I giudici: incompatibilità e carriere. Le promozioni del Csm e come le ribalta il Tar

(Milena Gabanelli e Virginia Piccolillo – corriere.it) – Le promozioni di giudici e pubblici ministeri le fa il Consiglio Superiore della Magistratura, loro organo di autogoverno. Se un candidato escluso non è soddisfatto fa ricorso al Tar e, al grado successivo, al Consiglio di Stato. Entrambi possono annullare la nomina. Succede sempre più spesso. Vediamo qualcuna di queste decisioni.

Nel luglio 2020 Pietro Curzio e Angelo Spirito fanno domanda per la carica di primo presidente di Cassazione. Il Csm nomina Pietro Curzio. Da giovanissimo Spirito era stato giudice istruttore al maxiprocesso contro la Nuova Camorra organizzata che portò al più noto errore giudiziario della storia: la condanna di Enzo Tortora, anche se a occuparsene direttamente era stato Giorgio Fontana (che poi lasciò la magistratura). Spirito non ne fu ritenuto responsabile, e non fu perseguito disciplinarmente, ma forse quella vicenda, formalmente inutilizzabile, nella valutazione del Csm ha avuto un peso. Spirito fa ricorso al Tar, che gli dà torto, e poi al Consiglio di Stato, che invece gli dà ragione e il 14 gennaio scorso annulla la nomina di Pietro Curzio. Motivo: l’anzianità di funzioni da giudice di legittimità di Spirito è di 23 anni, mentre quella di Curzio di 12 anni e mezzo. A questo punto il Csm deve procedere a nuova nomina e, la settimana dopo, alla presenza del presidente Sergio Mattarella, riconferma Curzio. Con nuove motivazioni. Più della durata nelle funzioni di legittimità, che comunque è «superiore a 6 anni», dice in sintesi la motivazione, va considerata la «massima intensità» dell’esperienza da entrambi svolta in maniera «eccellente». Requisito che li renderebbe «equivalenti». In più, valuta il Csm, Curzio ha una maggiore esperienza nell’ufficio spoglio e nella formazione dei magistrati. Spirito ha già presentato il ricorso al Tar denunciando la violazione del giudicato.

Le accuse incrociate

È stata annullata anche la nomina a procuratore capo di Roma di Michele Prestipino, preferito dal Csm al pg di Firenze Marcello Viola, perché finito in un intrigo di nomine pilotate. Il secondo era procuratore generale e quindi aveva più titoli del primo che invece era procuratore aggiunto. Il Csm rivota e la spunta il terzo contendente, il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. La polemica sotterranea tra il Csm e i «cugini» della giustizia amministrativa, pronti ad accogliere i ricorsi e a stoppare nomine di candidati «inadeguati», continua. Anzi cresce con le accuse incrociate di pretendere dagli altri ciò che non si fa al proprio interno. Del resto le decisioni non comprensibili prese da Tar e Consiglio di Stato non sono poche.

La carriera: dove il Csm blocca, il Tar sblocca

Rilevante quella sul giudice Giuseppe De Benedictis. Lui aspirava a diventare presidente aggiunto dei gip di Bari. Il Csm gli aveva tarpato le ali con una valutazione negativa, ricordando un suo arresto nel 2010 per detenzione illegale di armi: vicenda da cui era stato prosciolto nel procedimento penale e in quello disciplinare. Il Tar gliele aveva restituite: visto che lo avevano scagionato non potevano non promuoverlo. Pochi giorni dopo però un nuovo arresto: trovato in casa un arsenale e 60 mila euro nascosti nelle prese elettriche. Secondo gli inquirenti, mazzette per scagionare mafiosi delle famiglie criminali baresi, foggiane e garganiche. Dalla magistratura De Benedictis se n’è andato da solo. Per la «vergogna». A Vincenzo Montemurro, nel 2017, il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio revoca la delega delle indagini antimafia. Era saltata fuori una censura che gli era stata inflitta dal Csm per violazione del dovere di riservatezza «di primaria importanza» per le indagini antimafia. Si tratta di «prerequisito di qualsiasi magistrato addetto alla procura», scrive il procuratore, pur attestando serietà, capacità e dedizione del collega. Il Tar respinge le obiezioni e riassegna la delega a Montemurro con la seguente motivazione: l’articolo 102 del codice antimafia chiarisce che «le designazioni avvengono tenuto conto delle specifiche attitudini» descritte dall’articolo 3 della circolare 24930 che «non fa menzione né dei precedenti disciplinari, né delle circostanze che possono mettere in dubbio il riserbo del magistrato». Ma c’era bisogno di scriverlo?

