L’ultima follia classista si chiama “tassa sull’unto”: far pagare di più i panini per non sporcare i reperti storici

(Luca Telese – tpi.it) – No, vi prego, “la tassa sull’unto” non si può sentire. Oggi voglio mettere insieme due notizie apparentemente slegate tra di loro, che in queste ore sono passate – quasi senza essere notate – nel rullo tambureggiante delle news. Invece queste due note di colore ci riguardano molto, perché sono frammenti di un disegno ideologico che sta provando a farsi egemonia culturale. La prima notizia è proprio questa cosiddetta “tassa sull’unto” (ovvero sulle “scorie” inquinanti dello street food) proposta dal direttore dei musei degli Uffizi di Firenze, che è un elegante signore tedesco e che si chiama Eike Dieter Schmidt.

La seconda è una notizia che arriva da Parigi, dove la sindaca Anne Hidalgo, in nome dell’equilibrio eco-sostenibile ha appena varato in tutta la città (escluso tangenziali e Boulevard) il limite insormontabile dei 30 km all’ora. Entrambe le notizie dicono cose che apparentemente potrebbero sembrare di buonsenso. Dieter Schmidt sostiene che il cibo da asporto venduto a Firenze, come in tutte le città d’arte – a partire dai panini ripieni – produce un inquinamento ambientale, quello degli olii e dei condimenti, che volano giù dagli incarti maldestri, gocciano sulla pietra serena fiorentina, e la macchiano in maniera irreversibile.

Secondo Dieter Schmidt tassare quei panini unti e oleosi ridurrebbe una cattiva abitudine di consumo, e garantirebbe generosi fondi per finanziare la costosa manutenzione degli impiantiti e dei selciati monumentali. La Hidalgo – invece – sostiene che obbligando tutti ad andare più lenti si abbatte l’inquinamento, a partire dal più invisibile, quello acustico, e così si migliora la qualità della vita. Devo dire, con una certa brutalità, che entrambe queste due tesi mi sembrano ridicole, e persino pericolose.

Ho in mente un meraviglioso saggio sotto forma di racconto fantastico che Primo Levi scrisse da letterato e da chimico – addirittura –  sulle cicche delle gomme da masticare (il più orribile e inquinante dei residui alimentari umani contemporanei), spiegando che con la loro resistenza, e la loro capacità di inglobare altri reperti, avrebbero dato indizi preziosi agli archeologi del quarto millennio. Era un paradosso geniale, ma Levi lo usava proprio per spiegare che la storia si fa beffe dei propositi più illuminati, spiegava che il petrolio era un rifiuto tossico e decomposto di una era geologica fa, e che l’ambra era un residuo colloso calcificato.

La pietra serena di Firenze è stata sporcata dal sangue e dalle invasioni, è stata calpestata, violata, incisa milioni di volte, e questo è esattamente il senso della storia. Forse quella pavimentazione monumentale davanti agli Uffizi non è stata mai pulita: la pulizia di oggi è un gradevole, ma innaturale stato, di quel reperto storico. Le pietre di alcuni nuraghe sono state smontate, millenni fa, per costruire nuove case.

E a Roma, Virginia Raggi, un giorno mi mostrò una passerella dei fori romani, costruita nell’Ottocento con residui archeologici e frammenti di capitelli e cocci millenari, teste di statue decapitate, residui di malte e materiali di riempimento d’epoca. Il che, riferiva divertita, accendeva un animato dibattito all’interno della soprintendenza: quel pilastro andava considerato una abuso, e smantellato, oppure un reperto da ripulire per mostrare la sua genesi costruttiva? Bel dilemma.

Ecco perché mi fa ridere l’idea di una nuova “tassa sull’unto”, la più stupida e classista quelle che ho mai sentito ipotizzare. Ovvio che chi mangia in un bel ristorante con le posate d’argento inquini di meno. Ecco perché, fra le tante tasse che già ci sono, quella sull’unto sarebbe la più odiosa e stupida: in primo luogo perché nessuno rinuncerebbe a gocciolare per il fatto di aver pagato 50 centesimi in più il suo panino con la porchetta. Casomai scatterebbe il sentimento contrario: visto che ho pagato di più, faccio come voglio.

