Massimo Fini: “Milano vista da Montanelli, Ottone e Afeltra”

(Massimo Fini) – Milano soffre di una crisi d’identità. Non sa più qual è il ruolo che le spetta nel paese. Nel ‘45 Milano era il fulcro di tutte le speranze, politiche, economiche e culturali, che esplodevano nell’Italia del dopoguerra finalmente liberata da vent’anni di tirannia e di oscurantismo. Negli anni Cinquanta e agli inizi dei Sessanta Milano fu il simbolo del neocapitalismo e della «società del benessere». Negli anni Settanta presenta il volto ambiguo ed indefinibile di una megalopoli alla ricerca di se stessa e dei propri compiti.

Che Milano non sia più un tutto omogeneo, che non abbia più una identità precisa, ce lo dice in fondo la stessa storia dei suoi giornali e del rapporto fra questi giornali ed i propri lettori. Per anni infatti il milanese medio, almeno quello non impegnato politicamente in modo diretto, si è identificato nel Corriere della Sera. Oggi non è più così. Nessun giornale oggi potrebbe essere da solo lo specchio di Milano, proprio perché la realtà della città è diventata molto più complessa, più articolata, più sfrangiata. E forse anche perché Milano, con la propria «leadership», ha perso anche i propri connotati ed è in attesa di acquistarne o di vederne riconosciuti altri. Sul significato di questa profonda trasformazione abbiamo interrogato i direttori dei tre «quotidiani d’informazione» milanesi: il Corriere, Il Giorno ed il Giornale. I giornali sono, o dovrebbero essere, lo specchio della realtà di una città: a Ottone, ad Afeltra e a Montanelli abbiamo quindi chiesto di dirci in che misura e in che direzione, attraverso i profondi mutamenti della sua stampa quotidiana e dei suoi lettori, è cambiata quella che un tempo era chiamata, un po’ pomposamente, la «capitale morale» d’Italia.

MONTANELLI (direttore de Il Giornale): Che Milano abbia perso i connotati di capitale morale, economica e culturale è, secondo me, un fatto indiscutibile. Inutile starci a mentire. E questa sua perdita del ruolo di “città guida” ha coinciso con la distruzione di quella “grande borghesia” milanese che per decenni ha dato il la, il tono, il costume a Milano, alla Lombardia e, per riflesso, a tutta l’Italia. Intorno a quella borghesia si coagulavano anche gli interessi e le aspettative di molti altri strati sociali: ed è per questo che il vecchio Corriere che rifletteva quella borghesia, era un giornale in un certo senso “interclassista”, che è riuscito per anni, unico giornale in Europa, nell’operazione miracolosa di essere un quotidiano qualificato e di grande prestigio e, nello stesso tempo, ad alta tiratura. Negli altri paesi d’Europa infatti il giornalismo soffriva di una specie di dicotomia: da una parte c’era il giornale di grande prestigio ma a tiratura limitata (il Times, per fare un esempio, che non ha mai venduto più di 300 mila copie) dall’altra il giornale popolare (il Daily Mirror, per rimanere in Inghilterra). Oggi Milano non ha più un giornale guida proprio perché non è più una città guida e non ha più un ceto-guida.

Come ho detto, quella “grande borghesia” milanese oggi non esiste più se non in alcuni scampoli di “rentier” che non hanno neanche più il senso di se stessi. Quel che resta di quella borghesia vive di ricordi, di rendite sempre più esigue e parassitarie, ma soprattutto ha perso il senso dei propri impegni sociali, non esprime più niente. Si potrebbe stare a discutere a lungo se il crollo e lo sfacelo della grande borghesia milanese sia stato o no un guadagno per l’Italia (la mia personale opinione è che si è trattato di un’operazione in pura perdita) però è un fatto dal quale, se non si vuole chiudere gli occhi sulla realtà, non si può prescindere. Resta da chiedersi chi è che ha dato il colpo mortale a questa borghesia e a me pare che la risposta sia semplice: è stata l’economia di mano pubblica ad ucciderla.

Milano è stata la capitale finché l’Italia è stata un paese capitalista; finito il capitalismo in senso classico, einaudiano, la borghesia è scomparsa e con essa è sparita Milano come “leading center” della vita nazionale.

