Ilda Boccassini: i figli, le inchieste, gli attacchi. Storia di un’irregolare

Roberto Saviano e il libro autobiografico di Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano: le sue battaglie contro la mafia, tanti potenti e le zone grigie. «Provarono davvero ad atterrarla: come spiegare il periodo delle indagini antimafia senza scorta?»

(Roberto Saviano – corriere.it) – Se questo libro avesse potuto esser scritto con il sangue, le lacrime, la saliva, le unghie, ciocche di capelli, brandelli di vestiti, vetri d’auto blindata, forchette, ebbene sarebbe stato scritto con ogni singolo elemento di questo elenco.

Ilda Boccassini 
ha messo tutto, potrei dire che su queste pagine si è spogliata d’ogni cosa, nuda. Dovrei scegliere un termine più preciso: scorticata, perché va oltre la pelle, affronta tutto, l’osceno mondo del potere, il tenero spazio delle alleanze, il romantico slancio degli ideali. Questo libro è il racconto di una donna magistrato, che non si è mai sentita davvero comoda nel suo ruolo in una Repubblica malata, ferita, e che nei momenti di maggior tensione, così come in quelli di formazione, sempre è stata un’irregolare.

Certo, essendo un mondo di quasi tutti uomini si potrebbe pensare a una questione di genere, ma sarebbe riduttivo. Ben presto si accorge che lo spazio del diritto, che lei con ogni forza ha voluto occupare, quasi mai coincide davvero con lo spazio dei tribunali, delle procure, delle sentenze.

Questo toccante mémoire si apre e termina accanto a una Ilda intenta a rimettere a posto nelle sue stanze piene di lettere e nei suoi ricordi. Mette a posto le carte, Ilda, e prova a far ordine dentro di sé. Il primo, fatale incontro, con le pile di carta tra le quali gioca, bambina, nello studio del padre magistrato, lì dove tante volte le capiteranno tra le mani fotografie di omicidi che le turberanno il sonno e le orienteranno l’esistenza.

La bambina cresce, diventa una donna, «Ilda la rossa» che non risparmia nessuno, nemmeno se stessa. Davanti all’etica, alla professione, è di un rigore inscalfibile, lei che, come la pianta di agave a cui è stata paragonata una volta in un articolo, resiste caparbia nelle condizioni più ostili.

Sì, perché questa dedizione totale alla giustizia, se fosse stata sfoggiata da un uomo gli sarebbe valsa riconoscimenti e apprezzamenti, ma portata da lei si trasforma in condanna sociale, delegittimazione, motivo di biasimo e attacchi personali. La prima di una sterminata serie di volte in cui si scontra con questa realtà misogina, la seguiamo, giovanissima, in un’aula di tribunale in veste di uditrice: un collega si presenta sempre armato e lei e un’amica, per prendere in giro questo gratuito sfoggio di machismo, un giorno portano con sé delle pistole ad acqua colorate. Inutile dire su chi si siano riversate le ire dei più anziani.

Il libro non può esser svelato, va semplicemente letto, perché si rivela al lettore, non è possibile disvelarlo. È un concentrato di storia della nostra democrazia nei momenti di crisi più importanti.

Il centro narrativo, che tracima di felicità e dolore al contempo, è l’incontro con Giovanni Falcone, per Ida un mentore, un riferimento umano e professionale al quale è legata da un profondo sentimento di rispetto e stima reciproci, tanto che, come scrive la stessa autrice, il 23 maggio 1992 sarà per lei «il giorno in cui tutto finisce e tutto comincia».

Finisce quel giorno il rapporto con una persona importante per la sua crescita umana e professionale, dagli altri magistrati tanto pianta da morta quanto odiata, invidiata, ignorata quando non apertamente osteggiata in vita.
Comincia quel giorno il personalissimo modo di Ilda Boccassini di portare nella pratica gli insegnamenti e l’esperienza di Falcone, la strenua difesa del suo nome dagli sciacalli che prima l’hanno isolato, per poi tentare di saccheggiarne la memoria per un tornaconto personale.

Sulla scia del suo amico e collega, accetta, come una sorta di pesante testimone, la condizione di emarginata, irrisa, odiata, perseguitata, contrapponendo sempre all’isteria di massa, alle facili euforie collettive, un lavoro silenzioso e incessante.

Ilda, da Falcone, eredita il metodo di indagine, la prudenza investigativa, l’uso mediatico delle proprie dichiarazioni, che non devono mai impattare sulla sua credibilità, nemmeno per andare in cerca di un consenso troppo spesso usato per sopperire a mancanza di prove o di capacità di indagine. Cita le parole del suo mentore, che in Cose di Cosa nostra (1991) scriveva: «Oltre ad avermi insegnato una lingua e una chiave di interpretazione, Buscetta mi ha posto di fronte a un problema decisivo. Mi ha fatto comprendere che lo Stato non è ancora all’altezza per fronteggiare un fenomeno di tale ampiezza […] e ha aggiunto: ‘L’avverto, signor giudice. Dopo questo interrogatorio diventerà una celebrità ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto aperto con Cosa nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?’».

