Massimo Fini: “Il giornalismo fatto in pezzi”

(Massimo Fini – massimofini.it) – Anticipazione del Fatto del nuovo libro di Massimo Fini: “Il giornalismo fatto in pezzi” ( Editore Marsilio ) in libreria da oggi. “Il lettore non troverà qui editoriali, commenti, opinioni. Di raccolte di questo genere ne avevo già fatte due (Il Conformista, 1990 e Senz’Anima, 2010). Aggiungerne una terza sarebbe stato, oltre che presuntuoso (Indro Montanelli ne ha fatte due) inutile. In questo libro raccolgo la mia attività di cronista, di inviato, di inchiestista, che va dai primi anni Settanta ai Duemila e oltre. E attraverso questa passa uno spaccato della vita italiana di quegli anni. È un giornalismo in presa diretta, fatto di racconti di vita, delle testimonianze di uomini e donne dall’estrazione sociale e dalle esperienze più diverse, di ritratti di personaggi famosi, politici ma soprattutto artisti e letterati la cui memoria affonda spesso ancora più lontano, nel periodo fascista e della guerra. È un giornalismo molto diverso da quello che si fa oggi, che usa e abusa del ricorso al web, ma comune ai colleghi della mia generazione e di alcune successive. Diceva Nino Nutrizio, direttore de La Notte, un grande della nostra professione, se vogliamo elevare questa ‘arte minore’ a quel livello, che il nostro “è un mestiere che si fa prima con i piedi e poi con la testa”. Intendendo che bisogna uscire dalle redazioni, guardare, osservare, annusare e soprattutto ascoltare (direi che la capacità di ascolto è decisiva non solo in giornalismo ma nella vita di tutti i giorni e anche per la riuscita degli artisti o dei grandi manager). La testa viene dopo ed è dare al materiale che si è raccolto un senso. La lezione io la appresi da Tommaso Giglio, il mitico direttore dell’Europeo degli anni Settanta, quando ero ancora un ragazzo. Rifacendosi alla tradizione di Arrigo Benedetti, fondatore del settimanale, Giglio portò al massimo livello il giornalismo di reportage rendendolo una scuola: storie, racconti, personaggi, tutti dal vivo. Una delle forze di quell’Europeo era andare sui piccoli fatti della vita quotidiana, specie di provincia, e farli diventare, grazie a una lente d’ingrandimento e al significato più generale che si riusciva a darne, dei grandi fatti nazionali. Giglio voleva che nemmeno un fonema fosse raccolto non dico attraverso email, che allora non esisteva ancora, ma nemmeno per telefono. La persona la dovevi vedere in faccia. Giglio era addirittura maniacale in questa smania delle interviste che darà poi origine a quello che è stato chiamato il “Fallaci style”. Mi ricordo che per intervistare non so più quale allenatore di uno sport marginale dovetti fare Milano-Trieste-Milano in giornata. Riuscii a malapena a vedere Piazza Unità. Era un giornalismo estremamente faticoso, a volte massacrante. Per un’inchiesta sui quindicenni, è solo un esempio, dovetti fare in pochissimi giorni il giro d’Italia: Milano, Torino, Roma, Bari, Trapani e altre località minori. Ma il peggio veniva quando moriva un grande personaggio dello spettacolo e io dovevo ricostruirne la personalità attraverso chi lo aveva conosciuto da vicino: si trattava di abbordare, in soli tre giorni, uomini altrettanto famosi non usi a darsi facilmente o di rintracciare antiche amicizie perse nel tempo. Il lettore ritroverà qui, fra gli altri, i ritratti di Luchino Visconti, di Vittorio De Sica, di Anna Magnani, di Ermanno Olmi, di Curzio Malaparte. Ci sono anche grandi imprenditori e politici “visti da vicino”: uno su tutti Gianni Agnelli, una lunga confessione di Angelo Rizzoli, Aldo Moro, la singolare figura di Giangiacomo Feltrinelli. E poi le grandi aziende: la Fiat, l’Olivetti di Adriano, la Montedison del prima e dopo Cefis, l’Alfa Romeo. Vi si racconta anche la lenta ma