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Da golden boy del centrosinistra a contestato senatore-conferenziere. La parabola dell’ex rottamatore a cinque anni dalla sconfitta sul referendum costituzionale che doveva sancire la sua fine politica.

(Ulisse Spinnato Vega – tag43.it) – Anniversario da ricordare o da dimenticare, a seconda dei punti di vista. In ogni caso, cadono oggi i cinque anni dall’evento che avrebbe dovuto segnare la fine della carriera politica di Matteo Renzi e che invece è diventato una sorta di “fine primo tempo”. Il 4 dicembre del 2016 si celebrava infatti il referendum costituzionale sulla riforma Boschi (o Renzi-Boschi, sarebbe meglio dire). E si chiuse quella che potremmo definire la “parabola del 40,8%” per l’allora presidente del Consiglio. Scherzi del destino o del caso.

L’ingaggio flop di Jim Messina, spin doctor di Obama

Il trionfo alle Europee di due anni e mezzo prima, a colpi di 80 euro, aveva portato il Pd renziano proprio a quella soglia percentuale e un numero identico segnò il suo tracollo referendario, la sconfitta nella partita sulla quale aveva scommesso tutto, personalizzando lo scontro, caricando il peso dell’intero governo su un dibattito riformatore che avrebbe invece dovuto mantenere un segno spiccatamente parlamentare. E mettendo in campo ogni arma strategica e comunicativa che aveva a disposizione: come dimenticare il costoso flop (400mila euro) dell’ingaggio del guru Jim Messina, che da spin doctor aveva sì trionfato con Barack Obama, ma poi aveva perso nella campagna britannica di David Cameron per il ‘Remain’ e in Spagna con Mariano Rajoy? Insomma, era evidente che Messina stava perdendo il tocco magico e che pure Renzi rischiava con lui di perdere il proprio. Eppure l’ex sindaco di Firenze era sicuro di farcela. Tanto che già nel 2014 dichiarava: «Se salta la riforma del Senato non salta solo il mio governo: salto io, si chiude la mia carriera politica». Promessa mai mantenuta né da lui né dalla fidatissima Maria Elena Boschi che si era prodotta in un identico impegno.

la parabola di Renzi
Angela Merkel e Matteo Renzi nel 2016 (Getty Images).

La sconfitta mai digerita del referendum costituzionale

Renzi però la sconfitta non l’ha mai digerita e di continuo, in questi anni, ha ribadito col ditino alzato che se fosse passata la sua riforma avremmo risolto i problemi della sovrapposizione di competenze tra i vari livelli di governo e avremmo cancellato il Cnel. È poi diventato verde di rabbia quando il M5s ha tagliato i parlamentari, sostenendo che anche nel suo progetto c’era una sforbiciata degli eletti (più timida: 215 senatori in meno). Come se allora gli italiani avessero potuto, con il voto, scegliere e piluccare le parti migliori del disegno riformatore. Invece, si sa, bisognava decidere su tutto il blocco, prendere o lasciare, su un impianto che aveva i suoi sostenitori, ma anche fieri detrattori. Ok il superamento del bicameralismo paritario, accarezzato in Italia già ai tempi di Dossetti, tuttavia al centro delle critiche c’era la visione, la legittimazione e le prerogative immaginate dalla riforma per il cosiddetto “Senato delle autonomie”. E non dimeno pesavano i potenziali conflitti tra le due Camere in ragione della complessità dell’iter legislativo disegnato e dell’ampio numero di procedimenti possibili. Gustavo Zagrebelsky, per citare uno dei più autorevoli nemici del progetto renziano, non la mandò a dire: «Umilia il parlamento, è il suicidio assistito della Costituzione».

L’addio a Palazzo Chigi e la promessa disattesa di lasciare la politica

Insomma, la riforma venne sonoramente bocciata alle urne, eppure il leader fiorentino non ha mai del tutto accettato la realtà dei fatti. Tanto da sostenere a lungo, per esempio, che quel 40% di favorevoli fosse in qualche modo un suo capitale politico personale, quasi si trattasse dello stesso elettorato che aveva premiato il Pd nel 2014; tesi politicamente ardita. Morale? Renzi non si ritirò a vita privata. D’altronde lui stesso nel 2013 aveva detto: «Io mai premier senza essere eletto», cosa che invece era accaduta puntualmente l’anno dopo ai danni del povero Enrico “stai sereno” Letta. In ogni caso, dopo il fatal 4 dicembre l’ex margheritino fu comunque costretto a lasciare Palazzo Chigi in favore di Paolo Gentiloni, capo di un esecutivo subito bollato come un’emanazione del renzismo, una specie di governo Renzi 2 in salsa nobiliare. Il segretario dem poteva così fare ancora il premier ombra con a Chigi l’ombra di un premier, malignò qualcuno.

renzi e la parabola politica
Il passaggio di consegne tra Renzi e Gentiloni (Getty Images).

Lo schiaffo alle elezioni del 2018 e il trionfo del M5s

Nel frattempo, però, arrivò il secondo schiaffo: erano le elezioni politiche del 2018 con il trionfo del M5S, l’ottima performance della Lega e il crollo ai minimi storici per il suo Pd, da cui aveva avuto nel frattempo una rilegittimazione alle primarie del 2017. Dunque, Renzi si ri-dimise da leader del Nazareno e da lì ha preso le mosse la sua seconda, o meglio terza, vita politica: non più in prima fila ma sempre dentro le partite importanti in modo influente. Così, fu lui a bloccare l’ipotesi di un’alleanza giallorossa già nel 2018, fu sempre lui a favorire la nascita del governo Conte 2 nel 2019, lasciando Matteo Salvini in boxer da spiaggia, e subito dopo uscì dal Pd per fondare Italia viva. Infine, fu ancora lui a mettere fuori gioco l’avvocato pugliese in favore dell’avvento di Mario Draghi.