Quali sono allora, “a babbo morto”, cioè a borghesia morta, i “ceti emergenti” di questa nuova Milano, quelli cui un giornale come il nostro cerca di rivolgersi? Sono i ceti medi, non in senso imprenditoriale ma in senso dirigenziale e manageriale. E sono anche i professionisti, i medici, gli avvocati, gli insegnanti. Questi ceti io li chiamo “medi” solo in senso economico, perché per livello culturale e per mentalità li considero all’avanguardia della città e del paese. E sono quelli che riproducono meglio i caratteri di quella grande borghesia di cui parlavo prima. Mi si potrà obiettare che se io credo a questi “ceti emergenti” credo anche che sarà attraverso di essi che Milano riacquisterà il potere e la “leadership” perduti. Ma non è così. Per due motivi. Primo perché questi “ceti emergenti” sono solo in piccola parte milanesi (e non è un caso che il Giornale sia relativamente debole a Milano e in Lombardia mentre guadagna lettori in tutte le altre regioni d’Italia).È una classe questa che sta “emergendo” un po’ in tutta Italia, che cresce un po’ allo stato brado, e non costituisce quindi un fenomeno specificatamente milanese. È un fenomeno di maturazione che riguarda, qua e là, l’Italia intera e non Milano in particolare.

In secondo luogo questi ceti, proprio in quanto medi in senso economico, non hanno la possibilità di rivaleggiare col mecenatismo della vecchia borghesia che aveva i capitali. E qui si innesta il discorso della cultura milanese e della perdita della “leadership” di Milano anche in questo campo. Il discorso è crudo, ma non per questo meno vero. La cultura italiana è stata sempre la cultura del principe, è stata così nei secoli e tale è rimasta. E chi era il principe dell’Italia umbertina? Era il grande imprenditore milanese. Era Borletti, che dava trenta milioni a Mondadori per la sua casa editrice, che apriva i suoi salotti allo scrittore ed al pittore, che dava loro il pubblico, le attrezzature, gli strumenti e, a volte, anche la moglie.

Non voglio dire con questo che l’antico mecenate milanese foraggiasse direttamente scrittori ed artisti, voglio dire solo che forniva loro tutti gli strumenti per esprimersi. Ed è per questo motivo che la cultura si è accentrata a Milano fra la fine dell’altro secolo e l’inizio di questo. L’economia era, come è sempre stata, il supporto della cultura.

Oggi il principe non vive più a Milano, il principe è la politica, è Roma, sono gli enti di Stato. A Milano sono rimaste solo le attrezzature tecniche e gli apparati burocratici delle case editrici. Se qualche uomo di cultura resta a Milano è perché ci sono Mondadori e Rizzoli. Altro non c’è, se non qualche gruppo di collezionisti e di mercanti d’arte: che però non possono dare il la ai fermenti culturali ma caso mai possono solo limitarsi a recepirli e, a volte, a specularci sopra. Milano non dà più il la a nulla, ormai. Ci sono insomma a Milano tutti i sintomi della decadenza e della involuzione culturale. Culturalmente Milano dipende ormai da Roma. E così politicamente. È anche questo un segno che la struttura sociale del paese è profondamente mutata. Per un Donegani il contatto con lo Stato e con la classe politica era di per sé corruttore e squalificante, mentre per un Cefis non è né corruttore né squalificante, è semplicemente obbligatorio. E questo vale per qualsiasi imprenditore milanese e non.

Decomposta così la realtà sociale milanese, con mutamenti radicali e rapidissimi i cui effetti sono incalcolabili, è chiaro che sono cambiati anche i suoi giornali. Milano oggi non ha più, e non può più avere, un solo specchio, ma ha diversi specchi. Ed in questo senso credo che Corriere, Giorno e Giornale messi insieme diano un quadro abbastanza fedele della città. Il Corriere ha mutato rotta (ed in un certo senso giustamente se si considera quello che si è detto) e si rivolge ai ceti popolari oltre a venir comprato ancora per abitudine da quegli scampoli della grande borghesia che non si sono accorti che tutto è mutato e si accontentano degli annunci mortuari e di quelli economici. Il Giorno guarda anch’esso ai ceti popolari e assieme a quelli piccolo borghesi, e media, grazie all’abilità di Afeltra, interessi politici diversissimi. Noi riteniamo di soddisfare quelli che ho chiamato i “ceti emergenti”. Altri spazi per giornali a Milano francamente non ne vedo, andrebbero contro la realtà della città.

