Michele Ainis: “Con le armi come con il Covid: il Parlamento viene ignorato”

(Alessandro Rico – laverita.info) – Il giurista: «I decreti interministeriali sono i surrogati dei dpcm, sottratti al controllo di Camere e Consulta. La Costituzione non autorizza l’invio di materiale bellico a Kiev».

Sulle armi all’Ucraina, il Parlamento non voterà di nuovo. Al massimo, Mario Draghi sarebbe disposto a fornire dei chiarimenti in Aula, in occasione del question time già previsto per il 19 maggio, al rientro del premier dagli Stati Uniti.

Professor Michele Ainis, lei è un costituzionalista. Questo basterebbe a salvare almeno le forme?
«La scriminante non può essere certo il viaggio di Draghi negli Usa. Non mi pare che siamo nella situazione di Alcide De Gasperi nel 1947, quando decise di rovesciare il governo di unità nazionale dopo essere andato in America».

E allora?
«C’è una questione aperta, che riguarda il controllo delle nostre scelte militari sia da parte della pubblica opinione, sia da parte del Parlamento, che della volontà popolare dovrebbe essere megafono».

Il Parlamento è stato esautorato?
«È stato relegato in un angolo, com’era già successo con l’emergenza sanitaria. Invece la Costituzione stabilisce che le Camere deliberano lo stato di guerra».

Ma sulle armi servirebbe un nuovo voto in Aula, o è sufficiente un’informativa?
«Che le Camere dovessero essere costantemente informate era già previsto. Il fatto è che l’informativa relega l’informato a un ruolo puramente passivo. Ma nel momento in cui si prospettano dei cambi di scenario – per dire: il passaggio dalle fionde ai razzi – non basta più un’informativa».

Anche se un voto c’è già stato, a marzo, su un decreto che copriva l’invio di materiale bellico fino a fine anno?
«E qui veniamo al significato della deliberazione dello stato di guerra da parte delle Camere».

Cioè?
«Se una guerra dura trent’anni, le Camere intervengono il primo giorno e poi vanno a dormire per trent’anni, finché qualcuno non le avvisa che la guerra è finita? Che le Camere deliberino significa che continuano costantemente a deliberare. L’articolo 78 della Costituzione prevede che mentre la gestione esecutiva e operativa della guerra è affidata al governo, la direzione della guerra in senso politico spetta al Parlamento. E il Parlamento non può essere coinvolto solo episodicamente. Soprattutto se si prospetta un cambio di scenario».

In effetti, quando è stato votato il decreto, tutti assicuravano che l’Italia avrebbe spedito solo armi difensive. Pochi giorni fa, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha annunciato che saranno consegnati «dispositivi in grado di neutralizzare le postazioni dalle quali la Russia bombarda», sia pure con «munizionamenti a cortissimo raggio». E dalla Casa Bianca trapela entusiasmo, perché Roma sarebbe disponibile a mandare mezzi pesanti alla resistenza ucraina. Se ne deduce che le condizioni con cui si è ottenuto il prima via libera sono cambiate?
«Direi di sì. E badi bene: non mi sto pronunciando sull’opportunità di inviare queste forniture. Può essere anche giusto. Quel che è per lo meno scorretto, dal punto di vista costituzionale, è che tutto ciò avvenga in un cono d’ombra».

A proposito di cono d’ombra: noi abbiamo secretato la lista degli armamenti. Altri Paesi, come la Germania, no. Chi ha
ragione?
«Come sempre, ci può essere una via di mezzo. Capisco l’esigenza del riserbo sui nostri dispositivi d’arma, ma si potrebbero almeno indicare esplicitamente le categorie. Tra il buio assoluto della notte e il sole di mezzogiorno, c’è la luce più tenue del pomeriggio».

Qual è il vulnus giuridico dei decreti interministeriali, con i quali si dispone in concreto la consegna dei mezzi a Kiev?
«Noi abbiamo già uno strumento legislativo per fronteggiare le emergenze: il decreto legge. E questo strumento ha alcuni pregi».

Quali?
«Dev’essere deliberato dall’intero Consiglio dei ministri; dev’essere verificato, nella sua legittimità, dal presidente della Repubblica, che lo emana; è sottoposto sia al controllo del Parlamento, che lo deve convertire, sia, eventualmente, al controllo della Corte costituzionale».

Chiarissimo.
«Solo che, da strumenti straordinari, i decreti legge, negli ultimi anni, sono diventati strumenti ordinari».

Suscitando le reprimende del Colle. Quindi?
«Ecco: quando è arrivata l’emergenza vera – il Covid – si è pensato che il decreto legge fosse uno strumento troppo logorato dall’abuso. E così si è iniziato a utilizzare, in modo improprio, il dpcm. Questa storia si sta ripetendo adesso: è stata scomodata un’altra fonte normativa di grado inferiore, cioè i decreti interministeriali».

Sono ancora inferiori ai dpcm?
«No, sono assimilabili ai dpcm: sono atti individuali. Almeno, se per licenziare un dpcm basta che il solo presidente del Consiglio si svegli una mattina, un decreto interministeriale, in quanto tale, ha bisogno che a svegliarsi una mattina siano almeno in due. Nel caso delle armi all’Ucraina, in tre: i ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia».

Senza altri bilanciamenti, però.
«Appunto: manca la condivisione della responsabilità politica. La legge è una fonte superiore al dpcm e al decreto interministeriale proprio perché viene approvata dal Parlamento, che noi abbiamo eletto. Nessuno ha eletto il ministro della Difesa o dell’Economia. Per cui, le loro scelte politiche, tradotte in norme, hanno una qualità costituzionale minore. E nella gerarchia delle fonti del diritto, i loro decreti si pongono due gradini sotto rispetto alla legge».

