Governo delle carezze e dei cazzotti: sdraiato con l’Ue, duro con gli italiani

Lo stato di guerra è già calato sul pubblico dibattito. E chi non si adegua è sospetto.

(Federico Novella – laverita.info) – «Questa mano può essere piuma e può essere ferro». La filosofia di uno statista come Mario Brega, il burbero attore romano delle commedie di Carlo Verdone, è quella che negli ultimi tempi sembra ispirare le mosse del governo. Peso piuma, negli affari strategici internazionali; pugno di ferro, nelle questioni di casa nostra. Sdraiati in politica estera, ma con la schiena drittissima quando occorre fronteggiare i malumori dei partiti e dei cittadini tramortiti dai rincari. Insomma, dal governo del bipolarismo al governo bipolare.

L’esecutivo versione piumata trova la sua soffice ragion d’essere in una frase del premier nell’ultima conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Se la Ue ci propone l’embargo del gas, saremo ben contenti di seguire». Ben contenti. Se il rischio è quello di tornare all’età della pietra, noi chineremo allegramente la testa, e andremo avanti ben contenti accendendo candelabri. Sicuramente non saranno contente le 46 industrie italiane, in testa le siderurgiche, che in caso di embargo totale saranno costrette a chiudere, come ha scritto ieri La Stampa. E senz’altro non saranno contenti quei 600.000 lavoratori che, secondo lo stesso Mef, potrebbero restare disoccupati. Eppure, mentre in Europa si approvano sanzioni che costeranno 400 milioni di euro solo al settore arredamento, e a Strasburgo si firmano risoluzioni per l’embargo totale, negli alti consessi l’Italia piumata risulta non pervenuta, ben disposta a lasciarsi trasportare dalla corrente (non quella elettrica, che verrà probabilmente razionata). Anziché dichiararci felici di farci inchiodare la bara, forse potremmo fare come la Germania, che si è detta pronta a collaborare, ma non disposta a restare a secco di gas nell’immediato. Basterebbero poche parole ben pesate come queste: «Siamo contrari a tagliare il gas russo, perché a differenza di altri, ne siamo molto dipendenti. Tutte le sanzioni che fanno più male a noi che alla Russia sono sbagliate». (Parole del ministro delle Finanze. Ma non italiano: austriaco).

Eppure, come d’incanto, il governo delle carezze quando si rivolge ai suoi cittadini in patria gonfia il petto. Sfodera una volontà d’acciaio. E con piglio militaresco mette gli italiani di fronte all’aut aut: «Volete la pace o il condizionatore acceso?». Tertium non datur. Come se l’energia elettrica fosse un lusso da bambini viziati, e non servisse invece a far carburare fabbriche e ospedali. Il tutto comunicato con una poderosa dose di supponenza paternalistica, come se gli italiani anche stavolta non meritassero un trattamento da adulti.

D’un tratto, insomma, il governo piuma lascia spazio al governo di ferro, anche nei confronti dei partiti della maggioranza. Quasi ricercando in Italia l’autostima perduta oltreconfine. Un po’ come quegli impiegati che fanno la voce grossa a casa dopo una giornata di inchini al capoufficio. Modifiche alla delega fiscale? «Non se ne parla». Ne discutiamo? «No, forse mettiamo la fiducia». Lo scostamento di bilancio? «Neanche per sogno». E davanti alla richiesta di rinegoziare il Pnrr, avanzata tra gli altri dal governatore Luca Zaia, il ministro dell’Economia, Daniele Franco, non arretra di un millimetro: «Giammai».

È lo stesso governo di ferro che nei retroscena giornalistici lascia filtrare «irritazione e insofferenza» nei confronti delle forze politiche, ormai equiparate alle zanzare nel giorno di Ferragosto: assillanti, fastidiose, e sotto sotto, inutili. Colpevoli di aver osato anche solo pensare che qualcuno voglia alzare le tasse in un momento catastrofico come questo. Ma sappiamo bene che a pensar male talvolta ci si azzecca, almeno a leggere le frasi del sottosegretario Cecilia Guerra (nomen omen): «Politiche di redistribuzione non mi sembrano una cosa sbagliata». Ma ormai è troppo tardi: lo stato di guerra è già calato sul pubblico dibattito. Chi non si adegua è inquadrato come agente sospetto. Anche quei partiti recalcitranti mossi certamente da biechi interessi elettorali, ma comprensibilmente non disposti a fare del Parlamento la portineria di Palazzo Chigi. «Terrorismo comunicativo», dice il segretario del Pd, Enrico Letta. E Massimo Franco, sulle pagine del Corriere della Sera, evoca l’intelligenza col nemico: «Sembra quasi che la Russia tenti di chiamare a raccolta i suoi alleati italiani» per spingere «Draghi verso un approccio più morbido». Insomma, chi non si allinea alla politica economica del governo sarebbe in sostanza un traditore della patria al soldo di Mosca: siamo già arrivati a questo punto? Più che la scelta tra la pace e condizionatore, verrebbe da chiedersi: «Preferiamo ragionare, o spegnere, con il gas, anche il cervello?».

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