e, con tutto il rispetto per le prostitute, di quella rappresenta una evoluzione intellettuale non meno umiliante.

Conte se l’è cavata bene, ma non è questo il punto. Il punto vero è che quella contro l’ex premier è un’aggressione politica e mediatica che ha assunto i tratti di un’aggressione fascista. Portata avanti dagli stessi che per anni ci hanno frantumato gli zebedei con il garantismo, con la presunzione d’innocenza, con la non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e che oggi, siccome si tratta di un avversario politico, usano sospetti costruiti ad arte per gettare fango nel ventilatore e spacciare qualcuno per colpevole ben al di fuori di qualsiasi processo.

Gli stessi che dimenticano il garantismo esibito per Santanchè, o per altri personaggi come Giovanni Toti, che ha persino patteggiato per corruzione. Ma non c’è nulla di nuovo: quando manca una moralità autentica, certa gente la sostituisce con la doppia morale. Anzi: tripla, quadrupla, a seconda della convenienza. E tornando al “cantore di corte”, cosa ci si può attendere da uno che costruisce post e articoli al punto da far diventare straniero un accoltellatore italiano da ventisei generazioni? Vergogna. Ma invocarla è inutile: certe persone la vergogna non sanno neppure cosa sia.

Al “cantore di corte” dedico un’ultima cosa e non viene dal fatto di essere d’accordo o meno con lui, c’è pure di peggio. Quest’uomo come giornalista è disgustoso. Ma, d’altra parte, lo dimenticavo, i “cantori di corte” lo sono tutti. Lui un poco di più. Il sorrisetto e le risatine mentre parlava di morti, di persone che non ci sono più, solo per dimostrare che ce l’ha lungo, dicono tutto di (e su) questo signore. Ci sono tanti modi di mostrare il peggio di sé e lui, scusate il bisticcio di parole, è riuscito a scegliere il peggiore.