Roma te absolvo

(Marcello Veneziani) – Ora che si vota a Roma, anziché parlarvi dei quattro candidati vorrei parlarvi di lei, Roma. Vorrei offrire una guida sragionata alla città, una guida non colta ma animalesca, direi quasi cinghialesca, visti i nuovi abitanti, fatta di olfatto, vista e tatto, un po’ d’udito e molto istinto per fiutare questa carcassa antica e vitale. Lascio perdere il trascurabile dettaglio della civiltà di Roma, gli splendori dell’arte e dell’impero, la maestà del cattolicesimo a patto che  lasciate perdere Roma ladrona e magnarona, il centralismo, lo statalismo, l’assistenzialismo ed ogni altro ismo. Togliamo di mezzo come scriveva Giorgio Manganelli, la ciancia eroicomica dei ministeri, il Vittoriano, via della Conciliazione e vediamo Roma venir fuori da quella pelle posticcia, parole sue, tra fascista e liceale, con la sua pinguedine grandiosa, la sua pessima digestione, le sue arcaiche flatulenze, la cellulite dei secoli, la pietà untuosa di splendori inutili e casuali, lo sfoggio sfacciato, le rovine, i gatti, la pioggia bestiale, un amichevole tanfo di selvatico e di orina, una chiesa dell’anno mille che si appoggia da ubriaca ad un arco pagano di mille anni prima. Solo a Roma, notava Manganelli, una chiesa può essere frivola e Ennio Flaiano coglieva la differenza tra Roma e il nord proprio sulla soglia delle chiese: a Bologna davanti a San Petronio, notava, c’era un cartello che vietava di entrare nel tempio con la bicicletta; a Roma ci sarebbe da aspettarsi un cartello che vietasse di riparare le ruote delle biciclette in chiesa. Perché Roma ha una naturale dimestichezza con l’eterno, una famigliarità profana con il sacro, un odore domestico di santità alla vaccinara. Si avverte davvero accanto alla mano della divina Provvidenza la manina della divina Imprevidenza che fa godere dei propri errori.

Cosa manca a Milano per superare Roma? Manca di rovine, rispondeva Manganelli e proseguiva suggerendo di concentrare in un periodo di tempo abbreviato gli sgarbi, gli attriti, i raschi, gli insulti, le insinuazioni del tempo; Milano ha bisogno di invecchiamento artificiale. Riducete il Duomo alle condizioni del Colosseo e vi avvicinerete allo statuto speciale di capitale. Ma lasciamo perdere i paragoni. Avete mai provato signori detrattori a sedervi ai tavoli dei bar di Roma in una mattina di sole glorioso? In questi giorni, scriveva Flaiano, Roma splende di una bellezza perfino offensiva, opulenta, teneramente coronata dal verde degli alberi sbadati che punteggiano le aiuole, il passeggio indolente, la sonnolenta beatitudine di chi si siede al caffè. Non si spaventi dell’enormità di Roma, non è elefantiaca ma tribale; a ben vederla, Roma è un agglomerato di grossi paesi, orribili in periferia, attorno al nucleo antico, paese anch’esso. Le vie e le piazze imperiali sono a Parigi, a Londra, a Madrid: a Roma no, il cuore si dipana in un villaggio contorto di viuzze e di piazzette, di incanti senza potestà, farciti di madonne e di peccati, come in un borgo stagionato, tra via delle zoccolette e dei sediari. È vero che Roma offre un’infinità di piaceri e divagazioni che ammorbidiscono lo slancio vitale. Ma Roma ha questo di buono, aggiungeva Flaiano, che non giudica ma assolve. Qui t’accorgi che, come diceva il sullodato Ennio, l’italiana non è una nazionalità ma una professione. Essere italiani è un mestiere e una vocazione naturale, oltre che un’abitudine e un vizio; ma anche una professione di fede, oltre che di scetticismo. In fondo anche la proverbiale corruzione di Roma va ridimensionata; qui la corruzione è artigianale, antica, poco scientifica, poco cattiva, non pianificata, atmosferica e quasi naturale. Le grandi corruzioni contronatura non sono romane; possono essere milanesi o sicule, calabresi e napoletane, perfino piemontesi e venete, un po’ meno romane. Anche nella corruzione Roma è una città a conduzione familiare e clericale.

Roma è la nostra capitale storica e fisiologica, naturale e soprannaturale. Sparare sui romani e sul loro potere è un esercizio un po’ grottesco: perché i romani doc sono una sparuta minoranza e i romani al comando sono come le mosche bianche (draghi è una di queste, ma lui è british, euro, più che romano). A proposito di mosche bianche, anche quella mosca bianca che si affaccia da san Pietro la domenica viene da molto lontano. Per me che vengo dal sud, Roma è già profondo nord. Tutto è relativo. I sindaci passano, per fortuna, Roma resta. Volemose bene, Pontifex Ioannes Paulus II dixit.

4 replies

  1. Ah, sì, così pare… anche se non per origini (padre padovano e madre avellinese).
    Mi ero fatta l’idea che fosse umbro, per via del luogo che ha eletto a dimora nel 2009.
    Ma ha anche una casa ai Parioli.
    Eh beh, noblesse oblige…

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  2. Tutto sto sproloquio per giungerne a un altro :quello del peggiore pontefice dell’ultimo secolo. Roma è meravigliosa, è unica, è stupenda ! Merita di essere amministrata da Raggi non da ladri e approfittatori.

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