La guerra di Putin ha svelato tutte le fragilità dell’Europa

L’Ue non ha mai avuto una politica estera e di difesa comuni e soltanto adesso muove i primi e incerti passi e appare ancora sottomessa alla Nato e alle direttive imposte dagli americani

(ALBERTO NEGRI – quotidianodelsud.it) – La guerra in Ucraina ha messo a nudo tutte le fragilità europee. Una sicuramente è quella di previsione perché nessuno dei leader continentali e dei media immaginava un confitto di questa portata ma credeva che al massimo Putin si sarebbe fermato al Donbass. I buchi nelle previsioni derivano dall’intelligence ma anche dai centri di studi strategici: in Europa ne abbiamo molti ma Bruxelles non è dotata di un suo centro strategico, se non alla Nato. Questo deriva dalla mentalità prevalente nei Paesi dell’Unione europea e che in Italia ha la sua massima espressione nella disattenzione alla politica internazionale. Del resto l’Unione europea non ha mai avuto una politica estera e di difesa comuni e soltanto adesso muove i primi e incerti passi.

Da questo deriva che al di là della retorica dell’unità di intenti l’Europa appare come sottomessa alla Nato e alle direttive imposte dagli americani. La stessa Alleanza Atlantica del resto non è così unita come vuole sembrare, se non in un intento: evitare una guerra a tutti costi con Mosca. Eventualità per altro cui si deve preparare perché non è immaginabile al momento che la questione ucraina sia risolta soltanto da una tregua o da quale frettoloso accordo pace. La mancanza di unità è sottolineata dalla Turchia, Paese membro della Nato dagli anni Cinquanta, che non ha messo sanzioni alla Russia e ha confermato l’acquisto da Mosca di batterie anti-missile S-400.

Se l’Europa non vuole una guerra deve spingere la Nato e gli Usa un accordo con Mosca. Sono anni che si devono rinnovare gli accordi sui missili balistici e su quelli di teatro e soprattutto sono anni che la Russia mostra insofferenza verso l’espansione della Nato a Est. Purtroppo invece di arrivare a patti, l’Europa ha lasciato che fossero gli americani a occuparsi delle questioni chiave dell’Est europeo. Tanto è vero che gli Stati Uniti avevano già rifornito di armi sofisticate e di consiglieri militari gli ucraini che altrimenti non avrebbero resistito così tanto all’esercito russo. Sono stati gli Usa a fare la politica europea nei Paesi orientali dell’Unione, Bruxelles si è limitata agli aspetti economici e giuridici.

L’altra fragilità europea è quella economica ed energetica. Ci voleva una guerra per scoprire che buona parte dell’Europa dipendeva da Mosca? La scellerata iniziativa di Putin ha sconvolto l’Ucraina con morti, distruzione e profughi, ma ha messo al tappeto anche l’Europa che prende dalla Russia in media il 40-50% del suo gas. Ora sono gli Stati Uniti che ci venderanno il gas per sganciarci, progressivamente, dalla dipendenza da Mosca: con prezzi superiori a quelli russi in media del 20% e soprattutto senza una garanzie reali di forniture continue.

Il caso Nord Stream 2 è emblematico di come confliggono gli interessi americani ed europei. Non si tratta soltanto di una questione economica ma strategica. Voluto fortemente dalla ex cancelliera Angela Merkel, il Nord Stream era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate come la guerra in Ucraina. Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa.

Uscita di scena la Merkel, gli Usa hanno avuto campo libero. La guardiana di Putin e del gas non c’era più e gli americani hanno capito che il presidente russo era diventato più pericoloso ma anche più vulnerabile. Per due mesi gli Usa hanno avverto dell’invasione dell’Ucraina perché sapevano che contestando, come hanno fatto, il Nord Stream 2 si apriva una falla. I gasdotti sono stati il cordone ombelicale che ha legato Mosca all’Unione europea, la dipendenza dava a Putin un senso di sicurezza, lo strumento per condizionare gli europei e renderli più docili e interessati alle sorti della Russia.

