(di Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano) – Comunque vada a finire la partita del Quirinale, e cioè anche ammesso che alla fine sia Mario Draghi ad ascendere all’alto soglio, non va sottovalutato il cambiamento intercorso nel pover’uomo nel breve lasso di tempo che separa l’auto-candidatura un po’ grossier da “nonno della Repubblica” dagli affanni di questi giorni. Entrato a Palazzo Chigi per unzione divina, il presidente del Consiglio per 11 mesi ha mantenuto intatta una postura che definiremmo “Onofrio del Grillo”, riferendoci così al marchese reso celebre da Alberto Sordi di cui è ben nota la massima “io so’ io” con quel che ne consegue. Arrivati alle votazioni per il Quirinale, però, Onofrio del Draghi s’è accorto che lui è lui, ma gli altri sono il collegio elettorale. Quant’è cambiato dopo quell’agnizione fatale! Via di incontri con Salvini e addirittura Tajani, telefonate a Gianni Letta (per Enrico basta la telepatia), a Silvio Berlusconi, a Pier Ferdinando Casini e a chissà quanti altri: per dare l’idea, basti dire che il marchese del Consiglio in questi ultimi giorni risulta aver fatto più telefonate a caso di Papa Francesco. Ognuno fa quel che deve e può, per carità, ma ci piace sottolineare che questa gestione dilettantesca delle sue stesse aspirazioni da parte del più bravo tra i bravi non deriva solo, o tanto, dalla sua inesperienza della politique politicienne, ma – è la nostra tesi – da un difetto culturale: di solida formazione tecnica, il nostro ha trascurato gli studi letterari, l’unico grande scrigno del cuore umano i cui tesori siano spendibili tanto in Transatlantico che alla bocciofila. Anche solo quel piccolo gioiello – “politico” pur essendo una delle “Scene di vita privata” – che è Il ballo di Sceaux o I pari di Francia di Balzac avrebbe spiegato diverse cose al nostro Onofrio sulla sua situazione attuale: in primo luogo che “una nobiltà senza privilegi è un utensile senza manico”; poi che “quelli che piacciono a tutti non piacciono a nessuno e il peggiore dei difetti è non averne“; infine che “l’ammirazione è sempre una fatica per il genere umano”. Nel momento in cui uno si mette su un piedistallo, amici e nemici attorno a lui vogliono sapere solo una cosa: quanto gli ci vorrà per scenderne. Ecco, Onofrio ci ha messo meno di due giorni.