Il racket del bracciantato e il controllo mafioso dell’attività sono una realtà per nulla invisibile

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Li chiamiamo invisibili, come a giustificare la nostra indifferenza. Perché sono come polvere da mandare sotto al tappeto nelle zone buie dell’agro-industria nostro vanto. In realtà si vedono benissimo. Nelle piazze dei paesi quando è ancora buio. Dall’alba al tramonto sui campi, poi a gruppi alle stazioni di servizio, in attesa del minivan. O a piedi lungo il ciglio delle strade statali e provinciali. Qualcuno in bici, qualcun altro in monopattino. Più spesso a piedi. E quando li falciano, meritano meno di cinque righe in cronaca. Dagli allevamenti veneti, giù lungo lo stivale, per l’Emilia e poi più a Sud, nell’agro Pontino, fino ai campi di pomodoro campani, e nelle distese di serre e stalle, dalla Calabria alla Sicilia. Fanno notizia quando gli sparano, li picchiano fino a ucciderli, per abbandonarli in un fossato, nascondendone corpi e storie. Alla nostra vista e alla nostra indignazione.

Sono i braccianti venuti da lontano. Fatica e paga a giornata. Il contratto, quando c’è, ha clausole e un’infinità di però. Primo fra tutti il pizzo dovuto ai caporali. Che come ai tempi delle lotte contadine – delle Leghe e dei capi del sindacato a cui sono intestate una infinità di sigle che provano a rappresentarli – a loro volta sono al soldo dei padroni. Del territorio più che della terra. Sono le organizzazioni criminali che detengono il monopolio della forza lavoro. C’è sempre qualcuno che organizza i pulmini, decide chi sale e chi resta a terra, trattiene una quota del salario e una parte della paura. Incassa in percentuale e garantisce che a nessuno venga in mente di reclamare diritti. Esattamente quello che è accaduto ad Amendolara, Statale Ionica 106: la strada della morte la chiamano. Per via del numero di incidenti su una dorsale essenziale per muoversi in Calabria, che si incunea per chilometri tra i paesi, alla velocità di una strada ad alta percorrenza.

quattro braccianti bruciati vivi da caporali migranti come loro non sono le vittime di una faida tra urla e lamenti in dialetti lontani. Sono morti di lavoro e di sfruttamento, di un sistema che tiene insieme i soprastanti capaci di parlargli –  o quantomeno di impartirgli ordini essenziali – e di padroni, tutti localissimi, che delegano lo sfruttamento, mantenendone il controllo. Mafia: racket di manodopera nel mercato che per restare florido deve tenere bassi i salari. E reclutare senza andare troppo per il sottile. A questo serve l’intermediazione. Pagare una quota per avere produzioni economicamente sostenibili e alimentare i banchi della filiera italiana e l’export. Di loro, dei migranti, abbiamo un disperato bisogno in un Paese a denatalità crescente. Lo dicono gli indicatori economici, lo ribadiscono le associazioni degli imprenditori. Per mantenere in equilibrio il sistema abbiamo bisogno di nuovi cittadini. Che faticano a diventare tali anche quando il lavoro, sia pure con contratti capestro, riescono ad agguantarlo. Lo raccontano i dati (Rapporto “Ero straniero”) dei recenti decreti flussi, su cui ogni governo costruisce la propria politica dell’immigrazione: invece di accompagnare verso la legalità, spesso spingono verso l’illegalità. Con il decreto del 2024 meno di due su 10 sono riusciti ad arrivare fino a un permesso di soggiorno. Meno di uno su 10 con quello del 2025. Ora, possiamo chiamarli invisibili, ma diciamoci almeno con franchezza che in quella nuvola di fumo se ne va anche la nostra coscienza.