60 anni fa il comunismo si murò vivo

(Marcello Veneziani) – La cortina di ferro tra Oriente e Occidente calò il 13 agosto del 1961, perché d’agosto riescono meglio le cose più infami. Giusto sessant’anni fa. I berlinesi si trovarono d’un tratto divisi da un Muro eretto dal governo comunista di Pankow che segnò il cementificarsi della guerra fredda, lo spartiacque irrimediabile tra due mondi e due visioni del mondo. Per sopravvivere al confronto ed evitare perdite, il comunismo decise di murarsi vivo nei suoi confini. Un tentativo feroce di arrestare il flusso della modernità che valica muri e frontiere nel segno degli scambi e delle comunicazioni globali. Ma la divisione sancita dal Muro non era astratta, formale o solo ideologica, perché feriva una città e la sua vita reale, divideva famiglie, parentele, amicizie, spezzava progetti di vita e di lavoro. La drastica misura fu decisa dal blocco comunista per arginare l’esodo da est a ovest che stava assumendo proporzioni allarmanti. L’alibi per il Muro fu il solito, ancora attuale: ripararsi da un fantomatico pericolo fascista. Nessun altro regime autoritario e totalitario del Novecento ebbe bisogno di erigere muri alla frontiera per impedire che scappassero i suoi cittadini, nemmeno il feroce ed efferato regime nazista. L’unico che lo fece è il comunismo. Presentandolo a contrario, come “barriera protettiva antifascista” (la mistificazione della propaganda).

Al di là di ogni opinione e di ogni ideologia, bastava quella fuga unilaterale, dalla Germania comunista alla Germania occidentale, per certificare il fallimento del regime comunista e del modello sovietico. Quell’emorragia andava fermata, a costo di versare altro sangue dell’esausta Germania, dopo la devastante esperienza della guerra mondiale in cui aveva perso milioni di vite umane, intere città distrutte, più la dignità e la sovranità, per via dei campi di sterminio e del nazismo. Dopo aver subito perdite enormi in guerra, non solo soldati ma città bombardate e campi di concentramento dove erano morti centinaia di migliaia di tedeschi, gravava sulle sue spalle pure l’infamia del razzismo e l’orrore della shoah. Quel muro giunse come una crepa ulteriore, l’infarto su un corpo già martoriato e un’anima lacerata.

A dir la verità il Muro non giunse improvviso, anche se rapida fu la sua edificazione. Già nel dopoguerra, nel 1948, Stalin promosse il blocco di Berlino: timoroso di una rinascita tedesca, Stalin non si accontentò di smembrarla in zone d’occupazione, auspicando che la Germania fosse ridotta a nazione inerme ed agricola, senza velleità industriali che potevano essere pericolosamente riconvertite in industria bellica. La richiesta di Stalin non era sgradita alle potenze occidentali; Churchill aveva già proposto la neutralizzazione tedesca; e gli americani sapevano che solo una Germania debole avrebbe consentito agli Usa di esercitare un ruolo egemonico sul continente europeo. Dieci anni dopo il blocco di Berlino, anche i leader sovietici Krusciov e Gomulka attaccarono violentemente la Germania federale e si opposero all’ipotesi di libere elezioni in tutta la Germania che sancissero la riunificazione tedesca. Le libere elezioni avrebbero infatti segnato con ogni probabilità la sconfitta del partito comunista tedesco e dunque la liquidazione del controllo sovietico nella Germania orientale. Anche se all’est, alle ultime elezioni, nel 1958, il 99.87 % dei tedeschi orientali aveva votato per il listone nazionale comunista; ma, piccolo particolare, non c’erano liste alternative… Prevalse così l’idea di tenere le due germanie divise fino a quando si giunse all’innalzamento del muro; odioso per tutti gli uomini liberi ma in fondo non dispiaceva alle potenze occidentali. Per lunghi anni ha fatto scuola nei paesi occidentali la convinzione ben riassunta da Andreotti che spiritosamente e cinicamente sosteneva: “Amo la Germania a tal punto che preferisco averne due anziché una sola”. Il timore di un gigante tedesco nel cuore dell’Europa non riguardava in effetti solo il mondo sovietico. Anche negli Stati Uniti e in Europa preoccupava il gigante tedesco. E tuttavia fu memorabile il discorso di Kennedy a Berlino e la sua dichiarazione di sentirsi berlinese. Colpirono gli eccidi, in particolare nell’agosto del 1962, che perpetrarono i vopos contro i tedeschi orientali che cercavano di superare il filo spinato. La collera popolare salì con la tensione internazionale, mentre l’Urss celebrava la sua potenza festeggiando a un anno esatto dall’innalzamento del Muro l’impresa degli astronauti Nicolajev e Popovic. Colpì in modo particolare il sacrificio di un ragazzo di 19 anni, Peter Fechter, che fu lasciato morire dissanguato ai piedi del Muro che aveva cercato di valicare. Dei paesi dell’Est la Germania orientale fu tuttavia il paese meno inefficiente, più competitivo, non solo nei giochi olimpionici. Neanche il comunismo e lo statalismo riuscirono del tutto a smantellare una struttura e una mentalità venute da lontano.