Ma se uno macchia di proposito, o per plateale distrazione, esiste già la multa, che è una tassa (ma indiretta) su un cattivo costume civile. Far pagare chi si mangia un panino ma non sporca, invece, quella sì che sarebbe una discriminazione. A meno che il fine ultimo di questa idea di Dieter Schmidt non sia criminalizzare il panino, le lattine delle bibite, l’idea stessa del fagotto che ti porti dietro, magari perché sei una famiglia e vuoi risparmiare.

Quanto alla lentezza virtuosa e al limite di velocità urbana della Hidalgo, il discorso è incredibilmente simile: un bel proposito, senza dubbio, ma ancora una volta una splendida norma per ricchi facoltosi e nullafacenti. L’ingorgo nelle città è il sale della vita, corriamo per andare al lavoro e accompagnare a scuola i nostri figli, per fare acquisti, per andare a scuola in orario. Il tempo è una risorsa infinita solo per i carcerati e per chi vive di rendita.

L’immagine più drammatica delle città sono i semafori lampeggianti e le strade deserte, che hanno commosso alcuni intellettuali con tendenze molto chic, come Michela Murgia, ma che in realtà erano la spia di una terribile conseguenza della pandemia, il lockdown. Ecco perché la decrescita infelice del traffico e la tassa sull’unto sono sue idee partorite in diversi angoli d’Europa, ma accomunate da una idea comune: quella che illudersi di mettere le braghe al mondo sia una soluzione. Invece, per me, queste trovate, più che una soluzione sono un problema.

