Che Salvini papeeti Draghi

(Tommaso Merlo) – Ci vorrebbe una bella papeetata di Salvini per liberarci da Draghi. Un bel colpo di testa del Capitano come ai vecchi tempi. Giuramento di fedeltà eterna al tetro bancario e poi un bel gesto dell’ombrello improvviso in modo da riprendere la rincorsa verso i piedi poteri. Del resto se non si dà una mossa la Meloni gli porta via anche le mutande verdi. Nel governo dei peggiori il capitone si è sempre sentito a casa in realtà. E questo nonostante sia stato costretto a contendersi le chiappe di Draghi addirittura col Pd e nonostante il bancario taciturno lo abbia contraccambiato assumendo addirittura la Fornero dopo aver confermato Speranza e la Lamorgese. Gelida ingratitudine tecnocratica di stampo europeista. Ma bisogna essere onesti, Salvini voleva star fuori dalla solita poltronata all’italiana, ma si sa come sono quelli del profondo nord, pensan solo ai danè e così alla fine il capitone padano ha dovuto capitolare. Già, per salvare l’Italia da una pandemia a cui lui non credeva nemmeno in fondo. Bene, bravi ci hanno salvato tutti, ma adesso anche basta. La pandemia è scemata, le mani sul recovery le hanno messe e adesso c’è pure il semestre marrone e infarcito di noccioline. Che Salvini sfoderi la spada come Alberto da Giussano e papeeti a manetta. Anche perché incombe la cruda realtà. Quegli stramaledetti clandestini si son rimessi a sbarcare a orde come se nulla fosse. Una vera e propria invasione di baluba che non hanno mai visto un vaccino neanche col binocolo e si apprestano a gironzolare per il Belpaese mentre il governo dei migliori vorrebbe mettere il Green Pass anche per andare a pisciare. Davvero troppo. Il capitone deve reagire e farlo subito altrimenti la Meloni gli porta via anche le mutande verdi tempestate di vichinghi urlanti. Salvini ha già dato. È passato dal non mettersi la mascherina al partecipare ad un governo imbevuto di quella tecnocrazia che ha sempre combattuto in decenni di onorata carriera. Bene, grazie di tutto, ma adesso anche basta. Ormai si è vaccinato pure lui e poi è estate. Salvini vuole tornare a lavorare e cioè balzare da un palco all’altro a far comizi. C’è un sacco di carne al fuoco. Si sta sentendo spesso con Berlusconi per la federazione con scappellamento a destra. Il Cavaliere è per l’obbligo vaginale mentre il capitone vuole lasciare libertà individuale. Stanno poi pensando al Covid Pass, con sale e zone apposite per gli infetti e i no-vax come si faceva coi fumatori. Un’idea che stanno studiando insieme a tante altre. Salvini è il vulcano di sempre, ha un sacco di idee per aiutare commercianti, imprenditori, impiegati, casalingue, arrotini, lustrascarpe, maestri di yoga, cuochi a domicilio, portinai, lavavetri, cercatori di funghi. Un elenco sterminato. E allora basta con sta pagliacciata del governo di salvezza nazionale, l’hanno capito anche i piccioni di Piazza Montecitorio che è la solita poltronata all’italiana. Vecchia partitocrazia che inciucia con quelli che blateravano di volerla rivoluzionare. Già, come no. Adesso è iniziato pure il semestre marrone snocciolato. Che Salvini rispolveri le felpe da populista, che ritrovi parole da condottiero e che torni ad incarnare la sacra volontà popolare. Già, populismo, non poltronismo. Che Salvini ci liberi da Draghi con una bella papeetata come ai vecchi tempi. Giuramento di fedeltà eterna al tetro bancario e poi un bel gesto dell’ombrello improvviso in modo da riprendere la rincorsa verso i pieni poteri prima che la Meloni gli porti via anche le mutande. In moltissimi gli sarebbero eternamente grati.