Ci vollero altri 28 anni, e altre centinaia di vittime, per veder cadere quel Muro e così vedere ricomposta Berlino, la Germania e l’Europa. Quando cadde quel muro ci si accorse che non divideva solo due Stati, due regimi, due mondi politici, ma perfino due epoche: era come se il tempo nella Germania est fosse andato più lentamente, ridotto a una marcia forzata. Era rimasta più Prussia, più Terzo Reich nella Germania comunista.

A novembre ricorderemo la caduta del Muro, a cui poi seguì il collasso del comunismo sovietico, la fine del mondo bipolare, l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, la globalizzazione e l’Unione europea. Ma prima di ricordare quel crollo, va ricordata la sua erezione, pensata come perpetua. Alla fine durò “solo” ventotto anni. Oggi si parla tanto dell’infamia dei muri, salvo dimenticare il Muro più infame di tutti, eretto quel 13 di agosto a Berlino.

7 replies

    • non lavora, e quindi?
      si vuol forse rendere complice di uno che scrive
      “il regime nazista non blindava le frontiere per evitare che i cittadini scapassero”
      suggerendo che quindi era meglio del regime del patto di Varsavia?
      non lo sente il ridicolo, e l’oscenità, in quelle parole?

      e, a quello che ha scritto l’articolo, varrebbe la pena ricordare la Dottrina Hallstein,
      che non è cosa neutra nello svolgersi degli eventi ma parte di altri eventi e comportamenti che
      gli anglosassoni (usa e gb) hanno, da ben prima della fine della guerra, sempre avuto mire sulla CCCP
      avuto, dato che le loro mire che erano tutt’altro che pacifiche e solo la deterrenza nucleare le ha fermate
      le loro promesse in merito sono sempre state disattese
      basta vedere la quantità di basi NATO e USA ci sono nel mondo e come cingono l’attuale Federazione Russa
      solo un cieco, o un ottuso collaborazionista, non lo vedrebbe

      e giudicare, con il sentire gli altri d’oggi, fatti avvenuti in momenti dove il sentire gli altri era ben differente
      ed il ricordo dell’invasione era ancora ben vivido nella mente di chi l’aveva subita, è proprio nauseante.

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  1. È totalmente improprio fare confronti
    del genere, insensato. Roba da osteria .
    Dopo Jalta il mondo non fu più lo stesso e ognuno dei due maggiori contendenti ha esercitato la sua influenza in base alle capacità, tra colpi di stato e repressioni.
    Per quanto riguarda la Germania nazista i muri sarebbero stati un controsenso geopolitico e, diciamo, programmatico: alla base della dottrina c’era un pilastro che forniva ampi orizzonti, ad est: il “lebensraum”.
    Il caporale austriaco voleva espandersi, non murarsi.

