Affari di guerra (e di ricostruzione)

I conflitti hanno il “vantaggio” di produrre distruzioni materiali e psicologiche enormi e quindi richiedono interventi altrettanto enormi per il “dopo”. Osservando la guerra in Ucraina si sta giustamente seguendo con attenzione le operazioni militari […]

(DI FABIO MINI – Il Fatto Quotidiano) – Osservando la guerra in Ucraina si sta giustamente seguendo con attenzione le operazioni militari, ma si sta sottovalutando l’aspetto della guerra finanziaria ed economica in atto.

Sembrano guerre separate e persino tra esse conflittuali, ma mentre ragioniamo sulle operazioni militari minuto per minuto non vediamo nessun economista che spieghi veramente come la guerra economico-finanziaria favorisca o intralci gli attori e gli spettatori del conflitto militare.

Il fatto è che questa guerra è volutamente separata da quella militare: è cominciata prima e non finirà dopo. Il nostro presidente del Consiglio, da esperto di economia e finanza, e il presidente Biden, da principale fornitore di risorse alla guerra, lo hanno chiarito nel loro ultimo colloquio. Entrambi non sono sembrati interessati agli eventi militari e ne hanno parlato quasi come fossero collaterali e passeggeri. Hanno probabilmente toccato gli aspetti finanziari legati al gas e al rublo, ma nel fair play diplomatico hanno accennato, quasi en passant, alla ricostruzione dell’Ucraina: “Richiederà un altro Piano Marshall”. Sono “parole magiche” che eccitano economisti e finanzieri prima ancora del fischiar di pallottole o di sirene d’allarme e degli spari alla tempia o alla nuca che preannunciano i crac finanziari o i disastri sociali ed economici. Parole che non richiamano soltanto la ricostruzione europea del secondo dopoguerra, ma il concetto più ampio di “guerra dopo la guerra”, ovvero la guerra economica e finanziaria tra varie entità statali e non statali intente a procurarsi i maggiori profitti dagli enormi flussi di denaro e altre risorse che sono sempre necessari per ricostruire o risanare un Paese. Ovviamente, tali flussi non possono disperdersi nei mille rivoli dei cosiddetti aiuti umanitari, devono essere convogliati e gestiti in maniera che rientrino nelle casse di chi li alimenta moltiplicati nella quantità, nel valore e negli interessi.

Dopo una guerra qualsiasi i profitti provenienti dagli aiuti alla ricostruzione sono ripartiti tra i vincitori della guerra e vengono tratti dai patrimoni di chi l’ha perduta, se esistono. L’Europa sconfitta del dopoguerra ha garantito il rientro dei profitti per il Piano Marshall e altri programmi di ricostruzione sia con il versamento diretto dei danni di guerra (addebitati anche quelli prodotti dai vincitori) sia con i vincoli monetari, economici e politici. Questo meccanismo non è stato adottato per tutti i conflitti e laddove è stato applicato non sempre è stato completato. Ad esempio, non è stato avviato nessun piano di ricostruzione esterno per la Cina devastata dalla guerra col Giappone e quella civile, nessuno per il Vietnam, per il Libano, la Libia, la Siria, la Somalia. Si è completato per tutti i Paesi europei e la Turchia, il Giappone e la Corea del Sud (da parte degli Stati Uniti) ma non per l’Albania (da parte di Urss e Cina), di Timor est (da parte dell’Australia) e dell’Afghanistan (da parte degli Stati Uniti).

I piani di ricostruzione tipici dei dopoguerra sono adottati anche nei casi di gravi crisi. Si è parlato di Piano Marshall anche per il Covid o per le crisi delle bolle speculative. Lo stesso Pnrr europeo appartiene a tale categoria. Su tali piani gravano sempre dei pre-giudizi di opportunità e di altro genere come le questioni politiche, ideologiche e razziali (si lasciano morire di fame Paesi politicamente, ideologicamente o etnicamente discriminati). Tuttavia la loro applicazione dipende quasi esclusivamente dalla capacità dei Paesi “aiutati” di garantire il rientro delle risorse ai Paesi donatori, in una forma qualsiasi. Preferibilmente in “natura”, visto che le valute cosiddette pregiate hanno valore prettamente fiduciario e non sono legate ad alcun bene di “pregio” sia esso oro, petrolio, o quant’altro. Anzi, l’unico bene reale che rappresentano è il debito che da un lato rappresenta la fiducia, dall’altro consente l’inadempienza e il default.