Quando Mosca ha capito che con il debole cancelliere Scholz il Nord Stream 2 non sarebbe stato al sicuro ha cominciato le minacce all’Ucraina che in precedenza russi e tedeschi avevano pagato perché non protestasse troppo per la realizzazione del gasdotto, assai temuto dalla Polonia in quanto visto come uno strumento di espansione dell’influenza Putin. Gli americani per altro avevano già messo alle corde anche la Merkel, obbligandola ad acquistare quantitativi di gas liquido americano di cui Berlino allora non aveva alcun bisogno.

9 replies

  1. “ma credeva che al massimo Putin si sarebbe fermato al Donbass” da questo punto in poi, ovvero quando gli USA hanno capito che il Donbass per Putin era solo una scusa, la guerra ha preso una direzione molto diversa, cosa che col senno di poi, vedendo adesso le interviste passate di Putin tutto torna

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    • Martello, immagino che la citazione del soldatini Nato da divano Severgnini sia sarcastica. Ad espandersi finora, obiettivamente, è stata solo la Nato e lo ha fatto in un modo stupido ed arrogante, ignorando questioni fondamentali che avrebbe dovuto e potuto considerare, quantomeno strategicamente (e mi fermo a strategicamente…) se davvero non si voleva una guerra. Altrimenti si tratta di ipocrisia e doppia morale: da soldatini Nato da divano come Severgnini me lo aspetto, da persone un “tantino” più serie ed oneste intellettualmente no.

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  2. Un Europa unita, che avesse corretti rapporti diplomatici e di collaborazione con la Russia sarebbe la prima potenza mondiale.
    Ma la storia ci ricorda bene che gli Stati europei, in qualsivoglia loro forma, sono sempre stati in guerra tra loro.
    E la storia non dimentica.
    Missione impossibile, temo.

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  3. Ora che gli avversari si sono dimostrati più capaci, più capitalisti, più strateghi e più predatori, ora che vincono la partita del liberismo e tengono gli USA per le palle; gli inventori del giocattolo, hanno deciso di romperlo, riscrivere le regole e obbligare tutti a uniformarsi all’America ALL.
    E noi, colonia periferica dell’impero, sempre attaccati alla catena del Padrone.
    Ora sostituiamo una dipendenza con un’altra, molto più cara e molto più impattante….a me sembra tutta una follia suicida, oltre che sudicia.

    Ecco il progetto Americano.
    (Consiglio a tutti di ripassarsi la storia di Breton Woods)

    Segnalo:

    https://www.startmag.it/economia/nuova-bretton-woods/

    ECONOMIA
    Perché è tempo di una nuova Bretton Woods. Report Ft
    Yellen di Redazione Start Magazine

    La segretaria al Tesoro degli Stati Uniti ha chiesto una nuova Bretton Woods e una revisione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. L’approfondimento del Financial Times

    Janet Yellen, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha fatto qualcosa di importante e, per la maggior parte, sottovalutato la scorsa settimana. Ha collegato il commercio ai valori. Scrive il Financial Times.

    In un discorso al Consiglio Atlantico di Washington, la segretaria ha chiesto un nuovo quadro di Bretton Woods e una revisione delle istituzioni del FMI e della Banca Mondiale, entrambe le quali stanno tenendo le loro riunioni annuali questa settimana.

    Ha anche chiarito che la guerra di Vladimir Putin in Ucraina e il fallimento della Cina nell’unirsi agli Stati Uniti e a più di 30 altre nazioni nelle sanzioni alla Russia è un punto di snodo per l’economia globale.

    In futuro, la politica commerciale degli Stati Uniti non comporterà più il semplice abbandono dei mercati a se stessi, ma piuttosto sosterrà alcuni principi – dalla sovranità nazionale e un ordine basato sulle regole alla sicurezza e ai diritti del lavoro. Come lei ha detto, l’obiettivo dell’America non dovrebbe essere solo “un commercio libero ma sicuro”.

    Ai paesi non dovrebbe essere permesso di usare la loro “posizione di mercato in materie prime, tecnologie o prodotti chiave per avere il potere di interrompere la nostra economia o esercitare una leva geopolitica indesiderata”. Questo era chiaramente un cenno alla petropolitica russa, ma potrebbe altrettanto facilmente coprire la produzione di chip taiwanese o l’accaparramento cinese di minerali di terre rare o, durante la pandemia, le attrezzature di protezione personale.

