Amministrative: “Un test? Macché”. La tattica dei politici che ora temono il voto nei Comuni

(Tommaso Labate – corriere.it) – «Le amministrative sono il test di un bel niente», ha sostenuto l’uno nella pausa di una registrazione di Porta a Porta, concetto poi ribadito a Bruno Vespa anche a telecamere accese. «Le amministrative non sono un test», ha argomentato a più riprese l’altro durante il tour elettorale. Non ci sarebbe nulla di strano se l’uno e l’altro, che in vista del voto della settimana prossima dicono quasi con le stesse parole la stessa identica cosa, non fossero attualmente le pedine più distanti della scacchiera politica italiana.

M atteo Renzi e Giuseppe Conte affrontano la tornata elettorale del 3 e 4 ottobre con lo stesso piglio di chi, a una vigilia di amministrative affrontata col patema di sondaggi non proprio esaltanti, ha storicamente liquidato il voto locale come una specie di orpello; un accessorio importante a ridisegnare degli assetti ma rigorosamente a livello periferico; e, soprattutto, ininfluente a determinare la forza di un leader o di un partito a livello nazionale.

Il trucco è antico almeno quanto l’elezione diretta dei sindaci, che ha inaugurato la stagione in cui i cittadini hanno iniziato a scegliere primi cittadini, presidenti di provincia, governatori regionali. Quando la vittoria ti sembra distante, derubrica; quando il traguardo locale ti appare irraggiungibile, minimizza. «Ma cosa volete che succeda in queste elezioni?», ha scandito qualche giorno fa Ettore Rosato di Italia Viva. Basta cambiare il punto di osservazione e il risultato non cambia. «Superare Salvini non mi interessa», ha scandito da Piazza Duomo Giorgia Meloni, a proposito del derby in corso tra Lega e Fratelli d’Italia. Messo di fronte alle letture secondo cui il voto di domenica prossima possa aprire la crisi nel Carroccio, Matteo Salvini ha usato la stessa tattica: minimizzare. «Mi sembra che vivano su Marte…». Di fronte a un esito incerto, il piglio dei leader nazionali, che alle elezioni politiche sfiora l’ardimento, alle elezioni amministrative viene sostituito dal basso profilo.

Disancorate dalla vecchia regola secondo cui il voto locale favoriva i progressisti con i ballottaggi che premiavano quelli che rimanevano in città «mentre i nostri vanno al mare», come da teoria attribuita a Silvio Berlusconi, le amministrative sono sempre state il tormento delle maggioranze. «Ma quale segnale politico, si vota solo per i sindaci!», scandì da Palazzo Chigi Matteo Renzi a pochi giorni dalla tornata del 2016, che avrebbe certificato l’ondata dei M5S a Roma e Torino. Undici anni prima, dalla stessa sede, Silvio Berlusconi aveva scrollato le spalle di fronte agli oscuri presagi che attendevano il centrodestra alle amministrative del 2005: «In un momento non facile per l’economia, l’opposizione ha un vantaggio. E infatti in tutta Europa ha vinto l’opposizione…». Un anno dopo le loro previsioni votate all’understatement, nessuno dei due era più a Palazzo Chigi.

L’esatto contrario di quanto capitò a Massimo D’Alema, l’unico presidente del Consiglio della storia recente che non solo non ha girato alla larga dalla roulette delle amministrative; ma ci si è addirittura avvicinato con tutte le sue fiches. Al tavolo con i suoi più stretti collaboratori, nel bel mezzo della campagna elettorale delle Regionali del 2000, si sentì dire — con i sondaggi alla mano — che «abbiamo semmai il problema di vincere troppo» (al tavolo erano seduti, tra gli altri, Claudio Velardi, Nicola Latorre, Gianni Cuperlo). Finì male e si dimise. Al contrario del Berlusconi del 2009, già una navigata volpe della politica, che comprese quanto l’uva del voto locale era meglio lasciarla là dov’era. Si votava in 32 capoluoghi di provincia e il Cavaliere, fiutando l’aria di un pareggio che la sorte poteva trasformare in una vittoria o in una sconfitta, scelse per l’appunto una terza via. «Il voto? Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho dovuto tirare la carretta da solo». Un modo, forse il più saggio, di chiarire di chi sarebbero stati i meriti della vittoria e di chi le colpe della sconfitta. Nel primo caso, e solo nel primo, le sue.

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