«Lei non sa chi sono io»

Poi c’è Giorgio Alcioni, un giudice di Milano in rotta di collisione con un barista che voleva aprire un bar nel palazzo dove lui abitava. Tenta in tutti i modi di bloccare la pratica. Poi nomina consulente per una perizia Ctu in un suo processo lo stesso perito che doveva dirimere la sua controversia condominiale. Il barista lo denuncia. Brescia apre un’indagine. Al Csm scatta la valutazione negativa, ma il Tar del Lazio l’annulla: ha diritto a fare carriera. Il giudice è stato condannato pochi giorni fa in via definitiva per concussione a due anni e sei mesi. Al pm di Matera Annunziata Cazzetta il Csm dà una valutazione negativa sulla progressione di carriera. Non si era astenuta dal procedimento su un giornalista da lei stessa querelato. Il Consiglio di Stato il 13 febbraio 2019 l’annulla «la motivazione è generica». Il Csm allora specifica ed enumera tutti i procedimenti in cui la pm era parte in causa e non si era astenuta. Il Consiglio di Stato annulla ancora: il Csm avrebbe dovuto rivalutare l’imparzialità senza considerare elementi nuovi.

Chi nomina i giudici amministrativi

L’equivalente del Csm per i giudici amministrativi è il Cpga (Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa): la condizione di nomina è l’anzianità. Ai giudici amministrativi si ricorre per essere tutelati nei confronti della pubblica amministrazione, con una pronuncia oggettiva e imparziale. Eppure si registrano impugnazioni e si ascoltano, nelle sedute del plenum trasmesse da qualche mese in diretta su radio Radicale, vicende non proprio lineari. Vediamo un esempio. Il giudice Giuseppe Daniele nel 2019 fa domanda a presidente del Tar Marche. Viene respinta perché la figlia è avvocato amministrativista proprio ad Ancona e potrebbero trovarsi faccia a faccia in giudizio. Lui fa ricorso e nel frattempo viene nominato alla III sezione del Tar del Lazio. A giudicare il suo ricorso è un collega della stessa sede. Gli dà ragione: non c’è incompatibilità, basta l’astensione. Il Consiglio di Stato ribalta la decisione: c’è una «presunzione di assoluta incompatibilità» quando gli uffici giudiziari hanno un’unica sezione, come quello di Ancona, «a tutela non solo della sostanza, ma della semplice apparenza di imparzialità». Nel 2021 la sede del Tar Marche si rilibera. Giuseppe Daniele ritenta. La figlia nel frattempo ha vinto un concorso come avvocato o funzionario legislativo della Regione Marche e i suoi atti saranno oggetto di giudizio davanti al padre. Allora lei il 15 dicembre si cancella dall’albo della libera professione. È un atto scontato, gli avvocati della Regione hanno un albo speciale al quale lei si potrà iscrivere. Ma tanto basta per far dimenticare al Cpga la potenziale incompatibilità in giudizio: subito il giorno dopo il plenum nomina Daniele presidente. E la «sostanza»? E «l’apparire imparziale», dove sono finiti?

Incompatibilità per figli e parenti

La risposta la dà, in diretta radio, il presidente della commissione che si occupa delle nomine, Giampiero Lo Presti: «Mai questo consiglio di presidenza ha valutato ragioni di incompatibilità per coniugi o parenti, dipendenti pubblici soggetti alla giurisdizione amministrativa. Men che mai è stato fatto, e abbiamo ripetuti casi, allo stato anche attuali, di presidenti nominati con parenti, figli, mariti, mogli nell’Avvocatura dello Stato». E, se non fosse chiaro, aggiunge: «Quindi questa dilatazione, diciamo, del concetto di incompatibilità che oggi ci viene prospettata in relazione ad una situazione non attuale ma ipotetica futura è tale che dovrebbe portarci a ritenere sussistenti incompatibilità per tutti i rapporti con parenti o coniugi dipendenti della pubblica amministrazione o addetti ad uffici legali di avvocature pubbliche e quant’altro». Tutti sono avvertiti. A partire dal singolo cittadino che dovesse trovarsi di fronte come avvocato o avversario il figlio o il fratello del giudice, magari presidente, sappia che è inutile protestare.

Quando il Consiglio di Stato dice no e non motiva

Con qualcuno la severità c’è, più che con altri. Nella seduta del 16 dicembre 2021 si deve nominare il presidente del Tar Piemonte. Viene proposto dalla commissione (all’unanimità) il consigliere Silvestro Maria Russo. Ma il plenum dice: «no». Motivandolo con ritardi nel deposito delle sentenze, sebbene siano stati recuperati. Nella seduta successiva si deve decidere il presidente della III sezione del Tar Lazio. La commissione è di nuovo favorevole a Russo. Si va al dibattito. Russo, al momento della nomina, ritardi non ne ha più, ma la votazione segreta lo impallina ancora. Senza alcuna motivazione. Al punto che l’allora Presidente del Consiglio di Stato, Patroni Griffi, commenta: «Vorrei sapere cosa scrivete dentro questo diniego. Mi pare un atto suicida». E lascia l’aula affermando che, per la prima, è stata votata una delibera «immotivabile». Lo seguono altri consiglieri per cui la seduta termina. Arriva il nuovo Presidente del Consiglio di Stato, Franco Frattini, che affronta il caso proponendo di formulare due proposte motivate, quella favorevole e quella contraria. Il voto rimarrebbe segreto, ma quantomeno accompagnato da una motivazione. Quella motivazione che il giudice amministrativo pretende per le nomine del Csm. Si levano mugugni con la scusa che la «segretezza potrebbe venire meno». Si attende una risposta.

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