    Yellen ha coniato una nuova parola per questa era post-neoliberale: “friend-shoring”. Gli Stati Uniti ora favorirebbero “l’amichevole trasferimento delle catene di fornitura a un gran numero di paesi fidati” che condividono “un insieme di norme e valori su come operare nell’economia globale”. Cercherà anche di creare alleanze basate su principi in aree come i servizi digitali e la regolamentazione della tecnologia, simile all’accordo fiscale globale dell’anno scorso (che lei ha guidato).

    Questa non è l’America Alone e nemmeno l’America First. Ma riconosce l’esistenza di un’economia politica in cui il libero scambio può essere veramente libero solo se i paesi operano con valori condivisi e un campo di gioco uniforme.

    Questo è diverso – e, in alcuni aspetti cruciali, non lo è – dall’era neoliberale che sta passando. Il termine “neoliberalismo” è stato usato per la prima volta nel 1938, al Walter Lippmann Colloquium di Parigi, un incontro di economisti, sociologi, giornalisti e uomini d’affari che volevano trovare un modo per proteggere il capitalismo globale dal fascismo e dal socialismo.

    Era un momento che per molti versi coincideva con il nostro. L’Europa era stata fatta a pezzi dalla prima guerra mondiale. Un decennio di politica monetaria facile fino al 1929 non era stato in grado di coprire i grandi cambiamenti politici ed economici che avevano creato enormi spaccature nelle società. I mercati del lavoro e le strutture familiari stavano cambiando. Una pandemia, l’inflazione, poi la depressione economica, la deflazione e le guerre commerciali avevano lasciato il continente economicamente distrutto.

    I neoliberali volevano risolvere questi problemi collegando i mercati globali. Credevano che se il capitale e il commercio fossero stati collegati attraverso una serie di istituzioni che potevano galleggiare sopra i singoli stati nazionali, il mondo avrebbe avuto meno probabilità di scendere nell’anarchia.

    Per molto tempo questa idea ha funzionato, in parte perché l’equilibrio tra gli interessi nazionali e l’economia globale non si è sbilanciato troppo. Anche durante l’era Reagan-Thatcher negli anni ’80, c’era ancora la sensazione che il commercio globale in particolare dovesse servire l’interesse nazionale. Come presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan può essere stato un libero commerciante, ma ha usato le tariffe contro il Giappone e ha anche sostenuto la politica industriale (come hanno fatto, e fanno, la maggior parte delle altre nazioni asiatiche e molte nazioni europee).

    Negli Stati Uniti, questo ha cominciato a cambiare durante l’amministrazione Clinton, che ha orchestrato una serie di accordi di libero scambio culminati con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, nella speranza che il paese sarebbe diventato più libero mentre diventava più ricco. Questo, ovviamente, non è successo. E ora, finalmente, i leader di tutto il mondo stanno riconoscendo la realtà del problema “un mondo, due sistemi”.

    La Yellen dice che spera che “non finiamo con un sistema bipolare”, in particolare dato quanto la Cina stessa abbia beneficiato del sistema neoliberale. “Ma sono emersi problemi reali”, riconosce. “La Cina si affida in molti modi alle imprese statali e si impegna in pratiche che credo danneggino ingiustamente i nostri interessi di sicurezza nazionale”. Le catene di approvvigionamento delle multinazionali, “pur essendo diventate molto efficienti ed eccellenti nel ridurre i costi aziendali, non sono state resistenti”. Entrambe le questioni, dice, devono essere affrontate.

    Il bivio di oggi non è diverso da quello che hanno affrontato i pensatori neoliberali che hanno creato il sistema originale di Bretton Woods. Non sono partiti da un’idea di laissez-faire dei mercati che operano per se stessi, ma piuttosto da un problema molto umano: come ricucire un mondo devastato dalla guerra per creare una società più sicura e coesa, in cui la libertà e la prosperità fossero garantite. I mercati non potevano farlo da soli. Erano necessarie nuove regole.