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  2. Ma perché questo individuo parla a vanvera di cose che non conosce? Il suo pressapochismo interessato rischia di mandare in vacca tutto il discorso, che contiene alcune verità. Sì, è vero, la DDR fu un regime orribile, che eresse il muro soprattutto per i noti, abietti motivi. La gente, soprattutto la borghesia, votava con i piedi abbandonando la repubblica “democratica” stufa della povertà e degli arbitrii che le garantiva il regime, e per farlo utilizzava Berlino, che era l’unica porta per l’ovest rimasta accessibile. Le due Germanie erano già divise dal filo spuntato dal 1950, tranne l’ex capitale del Reich. Ma vi erano anche altri motivi, che davano un barlume di senso alla propaganda comunista. Finché non c’era il muro, i berlinesi dell’ovest andavano a fare la spesa a est perché costava meno, alcuni di quelli dell’est lavoravano all’ovest perché venivano pagati meglio. Ma continuavano a risiedere a est perché gli affitti erano ridicoli, contribuendo a deprimere ulteriormente l’economia della DDR. Il muro (fu cosa atroce!) mise una pezza a un madornale errore di Stalin, che aveva acconsentito alla quadripartizione di Berlino- dopo averla liberata da solo- in cambio di modesti compensi territoriali (la Turingia). Ma queste sono ancora finezze da appassionati. Gli sfondoni di Veneziani sono le “ultime” elezioni del 1958. Che vuole dire? I ddrini non hanno mai smesso di votare, dal 1946 al 1989, solo che erano sempre elezioni farsa: si trattava di barrare ja o nein sotto la lista antifascista di fronte al comitato politico di quartiere. Veneziani poi parla di un fantomatico “listone nazionale”comunista. Esisteva una “lista antifascista” che tutto era tranne che nazionale (i riferimenti alla nazione erano stati banditi dalla retorica ufficiale già da Ulbricht, così come il semplice aggettivo “tedesco”, se non riferito alla lingua, definitivamente espunto da Honecker e sostituito con la locuzione “der DDR”) . La componevano vari partiti, che, salvo il partito-guida, avevano gli stessi nomi di quelli della BRD, ma fungevano da cinghia di trasmissione per includere nello spazio politico e controllare potenziali aree di dissenso (cristiani, piccoli commercianti etc.). Gomulka leader sovietico fa ridere, sapendo che guidò l’ala nazionalista del partito comunista polacco (tra l’altro fu tra i pochissimi leader nel Patto di Varsavia a criticare il muro), che era riformista, avviò delle liberalizzazioni e proprio per questo fu fatto dimettere da Breznev nel 1971. Gli eccidi poi non avvennero nel 1962, ma nel 1953 (il muro era stato costruito anche per evitarli). Ancora, la famosa frase di Andreotti era una delle tante prove della sua lungimiranza politica (era un mascalzone, ma sapeva il fatto suo). Il guaio è che, al contrario di quanto scrive Veneziani, il lucido ammonimento (1990) del Divo venne completamente ignorato, perché Kohl e gli americani avevano fretta di passare all’incasso. Infatti adesso ci ritroviamo di nuovo con una Germania egemone, che finché è governata da una Merkel può anche non far paura, ma chissà cosa potrà accadere tra 10 o 20 anni?

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  3. Ancora col comunismo?Fatti una doccia gelata.Da retta.Macello più infami dei nazisti e fascisti nella storia moderna non esistono. Anche se ci sono similitudini non arrivano mai all’apice di quel “regime”.

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  4. Oggi non lavoro ma vado al fiume. Vedo che avete interrato le piantine, dato l’acqua e pulito il viale. Bravi cosi’!

    M’aspettavo il Coso & C. ma no, si vede che oggi gli e’ saltata la corrente a casa.

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