Erano i gemelli diversi e i golden boy del M5s. Poi con la trasformazione del Movimento in partito, si sono allontanati. Fino a scontrarsi apertamente nell’ultima faida scoppiata dopo la partita del Colle. La storia del rapporto tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.

(Giovanni Corneliani – tag43.it) – E pensare che nel settembre 2017, quando Luigi Di Maio venne incoronato capo politico e, dunque, candidato premier del M5s, il dualismo più aspro esplose con Roberto Fico. Sotto il sole di Rimini, mentre tutti festeggiavano sopra e ai piedi del palco di Italia 5 Stelle, la faccia più torva era quella dell’attuale presidente della Camera. Come dimenticare il chiarimento tra i due a muso duro dietro le quinte? Oppure lo stesso Fico che su quel palco non ci salì nemmeno? E i toni non proprio amichevoli di alcuni suoi fedelissimi, come Nicola Morra, mentre il futuro ministro e vicepremier veniva investito dalla base con un plebiscito senza avversari e benedetto dal suo predecessore Beppe Grillo (che così si sgravava di parecchie rogne)? Era il tempo dei “governisti” (ancora senza governo) e degli “ortodossi”. Poi le cose sono cambiate: dopo il trionfo del 2018 Luigino lavorò alacremente alla soluzione Fico per la guida di Montecitorio e Roberto ne fu felice. Ne derivò una riconciliazione in stile Un posto al sole (per entrambi) e un teatrale abbraccio “made in Campania” nella celebre auletta dei gruppi di Montecitorio, i cui muri azzererebbero tutta la classe politica se potessero parlare.

Quando per Dibba Luigi era «un esempio e un fratello»
Quel giorno, a Rimini, Alessandro Di Battista invece nemmeno era presente. Proprio in quelle ore stava per nascere Andrea, il suo primogenito, e il Che Guevara di Roma Nord intervenne pieno di gioia in collegamento video, accendendo comunque la folla da par suo. Eppure, proprio durante quelle settimane Dibba stava maturando la sua scelta di non candidarsi alle Politiche del marzo successivo. Una decisione che fu resa pubblica appena due mesi dopo, a novembre, e che avrebbe iniziato pian piano a divaricarlo dal Movimento, ma anche, va da sé, dal suo alter ego di Pomigliano. Al tempo, Di Battista stroncò le malelingue, negò che ci fossero dissidi con «Beppe» e definì Di Maio «un esempio e un fratello». Ma poi le cose sarebbero cambiate ancora e le dichiarazioni del Dibba si sarebbero via via inasprite, fino all’attacco dell’altro giorno da parte dell’ex parlamentare romano: «Credo che a Luigi interessi più salvaguardare il suo potere personale che la salute del Movimento».

L’incontro Conte-Raggi e l’idea di un tiket
Certo, i rapporti personali sono un’altra cosa e anche in politica mai dire mai. Tuttavia, oggi sembra non ci siano margini per una ricucitura tra Gigi e Ale. Il Movimento di Di Maio non potrebbe più essere quello di Di Battista, ammesso che il ministro degli Esteri voglia riprendersi la creatura scalzando il leader Giuseppe Conte e non punti invece a lasciare la nave per muoversi verso altri lidi, magari in direzione di un nascente centro politico. Proprio martedì l’ex vicepremier ha incontrato lungamente Virginia Raggi alla Farnesina e l’ipotesi di un ticket, va detto, circola da tempo nei conciliaboli pentastellati. Oppure, forse, Di Maio preferisce comandare restando dietro le quinte per evitare le rogne da capo politico che conosce bene e che lo portarono a togliersi la cravatta per raffigurare simbolicamente le sue dimissioni nel gennaio 2020.
L’asse possibile tra Conte, Di Battista e Grillo
In ogni caso, il tempo della scelta arriverà presto per il M5s: Di Maio o Di Battista? Lo stesso Conte avrà naturalmente un peso decisivo nel dilemma e il vero momento discriminante sarà quello della decisione sul tetto dei due mandati. Sembra allora facile prevedere che l’avvocato pugliese, in ottimi rapporti con Dibba, punterà a confermare il sacro vincolo delle origini, forte della sicura sponda di Grillo e della probabile contrarietà degli iscritti a ogni deroga. Di Battista ne sarebbe felice e in molti scommettono che, chiusa l’esperienza stellata nel governo Draghi, sarebbe pronto a tornare all’ovile. Ma non è così semplice, anche perché non sono pochi gli stessi contiani che finirebbero vittime della tagliola.

I gemelli diversi che hanno fatto la fortuna del M5s
La grisaglia contro l’eskimo. Le cravatte di Marinella o Talarico contro jeans e sneakers. I vertici ministeriali e i bilaterali di accreditamento presso le varie cancellerie contro i tour in camper da una città all’altra, da un palco all’altro. Eppure la coppia “Diba-Dima”, i gemelli diversi hanno fatto la fortuna del Movimento 5 stelle. Luigi sapeva tranquillizzare gli inquieti e sussurrare parole confortanti ai moderati. Mentre Alessandro sapeva esaltare, vellicare e dunque consolidare la base storica cinquestelle. Fu così che il periodo 2013-2018 divenne una cavalcata (quasi sempre) trionfale. Ale e Gigi, Gigi e Ale: i loro temi e registri comunicativi si sono incastrati alla perfezione in un quadriennio, a partire dalla sconfitta alle Europee del 2014, che ha visto il M5s vincere in modo clamoroso le Amministrative del 2016, quelle di Raggi e Appendino, schiantare l’allora premier Matteo Renzi al referendum costituzionale di fine 2016 dopo averlo rosolato ben bene soprattutto sugli scottanti dossier bancari, e quindi issarsi fin quasi al 33 per cento delle Politiche del 2018, dopo il già roboante 25,5 per cento di cinque anni prima. Dibba se ne andava per le spiagge con lo scooter griffato “Costituzione coast to coast” e faceva a pezzi la riforma Boschi, mentre “Giggino” volava negli Usa per accreditarsi quale candidato premier in pectore, girando in modo disinvolto tra Harvard e il Mit di Boston.