Diviso tra Senato e consulenze all’estero

Forse non torneranno più i tempi delle conferenze stampa congiunte con Angela Merkel davanti al David di Michelangelo. Ma in fondo a Renzi interessa contare, influenzare, determinare. Fare il king maker di palazzo, a prescindere dal consenso nel Paese, peraltro sempre più esiguo. Anche perché questa sua favoleggiata capacità tattica e strategica, assieme al curriculum istituzionale, è la carta da giocare nei consessi internazionali, negli advisory board dei fondi sovrani arabi o nei Cda delle aziende straniere di mobilità condivisa, per alimentare fama e carriera da conferenziere, da opinion leader, da animale adatto ai Ted talks. Dopotutto Renzi aveva definito Tony Blair una sorta di ispiratore per lui. La piccola differenza è che l’ex primo ministro britannico si è dedicato a speech e consulenze all’estero dopo la carriera politica, non durante. Peccato per il premier più giovane della storia italiana, un golden boy con radici ben innestate nella terra della Dc di sinistra e del popolarismo toscano (da cornice in silver plate sopra il caminetto una sua foto con Ciriaco De Mita tenuto sottobraccio) e con toni, fino a un certo punto, da rottamatore e para-grillino descamisado. Successivamente l’ascesa istituzionale è stata rapida, l’elezione di Sergio Mattarella forse il passaggio più fulgido e altrettanto fragorosa la caduta. Oggi, in definitiva, Renzi ha tutta l’aria di possedere un fantastico “futuro alle spalle”, parafrasando Hannah Arendt.

I consensi di Italia Viva sotto il 3 per cento

Tuttavia, l’ex premier non smette di vantarsi con i suoi soliti toni tra il narcisismo arrogante e la spacconaggine ostentata: «Continuano a dirci che abbiamo solo il 2 per cento. E con il 2 per cento abbiamo fermato Salvini che voleva pieni poteri, poi abbiamo mandato a casa Conte e Casalino. E meno male che abbiamo solo il 2 per cento: avessimo il 20 per cento faremmo la rivoluzione». Si crogiola con goduria, tra una presentazione e l’altra dei suoi libri, in questo ruolo da eminenza grigia e smaliziato manovratore. Sa di non essere molto amato in giro per il Paese e spesso ci ricama su con vezzo vittimistico: «Dicono: Renzi era antipatico. Magari sarò antipatico, ma meglio antipatico che incompetente». Si vocifera nei palazzi che adesso sia scontento per la scarsa considerazione che Mario Draghi sembra riservargli e che invece lui ritiene di meritare in quantità (ma il vero king maker dell’operazione Draghi è Mattarella, non lui). In più, pare sia attanagliato da un doppio timore: in primis la resa dei conti del possibile voto anticipato che ha evocato alla Leopolda affibbiandolo alle intenzioni degli altri leader; in secundis lo scenario di un accordo ampio e trasversale su Draghi al Quirinale che lo renderebbe ininfluente. Ecco perché non mostra entusiasmo per l’ipotesi di un trasloco dell’ex banchiere centrale al Colle più alto.

la parabola politica di renzi
Renzi e Bin Salman visti dallo street artist Harry Greb (Getty Images).

Il sogno di un nuovo grande centro a trazione renziana

Sul fronte della geografia politica, invece, il grande soggetto riformatore e centrista che Renzi vorrebbe plasmare e guidare rimane per adesso soltanto in mente Dei. Il panorama politico, da quelle parti, è frastagliato, va da Carlo Calenda a Benedetto Della Vedova ed Emma Bonino, da Coraggio Italia alle frattaglie centriste di matrice più spiccatamente cattolica. Ma, soprattutto, la dimensione dei vari ego in campo è difficilmente compatibile e comprimibile in un soggetto politico unico che possa frantumare lo scenario bipolare e rimescolare le carte sia a destra sia a sinistra, malgrado i buoni uffici di gente come Matteo Richetti (che definì Renzi il «Messi della politica») o Claudio Velardi. Dunque quello dell’ex sindaco appare ad oggi come un limbo popolato da leader politicamente tascabili che tengono gelosamente al proprio orticello.

L’incognita Renzi: permanenza in politica o futuro fuori dalle istituzioni?

Tirando le somme, c’è da dire che la parabola del cacicco fiorentino difficilmente potrà tornare alle vette del passato, anche se poi le vie della politica sono infinite. Al di là dei successi e degli errori, al di là delle traversie giudiziarie sue e della famiglia, al di là del conto in banca (prima povero ed esibito, poi milionario e nascosto) e delle polemiche sulla sua macchina propagandistica («la bestia renziana» come qualcuno l’ha definita), la vera domanda rimane una e una sola: «Cosa resterà di Renzi?». Come sempre veritas filia temporis ed è comunque strano chiederselo di un politico che non ha nemmeno 50 anni. Eppure molti osservatori già lo vedono proiettato verso un avvenire al di fuori delle istituzioni. Anzi, sembra che in qualche modo l’attività politica sia già oggi in parte strumento utile per fare altro. Qualcuno un paio di anni fa gli chiese come si vedesse da qui a cinque anni. E lui ieratico: «Fratello maggiore per chi vuole avvicinarsi alla politica, specie per le nuove generazioni. E patriota pronto a dare una mano all’Italia, se serve». Ma pure all’Arabia Saudita, non si sa mai.

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