Salario minimo, Landini non perda l’ultimo treno

(MARCO VERUGGIO, campagna Salario Minimo anche in Italia, 28 settembre) – Nei giorni scorsi il dibattito politico sul salario minimo si è riaperto. Prima il presidente dell’INPS Tridico ha riproposto un tema a lui caro, ricordando che in Italia ci sono due milioni di lavoratori che guadagnano 6 euro lordi l’ora. Poi Conte e Letta ne hanno parlato nel corso della kermesse organizzata dalla CGIL a Bologna la scorsa settimana e i giornali hanno parlato di “apertura” da parte di Landini e della stessa CGIL, da sempre scettici per paura di mettere a rischio la contrattazione nazionale. Ma sono bastate poche ore per verificare la fragilità della discussione. Prima la notizia, riportata domenica da Repubblica, che per ora il salario minimo resta fuori dall’agenda del governo. Poi un post sulla pagina FB di Collettiva, il quotidiano online della CGIL, in cui campeggia la foto di Landini e la frase “Altro che minimo… dovremmo parlare di salario massimo”, una frase che pare intesa a spegnere i facili entusiasmi di chi nelle parole del segretario ha visto, appunto, un’apertura. Gli altri sindacati confederali sono da sempre nettamente contrari, più della CGIL, al salario minimo per legge. Domenica il leader della CISL Sbarra in due interviste concesse a Libero e al Quotidiano Nazionale ribadiva: “La nostra posizione è chiara, con la contrattazione collettiva noi oggi tuteliamo la quasi totalità dei lavoratori garantendo loro un salario ben superiore alle soglie minime per legge di cui si discute. Il problema è estendere questa copertura a tutti gli altri lavoratori attraverso i contratti. Il salario minimo per legge mette in pericolo tutti gli altri elementi retributivi della contrattazione nazionale, perché offre alle aziende un’alternativa ai contratti collettivi con il rischio di comprimere verso il basso diritti e salari”.

Già prima le obiezioni di parte sindacale erano smentite persino dalla magistratura, che nel 2018 ha dichiarato l’articolo 23 della Sezione Servizi Fiduciari del CCNL della Vigilanza Privata non conforme all’articolo 36 della Costituzione, quello per cui “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Tribunale di Milano, 1613/2018). L’anno successivo un’altra sentenza citava le motivazioni con cui il sindacato aveva giustificato ai giudici l’accettazione di quell’articolo, suggerendo piuttosto l’idea dell’impotenza della contrattazione collettiva (o del sindacato stesso): “Il quadro è risultato ancora più confuso e contraddittorio laddove gli informatori hanno risposto alla richiesta di spiegare come è stata determinata la retribuzione di cui all’articolo 23. Il rappresentante della FILCAMS-CGIL, infatti, ha affermato: ‘Siamo partiti dalla retribuzione della vigilanza armata e abbiamo valutato il gap di differenza tra il rischio della vigilanza armata e quella che era un’indennità non scritta legata alla responsabilità di un’arma, riducendola in misura corrispondente. La decurtazione è stata il frutto di una discussione a cui hanno partecipato tutte le sigle sindacali e datoriali per arrivare alla stesura di un contratto con una parte economica e normativa condivisa onde evitare le ingiustizie e le anomalie che venivano perpetrate nel settore. È stato il frutto di una trattativa politica e sindacale’ e che ‘Noi del sindacato avremmo voluto dare la stessa retribuzione della vigilanza armata, ma non ci siamo riusciti.’” (Tribunale di Torino, 1128/2019)

Oggi però la cronaca ci offre un nuovo, decisivo elemento. Ita, la nuova Alitalia, società di proprietà al 100% dello Stato, ha annunciato che uscirà da Assaereo, l’associazione datoriale aderente a Confindustria, e dunque non applicherà più il contratto nazionale del trasporto aereo firmato coi sindacati maggiormente rappresentativi (tra cui CGIL CISL UIL), ma lo sostituirà con un regolamento aziendale. “Il Suo rapporto di lavoro è disciplinato, anche per la parte economica, dal regolamento aziendale tempo per tempo vigente, che Lei è tenuto a conoscere, e dai futuri accordi collettivi che dovessero essere applicabili” recita la comunicazione che i “neoassunti” stanno ricevendo in questi giorni.

Insomma il governo Draghi dà mandato a un’azienda pubblica di compiere un atto che “scardina l’intero sistema della contrattazione collettiva”, per usare le parole di Davide Gariglio, presidente della Commissione, capogruppo PD alla Commissione Trasporti della Camera. Nei cosiddetti contratti-pirata almeno l’azienda deve trovarsi un sindacato compiacente disposto a sottoscrivere condizioni capestro per i lavoratori. Qui invece siamo all’atto unilaterale, al superamento della contrattazione con l’idea che il padrone nella propria azienda applica le regole che vuole. Pensare che lo stesso governo approvi la legge sulla rappresentanza tanto agognata dai sindacati e che imponga alle imprese di applicare il contratto collettivo siglato dalle organizzazioni più rappresentative significa farsi delle illusioni ingiustificate.

Per questo oggi più che mai la battaglia per il salario minimo (e più in generale per il salario in tutte le sue forme) è una battaglia politica. Non solo perché chiama in causa il governo e i partiti politici, ma anche perché pone la questione del potere esercitato nei luoghi di lavoro. Ed è una battaglia che soprattutto la CGIL ha l’occasione di combattere cogliendo una contraddizione interna alla maggioranza di governo, che investe i partiti a lei più vicini, e lanciando un’iniziativa unificante e capace di fare massa critica parlando a tutti i lavoratori italiani: ai lavoratori dei settori a basso reddito, come quelli della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, che da anni attendono il rinnovo contrattuale; ai rider e ai lavoratori della cosiddetta gig economy; ai dipendenti delle aziende in crisi a partire da Alitalia; a chi già oggi ha un contratto pirata e a chi potrebbe averlo domani, persino nel settore pubblico. Ed è anche una battaglia che permetterebbe alla CGIL di collegarsi alle forze più avanzate del sindacalismo europeo. In Germania la SPD, prima forza politica nel Bundestag dopo il voto di domenica, propone l’aumento del salario minimo a 12 euro l’ora con l’appoggio della DGB, la principale confederazione sindacale tedesca, che fino al 2014 ha avuto gli stessi dubbi della CGIL su tale strumento. Pochi mesi fa la pubblicazione di una ricerca dello University College di Londra ha dimostrato quanto per il sindacato tedesco cambiare idea si sia dimostrato corretto, perché lo studio mostra che l’introduzione di un minimo retributivo per legge ha aiutato milioni di lavoratori tedeschi senza incrementare il tasso di disoccupazione e premiando le imprese più efficienti.

Per questo oggi più che mai lottare per il salario minimo, anzi per un buon salario minimo, significa difendere la contrattazione collettiva da un’offensiva senza precedenti – appalti, delocalizzazioni, licenziamenti ecc. – con le imprese che approfittano della pandemia, dell’ampia maggioranza di governo e del brand Draghi, nonché dell’occasione fornita loro dal green pass per gettare una palla avvelenata e divisiva nel campo avversario e cercano di ridimensionare il ruolo dei lavoratori e dello stesso sindacato nei luoghi di lavoro. Non combattere questa battaglia e puntare sulla mera pressione diplomatica su partiti deboli e inaffidabili significa non solo abbandonare i lavoratori a se stessi, ma mettere in discussione il futuro della stessa idea di sindacato, facendone sempre più un soggetto socialmente utile al massimo per farsi fare le pratiche per la pensione o il 730. 

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