6 replies

  1. IL M5S È MUTATO RADICALMENTE, MA NESSUNO SE NE ACCORGE
    Paolo Natale Università degli Studi di Milano

    “Pare che quasi un decennio di studi piuttosto approfonditi sul fenomeno del Movimento 5 stelle non abbiano sortito alcun effetto sui commentatori politici. Ancora oggi si leggono commenti e dissertazioni che rappresentano questa forza politica come un tutto unitario, sia dal punto di vista degli eletti che degli elettori. Sembra inutile ribadire a piè sospinto come la creatura di Grillo e Casaleggio sia composta da un crogiuolo di sensazioni, emozioni, razionalizzazioni, aspettative che ne fanno un soggetto poliedrico, intriso di molte facce e molte anime, non riconducibili appunto ad una unitarietà di fondo.

    Dopo il loro primo fulminante successo del 2013, primo partito in Italia con il 25% dei voti, il suo elettorato risultava composto da una sorta di media dei votanti italiani, con circa il 30% che si dichiarava di sinistra, un altro 30% di destra, un altro 30% di “non collocati” ed il resto centristi. Una rappresentazione plastica proprio di come era il paese allora, molto simile peraltro alla situazione attuale. Facile immaginare che dietro a quel voto coesistessero diverse personalità, diverse opinioni politiche, diverse visioni del mondo, che approdavano al Movimento di Grillo con motivazioni tutt’affatto particolari, impossibili a ipotizzare una linea ed un programma politico che potesse soddisfare quell’agglomerato composito di cittadini.

    Come ho scritto più volte, ognuno di quegli elettori “leggeva” la propria scelta di voto pensando ad un suo personale M5s, chi contro la casta dei politici corrotti dal potere (uno vale uno!), chi per imprimere quelle riforme sociali che la sinistra aveva abbandonato e chi invece come manifestazione di un forte euroscetticismo di stampo un po’ populista. Governare in nome di quel popolo era di fatto impossibile, viste le istanze spesso inconciliabili, ma finché rimaneva all’opposizione il suo appeal trasversale poteva incrementarsi facilmente.
    E questo è accaduto fino al 2018 quando, arrivato al 33% dei voti, di gran lunga la prima formazione italiana in termini di consensi, fu quasi costretto a formare un governo, dapprima con la destra e poi con la sinistra. Il cambiamento radicale quanto meno dell’elettorato pentastellato prende l’abbrivio proprio in quell’anno cruciale. Gli elettori di destra gli preferirono sempre di più la Lega, la destra populista più convincente di Matteo Salvini, per poi trasmigrare nella destra meno ondivaga di Fratelli d’Italia, con la leadership di Giorgia Meloni.

    Oggi dentro al Movimento 5 stelle sono rimaste dunque solo due componenti: da una parte i “non collocati”, sempre un po’ antipolitici e anti-tecnocratici (no a Draghi, no all’Europa delle banche) ma meno assolutisti rispetto a prima; dall’altra quelli che si dichiarano di centro-sinistra o di sinistra e vedono nell’accordo programmatico con quell’area politica il futuro del proprio movimento/partito. Giuseppe Conte piace, e molto, ad entrambe le componenti, i primi perché lo considerano effettivamente un cittadino “qualunque” che si dedica alla politica in maniera affidabile, e anche con buoni risultati, i secondi perché capiscono che il suo tentativo di cambiare in parte il M5s è l’unica possibilità di sopravvivenza, ben oltre le idee restauratrici di Beppe Grillo.

    E molti tra gli odierni elettori sono concordi nell’aumentare il tasso di professionalità dei propri eletti, perché si rendono ormai conto che per fare politica i dilettanti allo sbaraglio, proprio come nella Corrida di Corrado, non possono che rivelarsi spesso incapaci, andando incontro a risultati esiziali per l’affidabilità della propria forza politica.”

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