inesorabile decadenza della borghesia a favore di una partitocrazia sempre più invadente, processo che era già iniziato nei primi anni Sessanta, e di una media borghesia senza ideali, abbagliata dal benessere. Se, come afferma Benedetto Croce, “la Storia è il passato visto con gli occhi del presente”, chi legge questo libro potrà, con gli occhi dell’uomo di oggi, trovarvi cosa rimane di quelle stagioni, di quelle speranze, di quelle illusioni e disillusioni. Ma i pezzi che mi offrivano maggior respiro erano quelli che mi dava Pierluigi Magnaschi, direttore della Domenica del Corriere. Dovevo andare in vari paesi del mondo e cercare di descriverli in un tempo adeguato. Ma il tempo non è mai adeguato, fra di noi si dice che se un giornalista va in un posto e ci resta un giorno scrive un articolo, se ci sta un mese scrive un libro, se ci sta un anno non scrive più nulla tanto complessa è la realtà, è ciò che tormentava quel grande collega che è stato Kapuscinski riguardo alla cultura indiana. Mi diceva Oriana Fallaci quando stavo scrivendo una sua biografia poi abortita: “Con questo libro tu devi fare un panegirico di questo mestiere, del giornalista, di questo personaggio straordinario che va in paesi di cui non conosce la lingua, non conosce la geografia, non conosce la storia, non conosce nulla, e torna indietro con un grande racconto col quale, a intuito, ha penetrato lingua e storia e umanità del posto in cui è stato”. L’intuizione è assolutamente necessaria al giornalista. E anche, bisogna pur dirlo, l’invenzione pura e semplice. Tutti i grandi del nostro mestiere, da Malaparte a Montanelli, si sono inventati molte cose. Ma bisogna saperlo fare. Perché il verosimile è alle volte più vero del vero. Disse Ettore Della Giovanna a proposito di Malaparte: “Lui l’ha scritto ed è diventato vero”. Comunque, per tornare a Magnaschi e non solo a lui, si trattava di andare in giro, col taccuino in tasca, per cercare di descrivere la way of life di un paese senza interpellare sociologi, psicologi, antropologi, politici e altri intermediari. In quei reportage potevo unire le mie qualità di giornalista, sempre che ci siano, a quelle di scrittore, ammesso e non concesso che ci siano anche queste. Si va in giro, a zonzo, ma in modo diametralmente opposto a quello del turista. Non sono i monumenti che contano (sono stato una mezza dozzina di volte al Cairo e le piramidi le ho viste solo di sfuggita) ma gli ambienti, i modi di fare e del vestire, i colori, i dettagli. Perché a volte è da un dettaglio, come diceva appunto Fallaci, che puoi cogliere l’insieme. Così nascono, fra gli altri, i servizi sull’Unione Sovietica, sull’Iran, sull’Egitto, su Israele, sul Sudafrica e quello sul Giappone, del 2008, che è l’ultimo di questo genere. Questi reportage, nel raffronto fra culture e società a volte omologhe, altre molto diverse, ci aiutano a capire meglio qual è stato, qual è e quale potrà essere il ruolo dell’Italia in un mondo divenuto globale. Il libro si chiude con lo sguardo a un futuro che è già presente. Nel marzo del 1982 pubblicai un’inchiesta alla quale Aldo Canale ed io demmo il titolo “Scienza amara”. Si tratta della “questione epocale” dell’ambiguità e dell’ambivalenza della Tecnica, ma sarebbe più preciso dire della Scienza tecnologicamente applicata, posta a metà degli anni Trenta da Martin Heidegger, l’ultimo filosofo comparso nell’orizzonte speculativo occidentale, molto influenzato, attraverso Nietzsche, dal pensiero presocratico, preplatonico, prearistotelico e in definitiva, se non antiscientifico, certamente prescientifico. Oggi cominciano ad affiorare dei dubbi sulla Scienza, finora idolo incontrastato, sulla sua capacità taumaturgica di risolvere tutti i nostri problemi. Da parte di una minoranza, che però sempre più si ingrossa, si