La Cina non vuole Mario Draghi al Quirinale

Per l’elezione del capo di Stato, vero riferimento delle cancellerie estere, è fondamentale considerare anche il contesto geopolitico Pechino, che a Roma può contare su grillini e cattolici di sinistra, spera in un successore di Mattarella meno atlantista del premier.


(Francesco Galietti – laverita.info) – Le cronache dei preparativi per l’importante appuntamento danno finora conto di un Pd galvanizzato dalla recente affermazione alle comunali, di un centrodestra che si sforza di ricomporre l’unità perduta e di grillini che si rassegnano a fare da «ascari» del centrosinistra. Si tratta di elementi rilevanti nel complesso rito delle elezioni presidenziali che si consumerà tra pochi mesi. Il rischio, però, è di attribuire a queste elezioni una dimensione esclusivamente tattica, tutta giocata sull’intrigo di palazzo e con l’occhio fisso al pallottoliere dei voti, senza tenere conto del contesto internazionale. Sarebbe un errore imperdonabile. Ecco perché.

Il presidente della Repubblica italiano garantisce la collocazione del Belpaese negli equilibri internazionali, e il numero di telefono da chiamare per gestire le questioni strategiche e delicate è il suo. Si tratta di un ruolo già previsto dalla Costituzione, ma rinforzato dalla elevata volatilità che contraddistingue i governi italiani. Non potendo fare affidamento su presidenti del Consiglio dalla breve vita politica, le cancellerie internazionali da tempo hanno preso come riferimento il Quirinale. Anche in Cina, a cui Roma fa gola, sanno che il presidio dell’Italia passa dal Quirinale. Allungata com’è al centro del Mediterraneo, contenuta a Nord dalla cortina delle Alpi, costretta a osservare l’orizzonte di un Est vicino e un Ovest lontano, l’Italia unisce il vettore euro-cinese e quello afro-cinese.

Proprio dal punto di vista degli equilibri internazionali e delle ombre cinesi, il settennato di Sergio Mattarella, che si concluderà a breve, non è di agevole lettura. Per un verso, Mattarella ha chiamato a battesimo ben due esecutivi di fila con forti venature eurasiste e filo-cinesi. Il Conte I accolse trionfalmente Xi Jinping a Roma e firmò un accordo sulle Vie della Seta, il Conte II non fece a sua volta abiura di queste posizioni. L’avvicendamento di Salvini con Zingaretti non impresse alcuna svolta dal punto di vista di Pechino: in altre parole, vi fu «continuità nella discontinuità». Come mai? Forse perché il presidente del Consiglio era rimasto lo stesso. O forse perché a Roma Pechino può contare non solo sui grillini ma anche sulla rete cattolica di sinistra. Essa annovera figure-chiave delle istituzioni e della politica italiane. Come Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio discepolo del cardinale Silvestrini, padre della Ostpolitik vaticana. E come lo stesso Sergio Mattarella, che è molto legato al ricordo di Vittorino Colombo, il democristiano che teorizzò l’avvicinamento a Pechino. Senza contare, inoltre, che papa Bergoglio ha ripetutamente dato segno di volere un’intesa storica tra Cina e Vaticano. L’attuale pontefice, insomma, non si colloca affatto nel solco di Giovanni Paolo II, che durante la Guerra Fredda si schierò risolutamente nel campo occidentale contro l’Unione sovietica. Per il verso opposto, con il terzo esecutivo varato da Mattarella, grazie al decisivo arrivo di Draghi, si è finalmente registrata una netta discontinuità rispetto al triennio precedente della legislatura. Con Draghi a Palazzo Chigi, l’euro-atlantismo ha ripreso il posto dell’eurasismo. Non vi è dubbio: Xi è tra i pochi leader mondiali a non aver accolto con piacere l’avvento di Draghi. Non stupisce la sua assenza al vertice dei capi di Stato e di governo del G20 che si terrà a Roma il 30 e 31 ottobre. D’altra parte, già nel discorso di esordio di Draghi alle Camere, la Cina era nominata solo di sfuggita, e per giunta esprimendo preoccupazione per le tensioni geopolitiche in Asia. Il discorso non conteneva nemmeno un riferimento allo status di «partner» della Cina, né ai rapporti commerciali tra la Cina e l’Italia. Per la Cina, essere snobbati è come noto un affronto mortale. Il «destino manifesto» della Cina, infatti, non si mostra e dunque non è ovvio, il rango di impero – o aspirante tale – cessa di essere scontato.

A ciò si aggiungono aspetti pratici, come la sfilza sempre più lunga di stop che Palazzo Chigi ha imposto allo shopping cinese di imprese italiane, spesso e volentieri contro il parere di altri ministeri del governo Draghi. Al momento, quindi, può dirsi scongiurato uno scarrellamento verso la Cina. Attenzione però: gli amici di Pechino hanno indebolito la loro presa, ma siedono ancora numerosi tra i banchi del Parlamento, nei ministeri e addirittura nei Comuni. Il sogno di Xi Jinping non è affatto difficile da intuire: che al Quirinale vada qualcuno meno atlantista e più oscillante di Draghi, possibilmente un catto-dem, e che Draghi resti a Chigi solo per l’ultimo scampolo di legislatura prima di fare ritorno a Città della Pieve.

