Anche i guerrafondai scoprono il compromesso

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Premesso che le notizie in arrivo da Ucraina e Russia vanno prese con le pinze, perché la disinformatia è nata e cresciuta con l’impero sovietico – e dunque da quelle parti si fa fatica a distinguere il vero dal falso – in queste ore si discute molto di tregua. Alcuni siti parlano addirittura di una proposta di pace inviata da Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin tramite l’ex patron del Chelsea, Roman Abramovich. In base a queste notizie, il presidente ucraino sarebbe disposto a certe condizioni a garantire la neutralità del suo Paese, accettando di non entrare nella Nato e nemmeno nella Ue. Non solo, Zelensky avrebbe fatto qualche apertura pure sulla Crimea e sul Donbass: non sappiamo in cosa consista lo spiraglio, ma è possibile che sia possibile una rinuncia, per lo meno parziale, dei diritti vantati da Kiev sulle due regioni occupate dai russi. Qualcuno si è addirittura spinto più in là, evocando la possibilità che per l’Ucraina sia presa in considerazione una soluzione coreana, ovvero una divisione del Paese come avvenne negli anni Cinquanta dopo una guerra tra Nord e Sud. In pratica, la parte Sudest del Paese, insieme alla penisola che si affaccia sul mare di Azov, finirebbe sotto il controllo di Mosca. Il resto rimarrebbe invece in mano a Kiev e dunque all’Occidente, anche se, a fronte di un cessate il fuoco che ne garantisse l’indipendenza, l’Ucraina rinuncerebbe al progetto di entrare in Europa e nell’Alleanza atlantica. Al momento in cui scrivo non so se l’ipotesi abbia perso consistenza oppure no, tuttavia la Turchia, che si è intestata un tentativo di metter pace tra i due Paesi, fa sapere che un accordo sarebbe vicino.

Non so se alla fine questo sarà il punto di caduta dell’intesa o se, come è già successo nei giorni scorsi, tutto sarà smentito e i bombardamenti continueranno. Però, più la guerra procede e più, nonostante i proclami bellicosi dall’una e dall’altra parte (in particolare da quella atlantica, che non si fa scrupolo di sostenere la lotta dura senza paura ancorché a combattere siano gli ucraini), si capisce che a un compromesso bisogna arrivare e l’accordo passa inevitabilmente dalla cessione di un pezzo di territorialità dell’Ucraina alla Russia. Sì, ormai nessuno si scandalizza più e si parla senza problemi di un Paese costretto a rinunciare alle province russofone e alla Crimea, ormai da otto anni annessa con la forza da Mosca. Anzi, qualcuno – in questo caso la Gran Bretagna – lascia trapelare che le sanzioni contro la Russia potrebbero essere allentate a seguito di un cessate il fuoco e un ritiro delle truppe. Londra non spiega fin dove dovrebbe arretrare l’armata rossa, se cioè rientrare nei propri confini o limitare a schierarsi nel Donbass, ma pare evidente che anche nel Regno Unito comincino a pensare come permettere ai due contendenti, cioè a Zelensky e a Putin, di uscire da questa guerra senza perdere la faccia e senza calare le braghe.

Preciso che chiunque, fino a ieri, parlasse di una trattativa per uscire da una situazione altamente pericolosa era giudicato un imbelle, che assiste passivamente a una guerra rinunciando a difendere gli ideali di libertà degli ucraini. Qualche collega si è perfino spinto a sostenere che parlare di negoziato equivaleva a parlare di resa e ciò era altamente immorale, in quanto eravamo in presenza di un aggredito e di un aggressore ed era necessario difendere il primo. Dopo un mese di combattimenti, senza che le sanzioni adottate contro Mosca abbiano ottenuto l’effetto di fermare Putin, anche i più irriducibili guerrafondai da salotto cominciano a chiedersi se per fermare il massacro non si possa concedere qualche cosa. Anche perché, come ho sempre detto, le misure economiche fanno male a chi le riceve, ma anche a chi le mette. Così, dopo una reazione unitaria solo a parole, nella Ue si cominciano a scorgere i primi distinguo e anche le prime liti. Nonostante le rassicurazioni dei governi, le conseguenze della guerra sui prezzi dei combustibili e delle materie prime sono devastanti e in grado di spingere la Ue verso la recessione. A chi spiegava con sufficienza che si poteva fare a meno del gas russo, adesso è chiaro che per rinunciarvi ci vorranno anni, e nel frattempo siamo alla mercé del despota del Cremlino. Il quale ha chiesto che le forniture si paghino in rubli e non più in dollari, così da sostenere l’economia del suo Paese, ma anche da danneggiare quella della Ue, che vedrebbe lievitare la sua spesa energetica, con effetti devastanti sulla tenuta dei conti. Che il nodo combustibili sia tutt’altro che sciolto, lo dimostra anche il ricompattamento dei Paesi Opec (di cui la Russia fa parte) e la freddezza con cui la Cina continua a guardare le reazioni europee contro Mosca. Ai vertici di Bruxelles, i capi di governo l’hanno fatta facile, immaginando di mettere un tetto ai prezzi fuori controllo di metano e petrolio, ma ogni giorno che passa si capisce che fermare la corsa ai rincari è quasi impossibile. A questo punto, fermare la guerra forse è più facile. Perché i principi sono una cosa, il BU-SI-NESS, come direbbe Massimo D’Alema scandendo bene le sillabe, un’altra.

6 replies

  1. Premesso che le notizie in arrivo da Ucraina e Russia vanno prese con le pinze,
    perché la disinformatia è nata e cresciuta con l’impero sovietico – completo la frase che il correttore d’idee automatico
    deve avergli cancellato in fase di scrittura – ed ha trovato alimento fertile nella stampa occidentale libera

    e scusare se non ROTFL, non mi pare il momento

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  2. La paura fa 90
    E il primo aprile è prossimo.
    No rublo no gas no petrolio,

    Cominciano le vistose retromarce, tra non molto zalenski sarà considerato per quello che realmente è, una marionetta.

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  3. Sul sito L’ antidiplomatico c’è appello del comitato No guerra da inviare ai senatori con indirizzo mail di tutti…..inviate mail per fermare la guerra!

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