pensa che la Scienza ci porterà in un vorticoso e velocissimo giro di vite al collasso. Mi ha detto il fisico Edoardo Amaldi, uno dei padri dell’Atomica e che quindi se ne intendeva: “L’uomo se può fare una cosa, prima o poi la fa”. Io penso invece che si dovrebbe recuperare il profondo senso del limite che la cultura greca aveva e che noi abbiamo pericolosamente perduto. Per Scienza amara andai a Ginevra a intervistare Carlo Rubbia, che allora dirigeva il CERN. Rubbia, scienziato, positivista, illuminista, mi ricevette molto di malavoglia, in maniera scontrosa e quasi sgradevole. Mi riteneva, secondo la classica distinzione di Umberto Eco, un “apocalittico”. A mia volta infastidito gli dissi: “Senta professor Rubbia, lei è un fisico e le pongo una domanda alla quale vorrei una risposta da fisico: non è che andando avanti a questa velocità e sempre aumentandola, noi stiamo accorciando il nostro futuro?”. Rubbia restò per un attimo pensieroso. Poi disse: “È così”. Qui sono in gioco non solo il nostro futuro ambientale, che è questione ormai avvertita dai più, ma il concetto di progresso come l’abbiamo concepito finora e soprattutto il futuro dell’uomo che, in una perversa inversione dei ruoli rispetto a Blade Runner, potrebbe diventare un semplice replicante della macchina. Scrissi queste cose ormai quarant’anni fa. Irrise allora, sono diventate temi di strettissima attualità”.

4 replies

  1. I GIORNALISTI E LA CASTA
    Viviana Vivarelli
    Molti italiani non hanno ancora capito perché i giornalisti di tutta la carta stampata (con poche eccezioni del Manifesto e in parte di qualcuno di IFQ) e di tutte le televisioni italiane hanno sferrato un attacco diretto, unanime e concentrato, contro il M5S, che accusano di ogni nefandezza, amplificando al massimo una attenzione morbosa e negativa dell’opinione pubblica contro il Movimento.
    Molti sono deviati dalla cosiddetta informazione, che più che altro è ‘distrazione di massa’ e ‘disinformazione programmata’, affinché gli utenti si concentrino su cose marginali come gli efferati omicidi di cronaca, il pericolo dei migranti, le liti false o vere tra i capetti dei 60 partitini, le insulse frasette del giorno di questo o quel politichino, i personaggi della high society (su cui c’è tutta una serie di giornaletti distrattivi mirati specialmente alle donne), le vicende del calcio, il festival di San Remo ecc.
    Il risultato è che il 60% degli Italiani non vota e anche tra i votanti è larghissima l’ignoranza di quel che accade e intensa la manipolazione sistematica costante, per cui il risultato è un popolo infantilizzato e tenuto in stato permanente di minorità cognitiva.
    Qualcuno crede che l’attacco dei media contro il M5S dipenda dal fatto che, se il M5S arrivasse al Governo, eliminerebbe i finanziamenti pubblici ai partiti e ai giornali e gli infiniti benefit di cui queste due categorie godono ed eliminerebbe anche l’ordine dei giornalisti che è un ente inutile (110.000 iscritti, 1 ogni 550 italiani, che hanno pagato 700 euro e pagano altri 100 euro annui più 1000 euro per l’esame da professionista), gestito in modo da non poter fare alcun tipo di sorveglianza su quanto viene pubblicato né di applicare un qualsivoglia codice deontologico.
    Il risultato è che gli italiani non hanno protezione alcuna contro una pioggia continua di disinformazione, di manipolazione e di distrazione di massa, che li porta, anche in buona fede, o a disinteressarsi di quanto accade in politica o economia (ignoranza, scetticismo, astensionismo) o ad accendersi visceralmente in campagne guidate, di odio o di attacco, verso questo o quell’obiettivo distrattivo (ieri i furti in villa o l’omicidio di Yara, oggi l’assassinio di Macerata, gli sbarchi dei migranti o le dimissioni di Tavecchio).
