Cave canem (robot), a Pompei c’è Spot

(Di Giovanni Vasso – civiltadellemacchine.it) – Cave canem (robot). A Pompei c’è Spot che fa la guardia contro vandali, ladri e tombaroli al parco archeologico. Quattro zampe meccaniche gli consentono di infilarsi in tutta sicurezza praticamente ovunque. “Armato” di videocamere e sensori, Spot si muove silenzioso tra le rovine dell’antica città ai piedi del Vesuvio. Non abbaia ma fa di meglio: raccoglie montagne di dati e li invia direttamente alla centrale operativa. Il robot della Boston Dynamics si occuperà di monitorare l’area del complesso archeologico più frequentato del mondo facendone una mappa utile agli esperti per capire se, ed eventualmente dove, programmare nuovi scavi o più banali interventi di manutenzione. 
Ad accompagnare Spot nelle sue “passeggiate” al Parco, ci sarà il drone Leica Blk2Fly. Equipaggiato con un sofisticato sistema laser, il drone si occuperà della scansione in 3D delle domus e dell’intero complesso archeologico pompeiano, consentendone una mappatura fedele e rigorosa, in completa autonomia. Va da sé, dunque, che il controllo si estenderà rapidamente anche al contrasto dei possibili vandali e ladri (non soltanto di souvenir) che, nonostante la terribile maledizione che pure incombe sul capo di chi sottrae reperti a Pompei, continuano a rubare nel parco archeologico.
Spot e il suo “amico” drone potrebbero dunque rivelarsi alleati importantissimi per contrastare i tombaroli che, negli anni, hanno inferto danni pesantissimi al sito archeologico di Pompei. Alimentando un mercato illegale e sommerso che ogni anno macina, in tutto il mondo, un “fatturato” di milioni e milioni di euro e che rischia di sottrarre agli studiosi e agli archeologi, per sempre, ritrovamenti importanti e rischia di far perdere siti interessanti sacrificandoli all’imperizia e all’avidità dei mercanti di reperti.


Un caso emblematico è accaduto proprio a Pompei, qualche anno fa, nell’ambito di un’inchiesta dei carabinieri coordinata dai magistrati della Procura di Torre Annunziata, nell’area di Civita Giuliana fu scoperta un’antichissima stalla di cavalli. Oltre agli interessantissimi reperti archeologici, fu possibile estrarre, da quell’area, il calco di un cavallo morto durante l’eruzione del 79 d.C. La scoperta, però, non fu degli archeologi né dei carabinieri ma di un gruppo di tombaroli. E si deve solo alla fortuna e all’intervento delle forze dell’ordine se quel sito non rovinasse sotto le ingiurie del tempo e dei predoni. 
Non solo tutela dell’esistente, però. Ma anche esplorazione. Le capacità digitali e robotiche di Spot, unite alla sua agilità, fanno sperare studiosi e archeologi anche per lo sviluppo e per le nuove scoperte nel sito di Pompei. Le meraviglie della città sommersa dall’eruzione del Vesuvio non sono state tutte scoperte, Pompei è uno scrigno ancora da scoprire e, insieme, da tutelare. Ma non si può scavare in maniera indiscriminata: il rischio, che Pompei condivide con ogni sito archeologico dell’orbe terracqueo, è quello di perdere tempo, soldi e, soprattutto, di “guastare” aree già interessanti. Si tratta di una necessità che l’archeologia in generale inizia a sentire come pressante. Per queste ragioni, lo scorso anno, è partito un progetto che si propone di innovare la ricerca sul terreno. 

Quasi un’archeologia “di precisione” che si basa sul “lavoro” di satelliti e robot che, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, riesca a indicare alle spedizioni dove scavare in tutta sicurezza e con la più alta probabilità di trovare qualcosa. Attualmente c’è già chi si rivolge ai satelliti per ottenere “dritte” sui posti da indagare. La rete di Copernicus offre immagini che, sottoposte al vaglio dell’occhio (umano) esperto, possono restituire informazioni utili alle equipe di archeologi. Ma i ricercatori puntano ad affinare la tecnologia e a mettere a punto algoritmi e strumenti che riescano, in modo autonomo, a dare indicazioni interessanti agli studiosi. 
Tra i protagonisti di queste ricerche sono l’Istituto italiano di tecnologia e l’Agenzia Spaziale Europea. Il progetto “Cultural landscape scanner”, partito circa un anno fa, punta all’acquisizione satellitare, e quindi all’analisi, di immagini di terreno sotto cui potrebbero nascondersi degli autentici tesori artistici e storici. Si studiano algoritmi in grado di rivelare, inoltre, lo stato di “salute” di un sito, che aiutino gli studiosi a capire lo stato di conservazione e l’eventuale degrado patito. 

La tecnologia, dunque, al servizio dell’archeologia per aiutarci a scrivere la storia. Il tempo svelerà quale impatto potranno avere queste tecnologie sul lavoro degli studiosi. E se satelliti e robot potranno anche solo pareggiare il contributo che, da mezzo secolo a questa parte, sta dando – per esempio – il metodo della datazione al carbonio 14 dei reperti. 
Intanto è divertente constatare come, ancora una volta, sia la “scienza” a inseguire la fantascienza. Anche (o forse soprattutto…) sul tema della tecnologia, l’archeologia si trova a inseguire la sorella “cattiva”, la pseudo archeologia, quella che pretende di scovare misteri in ogni angolo, ormai, non più della Terra ma di tutto l’Universo. Gli Indiana Jones del Cosmo utilizzano le immagini inviate da Marte dai rover e dalle sonde spediti in orbita dalla Nasa, pretendendo di aver scoperto sul pianeta rosso, piramidi, costruzioni, sfingi di ogni forma e dimensione. Si tratta, chiaramente, di semplice “pareidolia”, cioé di illusioni ottiche. Il caso più celebre è quello del (molto) presunto Volto Umano di Marte che sarebbe stato fotografato dalla sonda Viking 1 nel luglio del ‘76. Su cui, però, negli anni è fiorita un’autentica “letteratura” fanta-archeologica. 
Se le conclusioni sono (ovviamente) sballate, non è detto che però lo sia anche il metodo. E magari chissà, grazie ai satelliti che guardano dall’alto e ai cani Spot che esploreranno i cunicoli, saremo capaci di scoprire chissà cos’altro del nostro passato.