Eccolo qui, il coraggio, che non è il lanciarsi nell’ignoto o il rischiare, tutt’altro, è il dover raccogliere su di sé una scelta. È quello che fa Ilda quando sceglie il trasferimento in Sicilia, sulle tracce dei responsabili della morte di Giovanni. Non si accontenta di sapere chi ha materialmente fatto cosa: lei vuole tutti, punta ai mandanti. Ma il suo modo di scandagliare i fatti, andando oltre la superficie, rischiarando le «zone grigie» dove sfumano i contorni tra mafia e potere, bene e male, risulta scomodo in un’Italia che si trincera dietro l’illusione che esistano solo il bianco e il nero, gli eroi e i nemici.

Ilda Boccassini ne incontra tanti, di colleghi che «accettano di sponsorizzarsi come si fa con una batteria di pentole», di giornalisti asserviti e senza etica, di parlamentari che fanno gli interessi unicamente dei propri demoni, e li chiama tutti per nome, attirandosi addosso un arsenale pesantissimo che ha munizioni legali e mediatiche capaci di atterrare chiunque. Come se scegliere di stare dalla parte di chi non accetta a capo chino ingiustizia e corruzione significhi rinunciare alla propria vita privata, Ilda si ritrova più volte a fare i conti con un’enorme lente d’ingrandimento perennemente puntata addosso, pronta a mettere in evidenza qualsiasi imperfezione e a deformare ogni suo spostamento.

Eminenti giornali scandalistici del calibro di Chi, di proprietà della famiglia Berlusconi, le dedica pagine e pagine, interi servizi basati sul nulla, su un mozzicone di sigaretta spento per strada, un acquisto in un negozio di lusso, un calzino decretato fuori moda a insindacabile giudizio di qualche ormai dimenticato articolista, un pomeriggio al cinema. E quanti «scandalosi amori segreti di Ilda» sono fioriti all’insaputa dei diretti interessati, rei magari di aver attraversato una strada a braccetto?

Ma la fantasia non ha limiti, se ripensiamo al magnifico capolavoro di pura fiction pubblicato da Lino Jannuzzi in un numero del 2001 di Panorama, settimanale affezionatissimo al Cavaliere: racconta di un conciliabolo tra i procuratori Ilda Boccassini, Carla Del Ponte e Carlos Castresana, in combutta con la parlamentare Elena Paciotti per incastrare e arrestare Berlusconi. Per chi non ricordasse, era all’epoca indagato come «concorrente necessario» in reati di corruzione contestati a Renato Squillante, Attilio Pacifico e Cesare Previti e che paventavano l’esistenza di svariati falsi in bilancio e fondi neri.

D’altra parte, ci provano davvero, ad atterrare Ilda, e non solo metaforicamente: come spiegare altrimenti il periodo in cui, con le indagini che porta avanti nell’Antimafia, le viene negata la scorta?

Molto più rispetto dei colleghi corrotti, nei suoi racconti, viene riservato a Tommaso Buscetta, il pentito di Cosa nostra al quale Falcone si rivolgeva sempre dandogli del lei. Boccassini lo incontra spesso, dopo la strage di Capaci. Gli si rivela in tutta la sua umanità. Si parlano da pari a pari. Atteggiamento che riprende dall’esperienza del compianto collega, e che negli incontri con La Barbera e Cancemi la porterà a raccogliere informazioni fondamentali per le indagini. Proprio Cancemi darà la chiave per scoperchiare tutte le convergenze di interesse tra Cosa nostra, politica, finanza, imprenditoria, e le implicazioni nella stagione stragista. Dichiara, infatti, che Riina aveva incontrato «persone importanti» prima che venisse ucciso Falcone, persone che avrebbero garantito la revisione dei processi.

Da qui riparte Boccassini, arrivando a sentire il pentito parlare degli accordi economici tra Riina e un certo Marcello Dell’Utri, emissario per conto di Berlusconi. Accordi che garantivano alle mafie un’entrata fissa di milioni e milioni di lire ogni anno. Accordo, non pizzo, ci tiene a precisare Cancemi, che nel corso degli interrogatori parlerà dell’eliminazione di Falcone come di un’operazione che permetteva di prendere due piccioni con una fava: l’interesse di Riina nel togliere di mezzo un nemico personale coincideva con quello di altri, persone potenti disturbate da questo cercare il marcio nelle intercapedini, negli anfratti dove si annidavano i potenti. Di fronte a queste dichiarazioni del pentito, i capi di Ilda cercheranno di farle capire con modi «soft» che non può pensare di intromettersi sul fronte dei «magistrati collusi» e dei mandanti occulti delle stragi, ma lei è irremovibile.

