Il Natale di Draghi

La prossima mossa, da inserire e scolpire nelle Tavole del Recovery Plan, potrebbe essere l’istituzione del Natale di Draghi il 3 settembre, fausto dì in cui si celebra il genetliaco Migliore che c’è.

(pressreader.com) – di Pinco Pallo (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano – La prossima mossa, da inserire e scolpire nelle Tavole del Recovery Plan, potrebbe essere l’istituzione del Natale di Draghi il 3 settembre, fausto dì in cui si celebra il genetliaco Migliore che c’è. Per quel solenne giorno, si pensa anche a nevicate artificiali per rendere più intimo il raccoglimento popolare. Nel frattempo il culto mariano si è radicato definitivamente dopo l’indicibile peccato di Lesa Draghità (copy Daniela Ranieri) compiuto dal direttore del Fatto, che ha dubitato dell’onniscienza presidenziale con riferimento alle sue origini familiari.

Nei talk, sui giornaloni mainstream e non solo, sui social è sfilata un’interminabile processione per adorare il Sacro Cuore di Draghi. Ad aprire il corteo è stato il Giornalista Collettivo (e quindi ignotamente incappucciato) della Stampa, uno dei due quotidiani degli Agnelli-Elkann di Gedi, che ha camminato innalzando un grande quadro con il Volto Santo di Mario. Commovente, infatti, l’intera pagina che il quotidiano ha dedicato alla dolorosa ricostruzione familiare di Draghi orfano.

Subito dietro, alla canonica distanza di quattro metri (il distanziamento nelle processioni è questione plurisecolare), i cugini di Repubblica, altro giornalone del gruppo Gedi. Una fila composta da due firme mariane ortodosse con sacco bianco e sopra una fascia trasversale con la scritta “Mario per sempre”: Francesco Merlo e Sebastiano Messina. Il primo con una tabella allacciata al collo che invita a “Non nominare il nome di Mario invano”, il secondo con l’effigie di una santa minore ma pur sempre importante: Santa Marta martire, che però non è la sorella di Maria e Lazzaro cui è intitolata la residenza di papa Francesco, bensì l’attuale Guardasigilli.

La terza fila della processione è stata quella dell’Ordine dei mariani pelati e calvi(nisti), cioè i direttori della destra di governo: Augusto Minzolini del Giornale e Alessandro Sallusti di Libero. Per l’intero percorso, Minzolini ha fatto l’ostensione della teca con la reliquia di un Capello mariano, da cui è stato estratto anche il Dna per venerare al meglio l’essenza divina del Migliore. Sallusti invece ha portato una preziosa copia di Oliver Twist, l’orfano dickensiano protagonista del romanzo sociale inglese dell’Ottocento.

Al centro del corteo, il folto coro dei cantori della Via Draghis, disposto in cinque file da tre e composto in principal modo da giornalisti e parlamentari minori del renzismo molto attivi sui social da mane a sera. Per tutto il cammino hanno intonato una sola litania salmodica: “Mario onnipotente, Mario onnisciente, Mario capisce tutto”.

Alle spalle del coro, sempre ai canonici quattro metri di distanza, il rappresentante della Confraternita dei Battenti mariani riformisti terziari e terzisti: il ramingo Paolo Mieli (copy Travaglio), che si è flagellato il petto con una spugna di sughero conficcata di chiodi.

Accanto a lui l’anonimo Conduttore Collettivo dei talk gli ha versato del vino sulle ferite ogni dieci metri. Lancinante il grido ripetuto a ogni colpo di spugna: “Perché?”. In questa parte della processione si è inteso condannare l’applauso del popolo di sinistra all’indicibile peccato del direttore del Fatto.

Da lustri infatti l’élite riformista e terzista del Paese s’interroga gravemente sulla mancata conversione del popolo della sinistra all’unità nazionale e in generale a ogni forma consociativa. Un popolo dalla dura cervice che peraltro ha sempre punito nelle urne il suo partito dopo le esperienze “unitarie” di governo, a partire dal compromesso storico di Berlinguer per arrivare alla Seconda Repubblica (Bersani e Renzi).

Dopo il battente ramingo Mieli, un’altra fila solitaria: Massimo Franco, notista del Corriere della Sera, che scalzo e penitente ha scandito ogni venti passi il sinistro ritornello di Savonarola agli infedeli anti-draghiani: “Ricordatevi che dovete morire”, con o senza vaccino. Ed ecco finalmente sfilare il cuore del corteo: la statua del Santissimo Mario, con una fiammella tra le mani a simboleggiare che il suo avvento al governo ha portato la luce in Italia e tutto sommato nell’intero orbe terracqueo. Quattro i portanti, scelti dopo un’accurata selezione per zelo e fede, tre direttori e un ex oggi editorialista: Massimo Giannini (La Stampa), Luciano Fontana (Corsera), Maurizio Molinari (Repubblica) e Stefano Folli (columnist di Repubblica).

A tratti la statua del Santissimo è parsa ondeggiare pericolosamente, inclinandosi davanti. Colpa dell’altezza di Molinari, il più basso di tutti, e quindi non appaiato con il resto dei portanti.

A seguire il sinedrio sacerdotale del culto supermariano, dal reverendo Sabino Cassese al papa laico Sergio I, e la banda musicale dell’Arma dei carabinieri che ha suonato varie canzoni dello Zecchino d’Oro dedicate alla festa del papà.
Infine, le ultime due file. Dopo la banda, una gigantesca luminaria retta da dodici mariani zelanti ha irradiato altra luce con il motto del culto di Draghi, già allievo dei gesuiti: Whatever it takes, in italiano “Tutto ciò che è necessario”, che rievoca la benedizione Migliorista che fece il miracolo di salvare l’euro.

Secondo gli apologeti di SuperMario il motto ricalca una citazione altrettanto nota degli esercizi ignaziani: Todo modo para buscar la voluntad divina, “Ogni mezzo per cercare la volontà divina”. Quest’anno peraltro sono 500 anni dalla conversione di Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù.

A chiudere la processione, un reietto coperto solo da un sacco di tela, a capo chino e con al collo una corda, immagine vivente del tradimento di Giuda Iscariota. Circondato dai pretoriani mariani, il reietto si è offerto alla gogna errante per aver offeso il Migliore.

No, a sfilare non è stato chi pensate voi. Il poveretto aveva una maschera di Pier Paolo Pasolini buonanima. E sulla pelle incisi a sangue i suoi versi bestemmiatori: “Avete facce di figli di papà”.

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