In quanto al futuro di Milano, non dipende più da lei ma dalle scelte che l’Italia farà. Se l’Italia ritornerà ad una economia libera, e deciderà quindi di rimanere in questo embrione d’Europa, Milano riguadagnerà il suo ruolo. Se invece il futuro dell’Italia è un futuro da mano pubblica (e quindi fuori dall’Europa), Milano come capitale economica, e quindi culturale e quindi morale, è fottuta.

OTTONE (direttore del Corriere della Sera): Milano è cambiata in modo straordinario in questi ultimi dieci anni. E con essa l’Italia. Io sono stato qui a Milano, al Corriere, una prima volta dal ‘62 al ‘68, nel pieno insomma degli anni Sessanta. Allora la classe dirigente milanese aveva ancora una sua fisionomia abbastanza precisa, anche se ormai cominciava a entrare in crisi. Questa classe era rappresentata da un gruppo di famiglie, industriali e finanziarie, con attività considerevoli, uno stile di vita molto classico, molto all’antica, e una mentalità che derivava ancora da concetti liberistici classici, basata sul principio di gerarchia e sul diritto che hanno alcuni di comandare e il dovere degli altri di obbedire…In questo senso Milano era allora una città un po’ vecchiotta, più all’antica per esempio di Torino e dell’Ivrea di Olivetti. L’Assolombarda era un’associazione più tradizionalista che non fosse per esempio la Fiat, soprattutto per quello che riguardava i rapporti con i sindacati. Io mi ricordo di aver sentito Giovanni Falck dire a proposito della contrattazione aziendale: “Quella mai, non la accetterò mai, nella mia azienda io sono il padrone e le decisioni le devo prendere io”. Milano insomma era in ritardo rispetto ad alcuni tentativi di quello che impropriamente si chiamava allora il neocapitalismo.

In compenso, nella sua reazionarietà, l’Assolombarda era più franca perché, mentre Valletta da una parte e Olivetti dall’altra avevano favorito la creazione di sindacati ombra, a Milano il sindacato era un sindacato vero. Comunque questa mentalità del centro, dei gruppi dirigenti era, ancora negli anni Sessanta, diffusa capillarmente ai vari livelli della vita cittadina e ciò si vedeva anche nei giornali del tempo, che riflettevano pari pari questa mentalità tradizionalista e conservatrice e accettavano di essere in qualche modo ispirati dalla classe dirigente, da chi deteneva il potere reale nella città.

Il quotidiano allora era visto come il portavoce di quella borghesia e quindi il Corriere della Sera (a torto o a ragione, non voglio addentrarmi nel merito) appariva come il giornale dell’Assolombarda ed il portavoce dello stato d’animo non tanto della borghesia produttiva quanto della ristretta cerchia di coloro che dirigevano quella borghesia. Quella era la Milano di allora. Già però in quegli anni si avvertivano i primi sintomi di crisi: crisi nella classe dirigente e crisi nella società milanese. La città aveva vissuto immissioni massicce di immigrati, quali non aveva mai visto, e quindi tutto il tessuto della città stava cambiando, la Milano classica cedeva il passo. E in pochissimi anni si è trasformata in modo radicale.

Che aspetto offre ai giorni nostri Milano? Oggi è più difficile individuare un gruppo dirigente, la realtà milanese è più articolata, più varia, meno autocratica. I vertici della grande industria hanno assunto un aspetto più manageriale, più tecnocratico, meno dinastico. Questi vertici oggi sono molto meno di una volta un centro sociale e mondano di vita, tengono un po’ meno salotto per dirla in parole povere. Sono, questi vertici, più sobri, più efficienti, più accessibili, meno misteriosi, in definitiva più europei. E questa mentalità nuova e diversa si è diffusa in tutto il tessuto sociale milanese e quindi anche nel lettore.

Oggi nel lettore milanese prevale l’accettazione di idee nuove e moderne in tutti i campi: nel modello di vita privato, nella concezione di vita familiare, nella educazione dei figli, nei rapporti fra le generazioni, nel concetto di gerarchia all’interno delle aziende. Non dimentichiamo che Milano ha avuto una contestazione giovanile e scolastica fra le più vivaci in Italia. Ormai oggi il genitore-tipo a Milano accetta il fatto che i figli vogliono pensare con la propria testa, vogliono essere indipendenti e vogliono manifestare questa loro personalità di fronte alla famiglia, di fronte agli insegnanti… Il fatto che un ragazzo o una ragazza a diciotto, a vent’anni sentano il bisogno di vivere soli, fuori famiglia, che si facciano una vita indipendente, è una cosa perfettamente accettata, nella Milano d’oggi, dalla grande massa. Quindici anni fa era una prerogativa d’élite.

