Ventimila leghe sotto Draghi

Da un lato i governisti guidati da Giorgetti, dall’altro i movimentisti che fanno capo a Borghi. In mezzo Salvini che seguirebbe i secondi, ma compiace i primi. La nuova mappa del Carroccio.

(Stefano Iannaccone – tag43.it) – Governisti contro movimentisti. L’estensione del Green pass è stata l’occasione per far esplodere definitivamente i contrasti all’interno della Lega. In mezzo c’è finito il leader, Matteo Salvini, diventato di colpo bersaglio di due fuochi amici. In bilico tra la ricucitura e lo strappo definitivo. Da un lato, come accennato ci sono i governisti, più vicini al mondo imprenditoriale, dall’altro i sostenitori di un partito a carattere nazionale, fedele allo schema promosso da Salvini. Sono pretoriani dell’euroscetticismo, critici contro le restrizioni imposte dalla pandemia.

E intanto, mentre la disputa si infiamma, la Lega perde pezzi. L’ultima in ordine cronologico a salutare la compagnia è stata l’eurodeputata Francesca Donato. Emblema di un affanno ormai chiaro a tutti. A gettare acqua sul fuoco, ha provato il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. La sua nota è arrivata soltanto il giorno dopo le assenze leghiste al voto di fiducia sul decreto legge che estendeva il Green pass. La tesi di difesa sosteneva che la maggioranza dei deputati avesse partecipato al voto. Il ritardo, tuttavia, non è passato inosservato. Sebbene ogni spiffero di divisione venga rispedito in fretta al mittente, come è stato ribadito a Tag43: «Nessuna scissione all’orizzonte, su certi temi c’è una diversità di vedute. Ma nient’altro». Salvini resta leader, dunque. Tra i corridoi della Camera, però, il futuro provano a ipotizzarlo diversi leghisti, in discorsi spesso condivisi con gli alleati di Forza Italia che recitano più o meno così: «Dopo le Amministrative ci sarà un Salvini più moderato, in stile Giorgetti. Non ha alternative di fronte alle richieste del mondo produttivo».

Giancarlo Giorgetti, l’opera del leghista di governo

E Giancarlo Giorgetti è sicuramente il principale esponente della Lega di governo, il regista dell’operazione che sta portando il Carroccio su posizioni meno intransigenti. Da ministro dello Sviluppo economico, è grande sponsor dell’esecutivo guidato da Mario Draghi e benedetto, ancora una volta, da Confindustria e dal mondo produttivo settentrionale. Tra Giorgetti e il presidente del Consiglio «c’è una grande stima reciproca», raccontano da Palazzo Chigi, e un feeling che si sta sempre più consolidando. Il numero uno del Mise può contare su solide sponde all’interno del Consiglio dei ministri. Anche il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, è allineato sulle posizioni giorgettiane, che respingono le tentazioni di avvicinarsi alla galassia no-pass. La ripresa del turismo passa proprio dalle tutele introdotte dalla certificazione. Erika Stefani, ministra per la Disabilità, è un’altra sostenitrice dell’azione di Draghi sulla pandemia, insieme alle sottosegretarie, Vannia Gava, e Tiziana Nisini. Ma la vera forza è rappresentata dai presidenti di Regione. Su tutti c’è Luca Zaia, presidente del Veneto, che ha scandito: «Il Green pass è libertà». Parole che lo hanno messo dall’altra parte della barricata rispetto a Salvini. Tanto che prendono forma le voci di una possibile sfida congressuale, al momento smentita dal diretto interessato.

Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, non è certo più tenero: «Nessuno spazio ai no-vax nella Lega», ha sottolineato. Anche il numero uno della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha benedetto il certificato: «È una garanzia per l’economia». Insomma, i principali titolari di incarichi di governo, dal nazionale al locale, sono schierati a favore delle misure volute Draghi. E non solo. La storica graniticità dei gruppi parlamentari, infatti, sta venendo meno. Alla Camera il capogruppo Molinari, nonostante la necessità di fare equilibrismo, è annoverato tra gli uomini di Giorgetti, stesso discorso per il presidente dei senatori, Massimiliano Romeo. A Montecitorio Cristian Invernizzi e Massimiliano Panizzut sono sostenitori dell’ala istituzionale di Giorgetti, così come al Senato l’ex grillino Stefano Lucidi e il sottosegretario alle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio. In questo caso però si cerca la mediazione: «Il green pass non è la soluzione a tutto». E questi sono solo i nomi principali, che si sono comunque esposti sulla questione. Molti altri, soprattutto eletti al Nord, sono allineati alle idee di Giorgetti. È il caso di Paolo Grimoldi.