3 replies

  1. DI PINO CORRIAS
    Nel mondo capovolto di Matteo Renzi, foderato di inchieste, ville col mutuo, querele, prestiti bancari, telefonate imbarazzanti, tradimenti doppi e tripli, amici carcerati, conferenze a tassametro, i soldi sono solo soldi, la politica non c’entra. Ci mancherebbe. E a proposito dei 700 mila euro ricevuti da Lucio Presta per girare un documentario davvero inedito sulla Firenze Rinascimentale, purtroppo valutato pochi spiccioli dai ragionieri del libero mercato, ci raccomanda di non farci idee sbagliate sull’intreccio giudiziario che sventatamente lo riguarda: il malloppo è suo, lo ha incassato “in modo lecito, regolare, tras pa r en te ”. E più precisamente: “Quei soldi appartengono alla mia vita privata e li uso per la mia vita privata”. ACCADEVA –in un tempo ormai remoto –proprio il contrario. Qualunque Cirino beccato
    con la grana nel materasso o il quadro d’autore appeso nel salotto, s’affrettava a scaricarsi la coscienza sulle spalle (e nelle tasche) del
    partito. Il malcapitato chiedeva clemenza per il disguido d’appropriazione indebita, ammetteva con la lacrima del rimorso e l’inchino delle buone intenzioni, tipo l’indimenticabile Lorenza Cesa, “sono pronto a vuotare il sacco”, tutti sempre giurando di averlo fatto
    non “per arricchimento personale”, ma per l’ideale. Intitolato qualche volta a don Sturzo, talaltra a Pietro Nenni, o a Umberto Terra-
    cini. E che solo nelle urgenze della vita reale, ahinoi, quell’ideale si era voltato in una bella villa sulla costiera, una sede sfarzosa di par-
    tito, qualche clientela, qualche viaggio, qualche discoteca, e poi vabbè, le pupe, i vestiti, i ristoranti, oltre alla ricorrente seccatura delle campagne elettorali utili a rinnovare l’ideale e il malloppo. Una commedia che ha smesso da tempo di andare in scena, salvo
    che nella cella frigorifera dove si ostina ad abitare Stefania Craxi, immune agli anni che sono passati dalla parabola di suo padre, che si
    rubò, al netto dei miliardi, l’i n t e ra storia del Partito socialista. Il pronipote Renzi è di tutt’a l t ra pasta. Rivendica, non dissimula.
    Nella sua celebre auto-intervista a Piazzapulita, ha detto: “Se lei mi domanda se sono stato in Arabia Saudita a fare conferenze, sì. Sono stato negli Emirati Arabi? Sì. In Cina? Sì. Oggi ero in Olanda. L’altra settimana a Barcellona. Sì, vengo retribuito per fare
    delle conferenze perché c’è gente che pensa che sia interessante ciò che ho da dire”. Anche su Santa Croce, sul David di Donatello e su una sua recente scoperta, gli Uffizi. Nulla lo turba. La politica per lui è un lavorare in proprio. Che sia per un documentario o per il Quirinale prossimo venturo. Con il Pd e contro il Pd. Con Berlusconi quando serve, con Denis Verdini sempre. Qualche volta contro Matteo Salvini, qualche altra volta in coda. Arbitro in proprio del suo dire e disdire. Imbrogliare le carte in tavola. Rivoltare la frittata. Friggere la parola data: “Se perdo il referendum non mi vedrete più”. Come? Gli avevate c r e d u t o? A questo giro dell’inchiesta –
    mentre il fiorentino si traveste da vittima dei guelfi neri, i magistrati – ci cascano i più facinorosi della destra di carta, quella che strilla
    legge, ordine e mazzate, ma solo per i poveracci. Lieti di condividere, nel manicomio delle loro ossessioni extralegali, l’ora d’aria con il
    nuovo martire della “giustizia a or o l o ge r i a ”. Renzi Matteo, l’ennesimo prigioniero della “vendetta dei p m”, anzi del “cancro della magistratura incosciente” diventata “una emergenza nazionale che necessita un intervento non più rinvi abil e”. Preparate i moschetti. Avanti con i referendum. Che Renzi forse firmerà o forse no. Intanto lancia il libro. Incassa il fatturato. Minaccia: “Non temo niente e nessuno” come ringhiavano agli sceriffi i cercatori d’oro nel Klondike.

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  2. Ricordate quattro anni fa quando Nardella, allora super renziano, minacciò urbi et orbi di usare gli idranti contro i turisti “poveri” che si sedevano a riposare sulle scalinate delle chiese? Il decoro urbano andava protetto!
    Bene: pensai di fare una gitarella per controllare. Non ricordo quale chiesa fosse, delle tante del centro, ma provai a sedermi sulla scalinata, per altro affollata, e dato che c’erano alcuni vigili che cazzeggiavano lì accanto, aspettai la “doccia”.
    Nulla.
    Però qualcosa accadde. Arrivarono due signore cinesi con le mani piene di foulard e cominciarono a passare in mezzo alle famigliole insistendo per l’ acquisto senza alcuna remora. Non mi sembrò un gran “decoro”, ma i vigili non si mossero.
    Giunsero due extracomunitari che montarono, ai lati della scalinata, due scatoloni a mò di banchetto e cominciarono a disporvi la solita merce. I turisti cominciarono a fare le contorsioni per fotografare la chiesa senza avere cinture farlocche in primo piano, ma era impossibile. Guardai nuovamente i vigili: nulla. Mi avvicinai allora e chiesi come mai tali vendite, certo illegali e pochissimo “decorose”, fossero permesse e chiesi degli idranti: uno di loro divenne arrogante e mi disse, più o meno, che non erano affari miei; un altro allargò le braccia.
    Sto ancora aspettando gli idranti di Nardella. Nel frattempo un suggerimento: portatevi i panini da casa. Così non lavoreranno più neppure gli innumerevoli baretti da asporto. Solo gli illegali.
    Ah, questi renziani (pardon, ex…)

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