Ecco, il Corriere della Sera ha cercato di rendersi interprete di questa mentalità diversa. E il fatto che abbia ottenuto tanti consensi in questi ultimi tre anni indica che la maggioranza della opinione pubblica milanese ha ormai imboccato questa strada.

Si discute se questo costituisca o no un miglioramento rispetto al passato. A me non pare dubbio. Mentre negli anni ‘50 Milano sembrava più restia a trasformarsi, proprio perché qui c’era un numero maggiore di piccole e medie industrie e mancava il tipo di grande industriale illuminista, oggi invece Milano si è messa all’avanguardia di questa grande trasformazione del paese, per ragioni di dimensione, di mentalità, di cosmopolitismo.

Oggi Milano si è allineata alle grandi città dei più avanzati paesi europei, alla Svezia, alla Germania, all’Olanda, all’Inghilterra. Anche culturalmente. Chi dice che Milano ha oggi perso delle battute sul piano culturale ha presente probabilmente il vecchio tipo di cultura. L’Italia cambia. C’è una cultura un po’ meno letteraria e folkloristica. A questa se n’è sostituita un’altra più moderna e scientifica, una cultura applicata. Chi guardi a questo secondo tipo di cultura scopre che Milano ha ancora una posizione molto salda in Italia, e non vedo chi ne abbia minacciato o possa minacciarne il primato. Non facciamoci influenzare dal fatto che molti scrittori e letterati vivano a Roma. Quello che conta è che poi stampano i loro libri a Milano. Così come molti scrittori americani preferiscono vivere in California piuttosto che a New York, senza che questo tolga a New York le sue funzioni di guida culturale. Quello che è invece certo è che Milano ha perso del potere. Ma non è un fenomeno totalmente negativo. Ci sono due aspetti. Da una parte, in una società evoluta quale quella in cui viviamo, la diffusione, l’allargamento del potere è un fenomeno naturale. Non è più il tempo in cui pochi uomini inaccessibili e misteriosi dettavano legge. Oggi questo non è possibile né a un gruppo dirigente né a una città. Il potere è molto più articolato. In questo senso Milano ha ceduto un po’ di terreno, ma non a vantaggio di un altro centro di potere alternativo, di Torino o di Roma, ma a vantaggio della comunità intera perché il potere, che una volta era concentrato in pochissime mani, si è diffuso e diluito fra città, strati sociali, classi diverse. E questo per me è positivo. E in questo senso anche si spiega, ed è segno di buona democrazia, che a Milano non esista più il giornale-santone, ma ci siano tre quotidiani che rispecchiano realtà diverse. L’altro aspetto, quello negativo, è che c’è in Italia una crisi di potere, un vuoto di potere. Nessuno ha più la forza di decidere nulla. E Milano ha molta difficoltà, come ogni altro centro decisionale del paese, a esercitare quel potere che forse le compete.

Tornando ai quotidiani milanesi e al loro futuro, io penso a dei giornali meno schiavi delle abitudini e più vicini ai veri interessi di una popolazione varia e cosmopolita come quella di Milano, che è l’unica, vera, grande megalopoli italiana. Soddisfare le esigenze dei cittadini di questa megalopoli è il compito di un giornale moderno. E non è facile. I contorni di una città attraversata da profonde trasformazioni urbanistiche e sociali, che occupa un’area vastissima e non perfettamente individuabile, sono infatti molto meno definiti e chiari di quelli, per fare un esempio, di una città di medie dimensioni come Genova. Il milanese ha oggi problemi profondamente diversi da quelli degli abitanti delle altre città d’Italia. Deve scendere continuamente a patti con una vita di ritmo densissimo, di forte impegno professionale, e avverte quindi il pericolo costante di vedere travolta la propria individualità e quella del suo gruppo familiare. Poi ci sono i problemi più specifici: che tipo di rapporti mantenere con i figli che vanno in scuole dove ci sono assemblee molto politicizzate; la droga, che risulterebbe essere a Milano un fenomeno in costante diffusione; l’ordine pubblico, che in tutte le megalopoli assume aspetti sempre più assillanti; fino a scendere a quell’ultima esigenza, che sembra banale ma che in una grande città non lo è affatto, del tempo libero, del modo di fuggire dalla megalopoli per usare utilmente questo tempo sui laghi, sui monti, in riva al mare. Sono tutte esigenze, queste, che si ritrovano in realtà con precise analogie a Parigi, nella Ruhr, a Londra. Perché Milano, e su questo insisto, è diventata, nei suoi problemi più grossi, così come nei suoi piccoli drammi quotidiani, una città finalmente e indiscutibilmente europea.