Claudio Borghi, capofila di euroscettici e no Green pass

Ma la spaccatura c’è, eccome. L’ala sovranista, quella che continua a essere anche euroscettica, mastica amaro. Il deputato Claudio Borghi, legato politicamente alla Donato, è il capofila dei critici verso l’estensione del green pass. Ed è uno dei volti mediatici della protesta e del dissenso interno. Tra quelli che, secondo quanto si vocifera, inizia a credere sia meglio la scissione, come scritto in una conversazione interna da Marco Zanni, capogruppo della Lega nell’Europarlamento. Al fianco di Borghi, proprio come è stato nelle battaglie contro l’euro, c’è il senatore Alberto Bagnai. A Palazzo Madama siede inoltre Roberta Ferrero, organizzatrice di un convegno in cui sono state illustrate le cure alternative al Covid-19. Tra cui l’impiego dell’antiparassitario ivermectina. L’ex sottosegretario, durante il primo governo Conte, Armando Siri rientra nelle fila dei contrari alla certificazione ed è a pieno titolo nell’ala movimentista. Altri nomi forse meno noti, ma altrettanto ostili, sono quelli di Matteo Micheli, Guido De Martini, Vito Comencini, Alessandro Pagano e Dimitri Coin.

E in mezzo chi c’è? Di sicuro il deputato ligure Edoardo Rixi, che cerca un punto di caduta, affiancando Salvini, che, dal canto suo, vorrebbe sposare la causa sovranista, ma si ritrova a dover seguire i governisti. Vicino al leader, nonostante tutto, rimangono i fedelissimi: Lorenzo Fontana, Claudio Durigon, Igor Iezzi e Dario Galli. Quelli che seguirebbero ovunque il loro capitano.