    Ed è proprio dove siamo ora. Si può sostenere, come farei io, che un cambiamento del pendolo è dovuto. Il capitalismo globale, negli ultimi 20 anni in particolare, ha semplicemente corso un po’ troppo avanti rispetto alle preoccupazioni interne di alcuni singoli stati nazionali. Paesi con quadri politici, economici e persino morali selvaggiamente diversi non hanno giocato tutti con le stesse regole globali. In queste circostanze, i mercati equi e liberi cominciano a rompersi.

    Il processo di creazione di una nuova Bretton Woods è appena iniziato. Ma iniziare con i valori che le democrazie liberali vogliono sostenere è un buon punto di partenza.

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  4. L’America, che impone all’Europa di entrare in una Medioevo energetico, ha smesso o no di importare petrolio dalla Russia, come da decreto?

    Segnalo:

    ECONOMIA & LOBBY
    Gli Stati Uniti continuano a comprare petrolio russo. C’è tempo fino al 22 aprile e le petroliere attraccano nei porti Usa

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/04/gli-stati-uniti-continuano-a-comprare-petrolio-russo-ce-tempo-fino-al-22-aprile-e-le-petroliere-attraccano-nei-porti-usa/6547865/

    I dati Eia (Energy Informations Administration) mostrano come lo scorso marzo gli Stati Uniti abbiano acquistato in media 89mila barili al giorno di greggio russo a fronte di un consumo giornaliero di quasi 20 milioni di barili. In marzo gli operatori hanno registrato diversi movimenti di petroliere con greggio russo approdate negli Usa, spesso dopo aver trascorso giorni di limbo ancorate in qualche porto internazionale o al largo delle coste statunitensi in attesa di decifrare meglio cosa era permesso fare e cosa no.
    di Mauro Del Corno | 4 APRILE 2022

    Un po’ di petrolio russo lo stanno comprando anche gli Stati Uniti. Lo scorso 8 marzo la Casa Bianca ha messo al bando gli idrocarburi della Russia ma ha dato tempo agli operatori fino al 22 aprile prossimo per muovere e ricevere i cargo con consegne concordate prima dello stop. Nel frattempo il petrolio russo fa gola: è tanto e costa poco. A causa dei timori per e dello “stigma” che lo accompagna viene venduto a saldo. I dati Eia (Energy Informations Administration) mostrano come lo scorso marzo gli Stati Uniti abbiano acquistato in media 89mila barili al giorno di greggio russo a fronte di un consumo giornaliero di quasi 20 milioni di barili. In particolare nella prima settimana di marzo la media di import di petrolio russo è stata di 148mila barili. Dopo l’annuncio del bando gli acquisti sono precipitati a 38mila barili per poi riprendersi nella terza e nella quarta settimana del mese salendo a 70mila e 100mila barili/giorno. Ai valori attuali significa staccare ogni giorno un assegno per Mosca da 10 milioni di dollari. In assoluto non sono valori particolarmente elevati. Nello stesso mese del 2021, ad esempio, la media giornaliera degli acquisti era di 127mila.

    In marzo gli operatori hanno registrato diversi movimenti di petroliere con greggio russo approdate negli Usa, spesso dopo aver trascorso giorni di limbo ancorate in qualche porto internazionale o al largo delle coste statunitensi in attesa di decifrare meglio cosa era permesso fare e cosa no. La “Minerva Clara” utilizzata da British Petroleum, dopo aver atteso giorni al largo, è ad esempio ora ormeggiata a Portland, in Texas. Il cargo di prodotti petroliferi “Elli” che si è rifornito a Novorossiysk, nel Sud della Russia, è ora in Florida.

    Con lo sviluppo del settore dello shale oil (estrazione di petrolio da sabbie bituminose) gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore di petrolio al mondo davanti a Russia ed Arabia Saudita. In teoria gli Usa sono autosufficienti, sono anzi diventati esportatori netti. Non significa che possano del tutto fare a meno dell’import. Sia per ragioni di mercato sia perché alcune raffinerie hanno necessità di miscelare il petrolio estratto in casa con altre qualità reperibili altrove. Così lo scorso anno gli Usa hanno comprato dalla Russia 20,4 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati al mese, versando a Mosca una cifra che è verosimile indicare in prossimità di 2 miliardi di dollari al mese.

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