Il primo requisito per le ricostruzioni (o i risarcimenti) è farne pagare i costi al vinto con appropriazioni, confische e sanzioni. Il secondo requisito è dividersi fra i donatori le quote di progetti, in modo che le opere di ricostruzione, materiale o finanziaria, siano assegnate agli stessi donatori. (Dono 1 miliardo per una centrale solo se la costruisco e gestisco io). Il terzo è trasformare gli aiuti in debiti o impegni di altra natura. Le cosiddette misure della troika sono tutte vincolate a progetti di trasformazione politico-sociale ed economica a favore della stessa. Quarto, l’assegnazione deve garantire un flusso continuo e permanente di ritorni, in interessi o altri impegni: in pratica, per dirla col generale cinese Qiao Liang (L’arco dell’impero-Leg 2021), il Paese aiutato deve produrre per essere “tosato” periodicamente, come si fa con le pecore.

In genere, provocare una crisi finanziaria o economica è più facile e redditizio del provocare una guerra, ma la guerra ha il “vantaggio” di produrre distruzioni materiali e psicologiche enormi e quindi richiede interventi altrettanto enormi di ricostruzione. Nel caso di crisi interne a uno Stato o un continente, la guerra o la crisi della sicurezza esterna diventa lo strumento di emergenza per favorire il recupero o la resilienza consentendo l’uscita di moneta o beni di surplus e il rientro immediato di crediti (da contabilizzare in attività) e successivo di denaro e beni. In questa logica, la guerra in Ucraina è esemplare: il Paese è già indebitato oltre ogni capacità di recupero; l’Ucraina ha già detto, e Usa e Ue lo hanno ripetuto, che la Russia dovrà pagare la ricostruzione e quanto è stato confiscato ai cittadini russi non verrà restituito; i Paesi “donatori” si stanno già spartendo le quote dei guadagni futuri; le distruzioni continuano e l’ammontare della ricostruzione oggi prevedibile è dell’ordine dei trilioni. È una prospettiva di affare colossale per chi dona, ma non altrettanto per chi riceve. È certamente molto più importante del semplice invio di armi, munizioni e uomini che comunque durante il conflitto sono beni destinati al consumo e allo spreco e non all’investimento. Esistono però alcuni aspetti problematici di questa anticipazione di “guerra dopo la guerra”. Ad esempio: gli Stati Uniti stanno traendo i fondi per l’Ucraina dal debito che altri detengono (Cina, Giappone, Paesi arabi e Russia) ma che essi possono decidere di non onorare con un pretesto qualsiasi (come con la Russia). È un grave segnale per l’affidabilità del debito statunitense che potrebbe non essere nelle condizioni di rastrellare altro denaro per avviare e sostenere la lunga e onerosa ricostruzione ucraina. In effetti, la fretta statunitense ed europea di fornire armi e denaro e alimentare il conflitto ha poco a che vedere con il destino dell’Ucraina ma tanto con la crisi economica, sociale e politica interna agli Stati Uniti e all’Europa. Invece di risolverla all’interno è stata trasportata sul campo di battaglia ucraino e questo fa perdere di vista l’eventualità che una provocazione maggiore possa ridurre l’Ucraina a un cimitero o quantomeno un buco nero geopolitico dal quale non poter ricavare il ritorno sperato. Anche nella migliore delle ipotesi di risoluzione del conflitto, pace o tregua, l’Ucraina era già in deficit demografico prima della guerra e con l’emigrazione massiccia e le vittime di guerra, ci vorranno decenni perché si riprenda e inizi a restituire ciò che è stato “donato” per la ricostruzione. Come verificato nelle “ricostruzioni” storicamente registrate si tratta di pochi anni di prosperità infarcita di corruzione seguiti da decenni di “tosatura consapevole” durante i quali a malapena la forza delle istituzioni è riuscita a limitare i danni delle ruberie, sfruttamento, instabilità politica, pretese di oligarchi, ricatti di estremisti e minacce alla sicurezza. È auspicabile, ma improbabile, che la ricostruzione dell’Ucraina non segua le stesse tendenze, anche perché non tutto dipende dalla volontà popolare della nazione aiutata. Quasi tutto dipende dalla volontà e l’interesse di chi gestirà gli aiuti. Finora lo hanno fatto, in altre occasioni, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale, i governi e le Banche centrali dei Paesi donatori e i governi dei Paesi aiutati. Nessuno di essi ha brillato per trasparenza, onestà e umanità.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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5 replies

    • A dire il vero, non mi capita di leggerne gli interventi da qualche giorno….però magari mi sono sfuggiti tra il mare magnum di tutti gli interventi.

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  1. In pratica gli States stanno finanziando la guerra con soldi russi e cinesi.
    Confiscare i beni russi all’estero per la ricostruzione creera’ un precedente molto pericoloso.
    Gianni

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  2. Grazie Mini! Anch’io ritengo che questa strategia di guerra si l’ultima possibilità di salvezza di un colosso moribondo e indebitato. L’idea di generare profitti con guerre, cyber, militari o virali, e anche con la ricostruzione è sicuramente utile a cercare di ritagliarsi margini di sopravvivenza, tanto più che queste azioni possono coincidere con l’occasione di ridisegnare influenze e diritti, e ancor più di cancellare debiti.

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