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6 replies

  1. Confindustria si inchina a Draghi “È il nostro uomo”. E batte cassa

    (di Carlo Di Foggia – Il Fatto Quotidiano) – Spesso la Confindustria è stata filogovernativa, talvolta la passione è sfociata in uno scambio di amorosi sensi. Con l’accoglienza riservata ieri a Mario Draghi si è raggiunto lo stato di devozione. Alla sua seconda assemblea annuale, il presidente Carlo Bonomi non è riuscito a trattenersi accogliendo il premier. “Draghi non è un uomo della Provvidenza, non è uomo della possibilità, è un uomo della necessità, come De Gasperi, Baffi e Ciampi”, ha spiegato invocando l’applauso. Il premier riceve una lunga standing ovation, si alza e ricambia. Prende ovazioni ogni volta che si pronuncia il suo nome. Gli attriti all’epoca del Conte-2 sono archiviati.
    Nel ’94 un esordiente Silvio Berlusconi fu accolto festante. Il presidente Luigi Abete lo salutò come “il collega di ieri”. “Sembra copiata dal programma di governo”, scherzò il Cavaliere commentando la relazione annuale. Draghi non replica la scena, eppure Bonomi ce la mette tutta. Spiega che la sua “mano ferma” ha già compiuto miracoli: “Ha mutato energicamente su finalità e governance le prime 80 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza”; “sta scrivendo le riforme fondamentali prima inesistenti come produttività e concorrenza”; “ha ridefinito la campagna vaccinale in pochi mesi”. Bonomi scorge in “ogni azione la trasmissione al Paese, ai mercati e al mondo, di una nuova fiducia verso la credibilità dell’Italia”. “Ecco perché noi imprese non esitiamo a dire che ci riconosciamo nell’operato del governo Draghi, che ci auguriamo continui a lungo l’esperienza”. Tradotto: il premier resti fino al 2023 e oltre, i partiti non ostacolino le riforme e “non attentino alla coesione del governo pensando alle Amministrative, o con veti e manovre in vista della scelta per il Quirinale”.
    La visione del leader confindustriale – il primo di cui non si sa quale impresa possegga – non è particolarmente originale. C’è il disprezzo per i politici (“persuasi di conoscere già la verità e rifiutarne qualsiasi negazione”, dice citando Einaudi) e l’idea che l’economia sia affare delle aziende, uniche vere custodi delle ricette giuste per il Paese. La ripresa in atto (+6% il Pil nel 2021), ça va sans dire “è merito dell’industria: non lo diciamo vantandocene, semplicemente richiamiamo ciò che è un fatto”. E qui Bonomi presenta il conto.
    Il primo riguarda la transizione ecologica, i cui obiettivi “devono essere credibili”. Se la prende con l’agenda Ue Fit for 55 e l’obiettivo del dimezzamento della Co2 al 2030 usando l’armamentario classico dell’industria: troppa ambizione; l’Ue “pesa solo per l’8% delle emissioni”; ma soprattutto serve “supporto per i necessari investimenti”, cioè soldi. Il secondo è il fisco: 3 miliardi per la riforma sono “pochissimi”, va “abolita l’Irap” e tagliata l’Ires. Bonomi illustra bene cosa si aspetta dalle “riforme”: “I servizi pubblici devono aprirsi ai privati, basta gestioni in house degli enti locali”; stessa cosa per il servizio sanitario e per i servizi per l’impiego “totalmente inefficienti, a differenza delle agenzie private”. Non manca l’appello ad accelerare sugli sblocca cantieri e l’attacco al blocco dei licenziamenti superato a luglio. Infine la riforma degli ammortizzatori sociali: “Non sia a carico delle imprese”. Si appella ai sindacati per un nuovo “patto per l’Italia”.
    Un anno fa, Bonomi attaccò duramente dal palco il premier Giuseppe Conte contestando “la politica dei bonus” (cioè i ristori). “Servono a tutelare il tessuto sociale”, replicò Conte ricordando che per gran parte erano andati alle imprese. A Draghi tocca ben altra accoglienza, ma l’ex Bce evita di farsi trascinare da tanto affetto. Ricorda che la crescita è soprattutto un rimbalzo dalla maxi-recessione del 2020 e che i 500 mila nuovi occupati sbandierati da Bonomi “per tre quarti sono a termine”; che due milioni di famiglie sono in povertà e che la transizione ecologica “è una necessità”. Prende applausi quando promette che non ci sarà redistribuzione (“Non alzeremo mai le tasse”) e quando accoglie la proposta di Bonomi di un grande “patto economico e sociale” con i sindacati (che ha convocato per il 27), alludendo forse al precedente del ’93 del governo Ciampi. Il premier attribuisce alla “rottura delle relazioni degli anni 70 le origini del declino dell’Italia”. Una visione curiosa: quella rottura avvenne a danno dei lavoratori (la famosa “politica dei sacrifici” enunciata dal leader Cgil Luciano Lama nel ’78) e il patto del ’93 avviò la stagione della moderazione salariale. I lavoratori italiani già tremano.

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  2. Leggere dello “stato di devozione” fa abbastanza schifo, sentirlo e vederlo, ieri sera, faceva vomitare.
    Ho dovuto cambiare canale… e ho beccato Francesca Donato!🤦🏻‍♀️
    Ecco perché ha dato defezione da parlamentare europea: ha piantato le tende in TV, in qualsiasi trasmissione, specialmente quelle de la7.
    È dappertutto a sbraitare sulla voce degli altri(in genere esperti attoniti), forte della sua ignorante arroganza.
    Anche basta.

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  3. A riveder le stelle, ma per il dolore
    Dopo il discorso di Draghi all’assemblea di confindustria le quotazioni in borsa della vasellina hanno avuto un’impennata. . Ahi, che male!

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  4. “I servizi pubblici devono aprirsi ai privati, basta gestioni in house degli enti locali”

    Ebbasta con questi servizi indivisibili, dateli a lui e vedrete come li spacchetta!

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  5. Attilio Fontana, ha benedetto il certificato: «È una garanzia per l’economia»

    Questo è quello che mandò 1 anno e mezzo fa i malati leggeri nelle RSA, con i risultati ben noti e per cui ci sono state centinaia di denunce. Come fa questa cnaglia ad essere ancora a piede libero?

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