Di Battista, l’insofferenza per i governi gialloverde e giallorosso e l’addio al 5 stelle
Poi il M5s ha iniziato a misurarsi con le ansie, i patemi e le difficoltà quotidiane dell’arte di governare. E Di Battista, che secondo i maligni «sa svicolare come un capitone quando è il momento di sporcarsi le mani», è risalito sulla torre d’avorio della sua pretesa purezza, rimettendo i panni del hombre del pueblo tra un reportage in Sud America e una diretta social dall’Iran, un lavoro da falegname e una docenza di giornalismo. Dapprima ha accettato a fatica la formula del governo gialloverde, ma presto ha iniziato a punzecchiare i suoi, colpevoli secondo lui di arrendevolezza nei confronti del rampante Salvini. Poi si è fatto piacere, pur storcendo il naso, l’esecutivo giallorosso, anche se non ha mancato di schierarsi contro «l’alleanza strutturale con il Pd». Anzi, a un certo punto Dibba ha rivelato: «Con il Conte bis potevo diventare ministro, ma ho rifiutato». Alla fine, però, è arrivato Mario Draghi: il M5s ha detto sì e Di Battista, che difendeva a spada tratta l’operato di Conte, ha abbandonato la casa politica in cui era cresciuto, denunciando il «tradimento da parte dei miei ex colleghi».

Di Maio e la trasformazione mediatica da bibitaro a statista
Intanto Di Maio ha continuato a collezionare incarichi ministeriali, transitando da un governo all’altro con la nonchalance di un consumato doroteo. Per molto tempo ha sognato invano Palazzo Chigi, ma nel frattempo ecco gli incontri segreti con Gianni Letta, le pizze a quattrocchi con il leghista Giancarlo Giorgetti, i faccia a faccia con l’Ad Rai Carlo Fuortes mentre Conte tentava l’Aventino sulle nomine della tv pubblica. Fino al deferente omaggio reso appena sabato scorso a Pier Ferdinando Casini, nell’emiciclo di Montecitorio, durante lo spoglio che ha sancito il Mattarella bis: roba da far accapponare la pelle ai grillini delle origini. “Giggino”, comunque, ha perfezionato nodi e abbinamenti delle cravatte, ha aggiustato obiettivi e parole d’ordine, ha abbassato i toni e chiesto scusa per le intemperanze dei vecchi tempi ruggenti. E soprattutto ha imparato a non parlare quando non serve, in ossequio al vecchio adagio di Margaret Thatcher: «Essere potente è come essere una signora. Se hai bisogno di dirlo, non lo sei». Morale? Ormai viene apprezzato ed elogiato da establishment e giornali annessi come «un vecchio notabile della Dc» (copyright: Sabino Cassese), trasfigurato in poco tempo da bibitaro a statista.
La resa dei conti si avvicina
Dopotutto, è sempre una questione di potere. E se quest’ultimo logora chi non ce l’ha, dall’altra parte, con Seneca, è pur vero che chi aspira al potere deve imparare, come prima arte, quella di sopportare l’odio. Ecco che in un attimo Di Maio è diventato adesso il bersaglio dei social e il “Renzi del M5s” per gran parte degli attivisti. Sull’altra sponda, tuttavia, “Evito Peron” Dibba non può rimanere troppo a lungo alla finestra e dovrà in fretta decidere cosa vuole davvero fare da grande.
Giggino A Poltrona è un ottimo politico perche non ha ideali ne ideologie, a lui interessa solo mantenere la poltrona e diventare ago della bilancia anche portando il fu M5S a cifre da discount, purche possa trovare un posto a lui e ai suoi amici, con il benestare del Grullo capo che è sensibile ai veti dell’establishment. Di Battista invece è un opportunista della prima ora, si è tolto un attimo prima dello schianto intuendo che il M5S sarebbe stato costretto a fare alleanze che l’avrebbero dissanguato, cosi lui è rimasto fuori ad ululare alla luna mentre i suoi ex compari si sono rimangiati tutto, diventando le vere scatolette di tonno. Adesso fa il duro e puro per riprendersi la leadership e screditare Giuseppi che si ritrova ustionato tra 2 fuochi faui, se fosse intelligente avrebbe gia detto un bell vaffa a tutti quanti fondando un suo partito di persone serie, ma politicamente si è fatto portare a spasso da un ex steward e da un bomba toscano col 2% nel paese, figuriamoci se puo essere un leader di qualche cosa
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Sarà pure che il potere logora chi non ce l’ha ,ma ilguaio è che i voti Di Maio li deve prendere da quei movimentisti “esagitati” che oggi lo detestano non da renziani ,forzisti ed editori di giornali.
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Di Maio non è un ricco,presto non avrà un partito.Non ha cioè né arte né parte
E’ l’erede illegittimo di Andreooti.Non ha niente da portare in dote.Quindi è destinato a scomparire.
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