Cosa c’è sopra?
«In cima c’è, appunto, la legge. Appena sotto c’è il regolamento governativo, che viene stabilito dall’intero Consiglio dei ministri».

Sia con il Covid, sia con la guerra, le scelte più drammatiche sono passate da fonti legislative di grado infimo e sottratte alla vigilanza di Parlamento e Consulta. Sono gli esecutivi a voler eludere i contrappesi democratici, o è la democrazia parlamentare che non funziona e costringe i governi a trovare degli espedienti?
«Giocano vari fattori. Il primo è la crisi del Parlamento, che dura da tanto tempo e deriva anche da cattive leggi elettorali».

Perché?
«Perché l’autorità del Parlamento, alla fine, scaturisce dalla sua capacità di riflettere il sentimento popolare. Se c’è una legge elettorale che lo distorce, il Parlamento diventa uno specchio deformante».

Poi?
«La seconda questione è questa: in tempi di emergenza è possibile rispettare la legalità costituzionale? Io penso di sì e i costituenti pensavano di sì, tant’è vero che hanno affidato alla Costituzione una serie di disposizioni relative alla gestione della guerra».

Lo scopo era evitare lo stato d’eccezione?
«Lo scopo era disciplinarlo; lo stato d’eccezione dev’essere conforme ad alcune regole generalissime. L’ultimo fattore è quello più politico».

Ovvero?
«La debolezza dei partiti: in una situazione in cui gli italiani sono preoccupati e in cui la maggioranza dell’opinione pubblica, secondo i sondaggi, è contraria all’invio delle armi, i partiti trovano più comodo nascondersi dietro i decreti interministeriali. Nessuno vuole metterci troppo la faccia».

Ma la decisione di armare gli ucraini è costituzionale?
«Guardi, la Costituzione spesso è un’opinione. La mia interpretazione – e io la penso così sin dai tempi delle guerre “umanitarie” – è che, nell’articolo 11, tutto quello che stiamo facendo non ci sia».

Cosa prevede l’articolo 11?
«Che si può reagire con mezzi militari, per autodifesa, a un’aggressione esterna».

Gli ucraini non si stanno difendendo da un’aggressione?
«È evidente che c’è uno Stato aggredito. Ma che noi abbiamo l’obbligo di soccorrerlo con strumenti bellici mi pare discutibile: in ogni guerra ci sono un aggressore e un aggredito; se dovessimo leggere così le norme costituzionali, dovremmo dedurne un dovere di intervenire ovunque».

Noi avremmo delle obbligazioni derivanti dei trattati, ma in questo caso mancavano deliberazioni della Nato o delle Nazioni Unite…
«Senta, magari l’articolo 11 della Costituzione è invecchiato. Magari va riformulato. Però, a una lettura originalista, direi che esso non copre né le guerre “umanitarie” di ieri, né l’invio di carrarmati di oggi».

Dobbiamo porci il problema di chi potrebbe impossessarsi, in futuro, delle nostre armi? Estremisti politici, paramilitari, gruppi jihadisti…
«Questo è un problema che deve porsi ogni Paese che sta inviando armi, ma è un problema più tecnico che giuridico. Bisognerà assicurarsi che quegli strumenti finiscano solo nelle mani di chi deve riceverli».

L’Italia poteva restare fedele all’Alleanza atlantica, all’Occidente e agli Usa, anche senza mandare l’artiglieria, bensì svolgendo un ruolo di mediazione, come sta tentando di fare la Turchia?
«Quella dell’Italia, in parte comunque avallata dal Parlamento, è stata una scelta politica. I cittadini la valuteranno alle urne». (Pausa) «Forse ho un po’ eluso la sua domanda?» (Sorride).

Mettiamola così: in questo caso, nessuno poteva invocare trattati Ue, Nato o Onu sul mutuo soccorso…
«Senza dubbio: obblighi di tipo giuridico di prestare assistenza bellica non ce n’erano. E fare questi discorsi non significa voler guardare solo il proprio ombelico, dimenticando che in Ucraina la gente muore. C’è una legittima preoccupazione per l’enfasi sul confronto militare, rispetto a soluzioni alternative».

Nessuno sta spingendo per dei veri negoziati?
«Promuovendo in modo più deciso un’iniziativa diplomatica, l’Italia avrebbe potuto sicuramente ritagliarsi un ruolo diverso».

5 replies

  1. Quindi quel p…o del nostro ministrello degli esteri anziché adoperarsi per la pace si mette d’accordo per inviare armi.

    E il personaggio esecrabile sarebbe Lavrov, mica DiMaiov…

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  2. OT: mi sorge un dubbio, ma è una provocazione.. Tra gli oligarchi, quelli italiani, posso annoverare berlu e benetto? il resto viene da sè. Possibile che tutti gli altri, ovest urali, siano figli di putin

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  3. Strano, dopo avere omaggiato Monti denominandolo persino il “re filosofo di Platone” in un editoriale per me indimenticabile ( ci ha ricavato una candidatura nel suo partito ma non è stato eletto) Ainis ora critica Draghi?
    Altra candidatura in vista, magari con… Calenda?
    Tentare non nuoce.

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  4. Non è questione di “dipingere”. Uno che denomina – in un editoriale in prima pagina non ricordo se sul Corriere o su La Stampa ( ma penso il primo) – Monti come “il re filosofo di Platone” ( devo avere ancora iul ritaglio da qualche parte: il passo seguente sarebbe…Dio?) e poi si candida col partito montiano… Mi dispiace ma per me perde ogni credibilità .
    Ovviamente ognuno ha i propri “gusti”. E va dove lo porta… il cuore…

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