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11 replies

  1. Conte cala, ma resta primo Renzi dietro pure a Bonelli

    (di Tommaso Rodano – Il Fatto Quotidiano) – Ora lo dicono anche i numeri, che scattano una fotografia impietosa: Matteo Renzi è il leader più impopolare d’Italia. Nel consueto sondaggio del sabato sul Corriere della Sera, Nando Pagnoncelli aggiorna la classifica sul gradimento personale: Renzi è al 14%, un nuovo record negativo, superato anche da politici dimenticati dal sistema mediatico come Angelo Bonelli dei Verdi (17%), l’ex alfaniano Maurizio Lupi (18%) e Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana (19%). Più aumentano gli incarichi e i gettoni internazionali – l’ultimo con l’azienda leader del carsharing in Russia – più l’apprezzamento pubblico di Renzi diminuisce: la politica è ormai il meno redditizio dei suoi investimenti personali, forse anche quello a cui si sente meno legato.
    La graduatoria dei leader stilata da Ipsos mostra una chiara flessione della popolarità di Giuseppe Conte rispetto al sondaggio di luglio: nel frattempo l’ex premier si è tolto l’abito istituzionale e ha assunto la guida del Movimento 5 Stelle. Conte perde 8 punti in tre mesi ma resta largamente in testa con il 43%, alle sue spalle c’è Giorgia Meloni (37), poi il ministro della Salute, Roberto Speranza (34, anche lui in calo soprattutto di visibilità con il “raffreddamento” dell’emergenza sanitaria). Cresce Enrico Letta (32), Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono appaiati al 30%, Carlo Calenda malgrado la sovraesposizione mediatica non supera il 28% (un solo punto in più di Giovanni Toti e tre in più di Emma Bonino).
    Il discorso su Calenda è più ampio: l’area centrista che accende tanto il dibattito sui giornali, dai sondaggi esce notevolmente ridimensionata. Non solo l’ex ministro è scarsamente popolare, ma il suo partito Azione, di cui sono stati sottolineati i buoni risultati a Roma, sul piano nazionale non va oltre il 2%. È appaiato a Italia Viva, ai Verdi di Bonelli e a +Europa. La corteggiatissima area moderata vale più o meno il 6% (e quando si riunisce in un unico soggetto, in genere si comprime ulteriormente).
    Con questi numeri è difficile comprendere l’insistenza di Letta e del Pd su un “campo largo” che comprenda sia i Cinque Stelle che i cespugli calendian-renziani. È vero che assembrate tutte insieme le forze di centro e sinistra (Si, Mdp, Pd, M5S, Verdi, Iv, +Europa e Azione) raggiungono il 48,4% nel sondaggio di Ipsos, uno schieramento virtualmente molto competitivo con il centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia valgono il 46,8). Il problema è che la coalizione extralarge immaginata da Letta (con il M5S ma anche con Calenda e affini) è stata già rinnegata dai possibili contraenti e sembra poco praticabile dal ogni punto di vista (senza contare che non sono compatibili nemmeno gli elettori: quanti grillini sosterrebbero un centrosinistra con Renzi dentro, e viceversa?).
    Alla luce dei numeri, si fa fatica a comprendere la rinnovata passione del Pd (primo partito con il 20,7%, la Lega seconda è al 20) per il modesto bottino dei moderati e la “nuova fase” con i Cinque Stelle marginali: nonostante il racconto mediatico di un collasso imminente, il Movimento rimane ancora al 16,5%. È una tendenza – soprattutto sui giornali – che si spiega con le lenti deformate dal recente voto amministrativo. Al riguardo, il sondaggio di Ipsos mette in fila numeri chiari: il 30% degli intervistati dichiara di non essersi informato sulle ultime elezioni; il 19% pensa che abbiano perso tutti gli schieramenti, visto il livello altissimo dell’astensione; l’8% non sa dire se ci sia stato un vincitore o un perdente. L’impatto delle urne sull’opinione pubblica è stato praticamente irrilevante. E la sacca dell’astensionismo (difficilmente contendibile per i partiti moderati) resta molto voluminosa: il 40,9% del campione non ha intenzione di andare a votare o è ancora indeciso.

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  2. il 40,9% del campione non ha intenzione di andare a votare o è ancora indeciso

    Se Conte/M5* pensa di convincere o conquistare i milioni di voti in palio con un andazzo “moderato e liberale” è meglio che vada a farsi vedere da uno smodatamente bravo.

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  3. Sai quanto gliene frega alla Cina di Mario Draghi?
    Adesso che è tra i 100 più “influenti” battezzati dal Times (dal Times…), siamo a cavallo. Peccato che più “influenti” di lui siano indicati attrori, cantanti, rapper e “influencer” varie e variegate.
    Ma noi ci gonfiamo, come il pavone a cui stanno per torcere il collo: guardate che belle penne che abbiamo!

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  4. Ma questi della Verità (!) che cosa vorrebbero?
    Uno che le dichiari direttamente guerra, alla Cina?
    Serpeggia un odio…

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