    Perché tutto questo? Perché la Casta che ci governa e fa di noi il Paesi peggio amministrato d’Europa continui a farlo indisturbata.
    Ma per Casta non si deve intendere solo il milione e 100.000 politici che ci succhiano anche l’anima, ma anche tutto il mondo capitalista che gravita attorno a loro e ci domina assieme a loro: i bancari, i grandi imprenditori, i manager delle multinazionali, gli speculatori finanziari…
    Di questo mondo ‘del potere’ i giornalisti sono i cani da guardia, gli scherani, gli scagnozzi, i tirapiedi, assunti con la precisa funzione di addormentare l’opinione pubblica e deviarla da qualunque riflessione critica che potrebbe portarli a capire il fondamento della vera realtà italiana, che è tutto fuorché democratica, progressiva e civile.
    Il risultato sono questi pseudo giornalisti alla Gruber o alla Mirta Merlin o alla Giannini, che riempiono gli studi televisivi o scrivono sui pessimi giornali italiani.
    Del resto, per capire quanto sia asservita e non libera l’informazione italiana, basta sapere chi la gestisce e riempie i consigli di amministrazione dei giornali manipolando o ingannando i cittadini: Fiat, Italcementi, Unicredit, Italmobiliare e Mediobanca, Telecom Italia, Pirelli, Fondiaria, Mediobanca, Generali Assicurazioni, San Paolo… Grande finanza, banche, assicurazioni, telecomunicazioni, cementifici, acciaierie, pneumatici, immobili, moda, elettrodomestici: non manca nessun settore del made in Italy che non manovri la cosiddetta informazione. Tutto il mondo del capitalismo italiano è legato indifferentemente a doppio filo a qualunque Governo, non distingue dx, sx o centro, ma solo la possibilità di aumentare il capitale a scapito dei diritti del lavoro e del benessere nazionale, ottenendo leggi e protezioni che difendano arbitrio e impunità, nascondendo o insabbiando i grandi scandali (vedi Consip o trivelle) e agendo indisturbato e a senso unico.
    Di questo mondo capitalista, che in Italia è vincente, visto che la sx gli si è asservita, fanno parte sia i politici che i giornalisti. I politici hanno il compito di difendere la Casta e di farla arricchire con leggi e riforme, derubando il popolo dei suoi beni e dei suoi diritti; i giornalisti hanno il compito di confondere l’opinione pubblica, nascondendo con cura quanto possa mettere in difficoltà la Casta.
    A questo conglomerato di interessi intrecciati, neoliberisti, plutocratici e antidemocratici, si oppone, al momento, solo il M5S, unico in Europa. E’ chiaro perché si trovi contro anche le caste europee che fanno parte dello stesso mondo capitalista occidentale, che ha asservito i vari partiti della sx europea riducendoli a barzelletta, dal momento che, come in Italia, si sono messi a servizio del capitale invece di combatterlo (basti vedere come il Macron delle banche abbia ridotto la sx francese).
    Chiaro perché i grandi scandali finanziari non arrivino nemmeno alla luce o scompaiano rapidamente dall’informazione pubblica, mentre si amplificano sciocchezze come il congiuntivo di Di Maio o la crisi di Spelacchio o delitti come quelli di Pamela.
    Chiaro perché il M5S sia odiato come l’unico nemico con un attacco concentrato da sx, dx e centro, che ormai costituiscono un insieme compatto di interessi senza la minima ideologia che non sia quella del potere e del capitale. Chiaro il perché del Rosatellum che prelude l’outing finale tra finta sx e dx peggiore. Chiaro anche, perché, con la caduta delle vendite dei giornali e dell’audience televisiva, si attacchi la rete con la scusa delle fake news, aumentino gli hacker, si censurino gli interventi nei blog dei giornali, e si incattivisca l’attacco contro il M5S.
    Davide contro Golia? Può darsi. Ma l’alternativa è arrendersi senza combattere ed essere distrutti.

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