Viene coniata in quel periodo l’espressione «toghe rosse»
, una frangia di magistrati comunisti che, a detta di Berlusconi, complottano ingiustamente contro di lui e che ce l’hanno tanto con la sua persona, che negli anni tornano spesso alla carica, per giri di soldi poco puliti, per il coinvolgimento di ragazze minorenni in sordidi festini a sfondo sessuale… eppure, i colleghi, quelli che con Ilda avrebbero dovuto condividere, se non la qualità dell’impegno, almeno la passione civile, sono stati coesi solo nell’abbandonarla, come a suo tempo avevano fatto con Falcone, ispirando al suo funerale un’invettiva che da Goffredo Buccini è ricordata, in un articolo del Corriere della Sera, come «un violento atto d’accusa di un giudice contro altri giudici, contro un’intera corporazione e una parte della classe politica».

Ma se i fatti sono così chiari, come mai la storia si è ripetuta identica? Chi c’era al fianco di Ilda, mentre lei denunciava e in cambio ne aveva solitudine e minacce di ripercussioni? Viene incolpata, dai suoi stessi colleghi, di aver «violato il dovere di correttezza e leale collaborazione nei confronti di un organo istituzionale». Viene definita immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere un magistrato.

Da questo, da questo sporco mondo
 che da ogni lato tenta di soffocare l’unica voce dissonante che nomina le cose per quello che sono, capiamo quanto è vero quello che l’autrice sembra voler gridare da ogni pagina, che la mafia non è un cancro che intossica una comunità di brave persone, ma che per iniziare davvero a combatterla «è invece necessario riconoscere che la mafia ci somiglia». Riconoscere lo sporco sotto le nostre unghie significa togliere potere a chi dalle «zone grigie» professa eroismo e intanto muove pedine per renderci tutti la peggiore versione di noi stessi.

È un libro colmo di delusione e diffidenza
, ma senza mai perdere la speranza del riconoscersi. Non mancano gli amici, da Peppe D’Avanzo a Lionello Mancini, giornalisti che accompagnano ma non superano i suoi perimetri, l’ascoltano ma non saccheggiano le sue informazioni. Sembra esserci sempre, dietro ogni sua pagina, uno slancio, un rinfrancarsi nel pensiero di aver trovato, in mezzo a tutta la merda, anche alcuni diamanti.

Tra gli incontri più densi di storia e significato, quello con Saverio Borrelli, il capo che subentra poco dopo il suo ingresso in tribunale e che finalmente dà fiducia e responsabilità a lei e alla squadra di giovani giudici nuovi arrivati, per la prima volta in prevalenza femminile. Non mancheranno frizioni, anche dolorose, eppure Borrelli rimarrà, leale e presente, a vigilare con la sua autorevolezza «benefica e capace di risvegliare la voglia di combattere senza risparmiarsi».

Ilda Boccassini sceglie di rivelarsi, pur nella consapevolezza
 che ancora una volta ci sarà chi andrà ad attaccarla dove trova nervi scoperti. Nervi che pulsano del senso di colpa all’idea di non aver dedicato abbastanza tempo ai figli, ma anche della pace che prova quando sente che il loro legame è più forte. Il libro è disseminato di dettagli e persino pratiche di resistenza psichica. A chi non ha smesso di insultarla, attaccarla, isolarla, risponde come ha imparato a fare negli anni, trasformando la cura di sé, la scelta della collana più bella, da rituale catartico in gesto di resistenza contro chi vorrebbe abbrutirla. Il senso dei suoi gesti cresce con lei, evolve, così come oggi cambia l’uso parsimonioso che ha finora fatto delle parole. Rompe con generosità il suo lungo silenzio, per raccontarsi in quanto donna che ha rivendicato, fin dal primo istante, il diritto di scelta, senza dover considerare di aggiungere al dolore delle decisioni più sofferte il giudizio pungente di chi vede in lei una donna aspra, che abbandona gli affetti per inseguire le sue battaglie.

Scegliere costa, su questo è molto chiara.
 Costa alla madre che accompagna la crescita dei figli filtrata da una cornetta del telefono e salvificamente mediata da una comunità di donne, le mamme dei compagni di classe dei suoi bambini, che fanno rete per sostenerla, nella gestione dei figli come nelle sue stesse emozioni. Costa alla donna che tanto spesso si è sentita sola. La sua è «una scelta quotidiana, sofferta, lacerante», davanti alla quale non si tira mai indietro, nella convinzione che «difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non è una battaglia persa» e che il passaggio di testimone alle giovani professioniste di oggi avviene in un momento in cui è di nuovo possibile sperare che le cose cambino.

Perché a nessuna potenziale Ilda di domani venga mai più preclusa la prospettiva di fare carriera perché «sei brava, ma sei Ilda». Leggerete la storia di Ilda, ma vi troverete nel cuore pulsante della storia della nostra democrazia, quella che avrebbe potuto essere, quella in cui forse è ancora lecito sperare.

2 replies

  1. Non resta che sperare che almeno qualcuna delle giovani magistrate sappia raccogliere l’eredità di questa grande donna,che ha saputo è voluto dissociarsi dalle lusinghe del potere politico che infetta una legione di ermellini indegni del simbolo di giustizia cui dovrebbero ispirarsi

    "Mi piace"