La nuova frontiera dell’orrore: robot assassini fissano i volti dei soldati nell’attimo in cui capiscono di essere condannati

Il drone killer che immortala le vittime

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Sono disperati o rassegnati, beffardi o terrorizzati, infuriati o allucinati. Sono centinaia e centinaia, aumentano ogni giorno. Tutti con gli occhi fissi verso la macchina che li sta per uccidere. E che con spietata freddezza tecnologica documenta il loro ultimo attimo di vita: attraverso quei volti immortala il baratro in cui sta precipitando l’umanità. Perché la guerra dei droni ci consegna una testimonianza angosciante: filma le vittime negli istanti finali.

È una caratteristica dei robot killer che dilagano sui campi di battaglia: i piccoli quadricotteri a basso costo e alta letalità che a migliaia infestano il cielo della prima linea ucraina ma si stanno diffondendo ovunque, dall’Africa all’America Latina. Sono chiamati FPV, che sta per First Person View: chi li manovra da chilometri di distanza usa occhiali in cui vede tutto quello che viene ripreso dalla telecamera nel muso dell’ordigno. È l’identico sistema dei videogiochi da poltrona. Non a caso, incentiva l’arruolamento di una leva di cecchini-ragazzini che passano dalla playstation al fronte, dalla realtà virtuale alla carneficina reale.

Il drone è il sicario meccanico; loro sono mandanti che ordinano il delitto spingendo un tasto sulla console. E lo fanno fissando negli occhi la persona che viene ammazzata. Non conosciamo lo sguardo del carnefice, ma quelli delle vittime restano nella memoria informatica. Spesso russi e ucraini li pubblicano online, inondando i social di una galleria macabra in cui la ferocia viene esibita. Di più, ci sono vere competizioni tra i dronisti in cui si conquistano punti per ogni tipo di nemico abbattuto, con un premio per i migliori sterminatori: esattamente come nei videogame.

“Kill for points” – “Uccidere per fare punti” – è il titolo di un volume che raccoglie queste immagini. Sono 444 pagine atroci, aperte dal ritratto di un pilota ucraino e di uno russo: entrambi giovanissimi, in posa a volto coperto. Perché l’omicidio a mezzo drone garantisce l’anonimato e l’impunità, anche quando si fanno a pezzi i civili. Poi c’è una processione interminabile di oltre duecento esseri umani ripresi nell’istante in cui comprendono di non avere più scampo.

Sono foto tratte da video e quindi quasi sempre sfocate: riportano alla mente quelle famose di Robert Capa sulla spiaggia di Omaha Beach crivellata dalle mitragliatrici tedesche. Capa ha realizzato uno scatto indimenticabile durante la guerra di Spagna: il miliziano che cade colpito da un proiettile, celebrato come icona della follia bellica. E Tony Vaccaro, soldato americano che in prima linea teneva la reflex assieme al fucile, ha colto una scena altrettanto forte nei boschi delle Ardenne. Queste di “Kill for points” però sono diverse: fermano l’istante prima, la consapevolezza della morte in arrivo. Forse l’unico termine di paragone è un dipinto: la “Fucilazione” di Goya, ispirata alle stragi napoleoniche in Spagna. E ci sono molti di quei militari che stanno per essere trucidati nel Donbass o a Kherson che hanno l’identica postura di sfida: come l’uomo davanti al plotone d’esecuzione del quadro, sanno che chi li vuole uccidere sta osservando.

Il libro è stato edito da 550BC, un collettivo basato in Olanda che si occupa di conflitti e criminalità organizzata: hanno realizzato reportage impressionanti su narcos, favelas, boss e guerriglieri in molti angoli del pianeta. Costa 65 euro ma è sempre più difficile trovarlo online. “Il suo scopo – spiegano gli autori – è documentare il cambiamento del modo in cui la guerra viene trasmessa in rete, giudicata e recepita. Quello che un tempo sconvolgeva, adesso si “scrolla” sullo schermo del telefonino. Quella che prima era propaganda, adesso è routine. Questa non è “pornografia di guerra” ma la denuncia del teatro pubblico e banale della violenza estrema che è diventato il nostro comune nutrimento”.

Bisogna avere il coraggio di affrontare quei volti. Di misurarsi con il nonno sdentato in tuta mimetica che piange e del colosso dalla testa rasata che trasuda rabbia; dell’uomo barbuto che prega con le mani giunte rivolte verso il robot e di quello che si rannicchia paralizzato sotto un muro; dell’adolescente che cerca di scappare correndo tra l’erba e dell’incursore che continua fino all’ultimo a sparare, senza bloccare il killer. Fino allo scatto più terribile: il soldato tra le foglie di platano che preferisce mettersi in bocca la canna del kalashnikov e suicidarsi, prima di venire dilaniato dalla bomba alata che gli ronza intorno.

Sono duecento vittime tra centinaia di migliaia, perché oggi in Ucraina il 70 per cento dei morti viene causato dai droni. E sono lo specchio della nostra rassegnazione, o forse addirittura assuefazione, davanti al proliferare dei conflitti. Obbliga a rendersi conto di quello che stiamo accettando: un’invasione di autonomi assassini che – come ha detto Papa Francesco – rendono la guerra ancora più disumana.