AFELTRA (direttore de Il Giorno): Quello che è cambiato, a Milano, è soprattutto il rapporto fra il lettore e il giornale. Prima della guerra e durante gli anni della guerra il lettore non aveva scelta: a Torino aveva La Stampa e a Milano il Corriere. Era costretto quindi ad accettare il giornale della tradizione. E questo giornale, con il suo indubbio prestigio, schiacciava il lettore, gli pesava addosso, dettava legge. Prendiamo, per fare un esempio, la critica teatrale, che a Milano ha avuto sempre una grande tradizione. Ebbene, Simoni e Pancrazi, due grandissimi critici indubbiamente, erano dei numi onnipotenti, decretavano il successo e l’insuccesso di un attore o di una compagnia, la loro parola era definitiva. Oggi non è più così, oggi Simoni non potrebbe più esistere. Ieri il critico dava delle sentenze, oggi può fornire solo dei pareri. Voglio dire con questo che il lettore milanese si è affrancato, si è liberato, è più critico e meno succubo, non accetta più la parola di chicchessia, giornale o giornalista, come il Vangelo.

Perché? Per molti motivi. Perché i giornali, le voci si sono moltiplicate, perdendo forse qualcosa in qualità ma guadagnando in democrazia. La cultura, l’informazione, sono entrate dalle porte e dalle finestre dei milanesi, negli uffici, nelle case, nei negozi, con la televisione, il cinema, i Fratelli Fabbri, i settimanali. Prima c’erano solo alcuni potenti fari, oggi c’è una luce diffusa. Una volta a Milano c’era Pan, la rivista che faceva Oietti avendo per redattori-capi De Robertis e Piovene. Una rivista splendida, con una copertina gialla elegantissima, una cosa prelibata. Ma era una rivista d’élite, per pochi intimi. Oggi ci sono decine di settimanali, popolari, politici, di costume.

I milanesi hanno allargato, dilatato enormemente i loro interessi, son diventati più scafati, più esigenti, meno ingenui. Trent’anni fa, quando passava l’attore per la strada ci voltavamo tutti a guardarlo, oggi il milanese tira dritto. C’è stata una grandiosa opera di smitizzazione. E questa “rivoluzione culturale” ha toccato anche i quotidiani, naturalmente. Non più giornali che parlano “ex cathedra”, ma immediatezza, linguaggio popolare, accessibile a tutti, questo è quanto ha preteso un pubblico di lettori che a Milano si è allargato come in nessuna altra città d’Italia. Per queste nuove esigenze è sorto, a suo tempo, Il Giorno, per questo, credo, ha mutato rotta il Corriere della Sera.

Io non trovo affatto, invece, che Milano sia in crisi, anzi. Milano non è mai stata la capitale politica, ma la capitale del lavoro e della cultura. E tale, secondo me, è rimasta. La grande forza di Milano è stata sempre quella di essere curiosa, aperta, disponibile. In questo Milano è sempre stata all’avanguardia e ha indicato la via al resto del paese. È stata questa curiosità, questa ansia di nuovo, questo coraggio dei milanesi (mi ricordo nel dopoguerra di gente che passava da un posto di lavoro all’altro, dal certo all’incerto nell’ansia di creare qualcosa) a permettere il boom dei settimanali, il boom delle case editrici, il boom, in definitiva, della cultura italiana.

E questa “leadership” Milano non l’ha persa, anche se certe superficiali apparenze lo possono far pensare. Semplicemente, è accaduto che la città si è molto ingrandita, è approdata, come si suol dire, a dimensioni di megalopoli e certe iniziative che un tempo facevano clamore ora passano inosservate. Io credo in realtà che Milano si sia solo sprovincializzata. Ha lasciato per strada un certo folklore culturale. Milano non ha un grande premio letterario però può stampare centomila copie di un libro: questa è la sua dimensione. Quella di una città seria.

L’Europeo, febbraio 1975.