Il primo a proporre il riferimento alla Costituzione era stato Bersani nel 2010

Da Ulivo a Alleanza, la sinistra e la smania di cambiare il nome

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l’ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio. O almeno: la nuova formula battesimale proposta martedì da Giuseppe Conte, “Alleanza per la costituzione e la democrazia”, non solo suona lunga e non decolla, ma nella giornata di ieri ha suscitato una piena e sintomatica indifferenza.

Nel breve spazio che ha preceduto la rivelazione del flop, senza grande entusiasmo, ma puntando sicuri sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista, si era cercato nel recente passato chi avesse già prospettato, e quando quella non irresistibile denominazione.

Per cui sì, il primo a lanciare l’alleanza nel tumulto della cronaca fu Bersani, nell’estate 2010, con l’obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi, in quei giorni autorecluso nel castello di Tor Crescenza. Solo a Rosy Bindi piacque l’idea; il mese dopo ci arrivò Fioroni; l’anno dopo Salvi; ma nel 2012 – e qui già cadono le braccia – per conto del centrodestra berlusconiano Margherita Boniver fece sua l’intenzione di una identica “Alleanza per la Costituzione” per battere tutti insieme la crisi economica.

Il resto è per palati fini, o più probabilmente per maniaci. Così nel 2013 il medesimo appellativo ritorna per bocca di Fassina, nel congresso di Sinistra Italiana e qualche mese dopo, ma anche qui con diverso intendimento, da parte di un gruppo di intellettuali ed esponenti della sinistra (RodotàZagrebelskydon CiottiLandini e Sandra Bonsanti) che si opponevano al flebile e vago progetto di riforme costituzionali ventilato dai cosiddetti “saggi” vicini al governo di Enrico Letta, il quale proprio in quei giorni, per dirne il vigore, ricevette in dono da un amico una boccetta di acqua di Lourdes.

Era già da quel dì che a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l’opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza che riproponeva e degradava, senza saperlo, il dibattito filosofico tra il nome e la cosa; con il che dal Cratilo di Platone fino a Foucault si lascerebbe chiudere la paginetta dei ricordi ad Antonio Ingroia, che nel 2017 avvertì pure lui la necessità di un’”Alleanza per la Costituzione”, contro Renzi, ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente.

Ora, considerato che alle elezioni il centrosinistra bisognerà pure che si presenti in qualche modo, sarebbe bello che la denominazione venisse da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani. Il problema, però, è proprio che da anni e anni la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l’altro, magari chiedendosi – sempre Bersani, a metà di giugno – se il richiamo alla Costituzione non sia dannoso perché la Carta è di tutti, per cui Elly Schlein cesella: «Preferisco parlare di coalizione progressista», e un Bonelli di giornata soggiunge: «Io propongo Alleanza per la pace e l’ambiente: Apa» – ma sul serio.

Si aggiunga l’impressione di un serio vuoto di ideali, parole e progetti che si sposa – o forse ne è già la progenie – con un deficit di creatività e di trovate che non siano quelle buone per qualche distratta occhiata sui social. Tutto questo spiega il tormento, l’inverosimile numero di false partenze di unioni, federazioni, alleanze, coalizioni e rende la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori.

Anche per oggi rimane dunque il famigerato e post-geometrico “Campo largo”, con le opportune declinazioni, anche fotografiche, all’insegna del dileggio, campo stretto, camposanto, campo profughi, eccetera. Con più delicatezza Michele Serra, in versi ottonari: “Si raduna il Campo largo/ ma a distanza, per prudenza./ Parla ognuno dal suo borgo:/ è una video conferenza./ Per non dare l’impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi./ Per esempio: è mezzogiorno./ La Sicilia è molto bella./ Però è bella anche Livorno/ per non dire di Biella./ Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo”. Era il dicembre scorso e qui siamo (sono) rimasti.