Il bastone del comando

Nell’esercito di Donald Trump non c’è spazio per gli eroi: l’unico requisito per fare carriera è la fedeltà al presidente e al suo ministro-araldo Pete Hegseth. Non si spiega altrimenti il siluramento di un altro alto ufficiale, un nome ancora più clamoroso dei precedenti: Chris Donahue. Il generale è entrato nella Storia per una missione impossibile: proteggere la fuga dall’aeroporto di Kabul dove si era rifugiata una moltitudine di stranieri e afgani sorpresi dall’improvviso trionfo dei talebani. Con i suoi parà dell’82ma divisione – la leggendaria All American – ha difeso le piste e permesso di portare al sicuro 122mila persone: la notte del 30 agosto 2021 è stato l’ultimo in assoluto a salire sull’aereo. Non è che prima di allora se la fosse presa comoda: Donahue ha cominciato come ranger e poi ha superato le selezioni della Delta Force, l’elité degli incursori con cui ha combattuto in Siria, Iraq, Afghanistan e Libia guadagnando cinque medaglie al valore. Nel 2022 ha avuto la guida di tutte le truppe aviotrasportate, con cui si è schierato di corsa in Polonia per consolidare le difese della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina. Due anni dopo è stato nominato comandante delle forze terrestri americane in Europa e di quelle alleate della Nato: un trampolino di lancio verso il massimo vertice dell’Us Army. Invece no. Le purghe del Pentagono hanno “declassato” il suo ufficio, togliendogli di fatto la poltrona a metà del mandato. Per una decisione attribuita personalmente al ministro, è stato lasciato senza incarico e così ha preferito dimettersi. Le sue colpe? Non sono note. Ma Donahue ha gestito la collaborazione militare con Kiev e la reputa fondamentale, come il mantenimento della presenza Usa nel Vecchio Continente. Inoltre non la pensa come il grande capo su tante altre questioni e non ha mai discriminato donne, omosessuali e afroamericani in divisa. In campagna elettorale Hegseth ha scritto un libro, sostenendo che l’amministrazione Biden “faceva la guerra ai guerrieri”: paradossalmente, lui ha fatto fuori il generale più combattivo, capace e decorato. L’ultimo di una lunga fila di comandanti rispettati anche dai parlamentari repubblicani. Ci sarà un motivo se la campagna contro l’Iran è stata gestita in maniera così malandata…

Due caccia F-35B Lightning II Joint Strike Fighter

Macchine di guerra

A che serve un super-caccia senza il radar? Bisognerebbe chiederlo al Pentagono che ha accettato la consegna di sei F-35 stealth da 110 milioni di dollari nonostante fossero privi del sistema elettronico più importante: jet “invisibili”, ma pure ciechi. La vicenda – rivelata dal sito specializzato The War Zone – ha qualcosa di incredibile: lo strumento della superiorità aerea statunitense viene inserito nei ranghi totalmente privo di capacità operative. I ritardi nel piano di aggiornamento dello strumento elettronico hanno accumulato ritardi biblici e non si riesce a mettere a punto l’innovativo radar AN/APG-85, prodotto da Northrop Grumman, le cui prestazioni vengono annunciate come straordinarie ma sono completamente segrete. I sei Lockheed Martin F-35B – la versione a decollo corto e atterraggio verticale, adottata pure dall’Italia – sono così entrati in servizio con l’aviazione dei Marines senza un radar, come fossero velivoli della seconda guerra mondiale. Il Government Accountability Office (GAO), un ufficio del Congresso che vigila sulla spesa pubblica, ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che tra il 2020 e il 2025 il numero di F35 schierati dalle forze armate Usa in condizioni di piena efficienza è calato dal 38 a 25 per cento. La lentezza nelle forniture del nuovo radar, che fa parte delle dotazioni dell’ultima variante del supercaccia chiamata “Block 4”, non permetterà di migliorare questo primato. Ma non dovrebbe avere ripercussioni sui caccia venduti agli alleati, tra cui Aeronautica e Marina, perché finora non è prevista l’esportazione del sensore più avanzato: è la legge del “America First”.

L’onere delle armi

Le spese di esercizio sono la Cenerentola del bilancio della Difesa italiano: vengono tagliate per soddisfare le altre voci – l’acquisto di nuovi sistemi e gli stipendi – che non possono essere compresse perché ci sono contratti da rispettare e retribuzioni da versare. Si tratta però di un elemento fondamentale: sono i fondi che servono per l’addestramento del personale e per la manutenzione dei mezzi. Ridurre “l’esercizio” significa quindi avere militari meno preparati a svolgere i loro compiti – cosa pericolosa soprattutto nelle missioni all’estero – e equipaggiamenti in condizioni peggiori. La questione è stata sollevata nell’audizione davanti alle Commissioni parlamentari dal capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano: ha parlato di “ipo-finanziamento che incide in misura crescente sull’efficienza, sulla disponibilità, sugli standard di sicurezza, sul livello addestrativo e sulla sostenibilità di impiego dei mezzi, dei sistemi, delle infrastrutture”. Portolano ha analizzato lo scarto tra esigenze e disponibilità per il 2026: mancano 89 milioni di euro. Un buco niente male, visto che le previsioni per l’anno in corso erano di aumentare lo stanziamento di 279 milioni, riconoscendo l’importanza di investire sulla formazione del personale.