Amazon, l’Etica dei benestanti

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Immagino che la coscienza del popolo riformista e progressista sia in buona salute: il giorno dello sciopero dei lavoratori di Amazon si è astenuto dall’acquistare merci dalla piovra globale, quando è morto   Adil Belakhdim, 37 anni, originario del Marocco, coordinatore provinciale del SiCobas di Novara, schiacciato da un camion che voleva “forzare” il presidio operaio durante lo sciopero generale della Logistica, hanno protestato chiedendo che venga “fatta luce sulle responsabilità”, raccomandano a gran voce di tornare agli acquisti equi e solidali presso la pizzicheria di quartiere e il mercato rionale, pagando come primizie gli stenti prodotti di commercianti che scontano fitti esosi, spese di approvvigionamento e trasporto, facendosi risarcire dalla clientela non ancora “corrotta” dalla rete, dalla spesa online e dai suoi costi competitivi.

Il fatto è che certe forme di “critica” e di opposizione virtuale o concreta sono diventate un rituale per privilegiati, meritevoli di comprare “biologico”, incaricati per affinità di censo e di clan di contribuire alla propaganda farlocca dei produttori green, autorizzati a farci pagar cara l’eliminazione dell’olio di palma, la confezione riciclabile, l’assenza di conservanti che trasforma il latte e lo yogurt in scarto in pochi nanosecondi.

Infatti sono solo gli unti del Signore con evo comprato dal frantoio  rintracciato per passaparola grazie a  lodevoli pellegrinaggi nei santuari della tradizione unita all’innovazione durante le villeggiature in seconde e terze case, sono solo loro gli ammessi all’affrancamento dai giganti della logistica, coi quali dividono se non i proventi, l’appartenenza sia pure in posizioni secondarie all’oligarchia sempre più ristretta e arroccata, ridotta a una élite sempre più esclusiva e che da sempre compra e vende, uomini, cose, paesaggi, risorse, arte, senza muoversi dai suoi palazzi, dalle sue torri di cristallo nelle cui pareti si specchia una oscena modernità.

E’ loro esclusiva morale, politica e culturale condannare quelli che si sono fatti e si fanno catturare dalle spire delle piovre del mostri tentacolare, che nel 2020, grazie alla gestione del Covid, è arrivato  a triplicare l’utile netto e raggiungendo i più alti profitti della sua storia, indifferenti, per ignoranza e scarso senso civico, alla potenza di infiltrazione  esercitata: in Italia, sempre nel 2020 e inizio 2021  ha aperto 1600 nuove posizioni lavorative, al sistema di sfruttamento basato sull’abbattimento dei costi del lavoro ai danni delle condizioni dei dipendenti e a scapito dell’ambiente, con la complicità dei sindacati nel primo caso (dal tavolo delle trattative per il contratto sono scappati a gambe levate oltre 400 lavoratori che hanno cercato protezione presso nelle Usb), della rete delle cooperative cui Amazon ricorre per le assunzioni in modo da svincolarsi da responsabilità legali, e delle amministrazioni nel secondo, se fa testo il caso dei nuovi centri di smistamento avviati, in provincia di Modena dove la realizzazione  della struttura  è stata approvata in deroga e a  Novara, dove il centro è stato autorizzato malgrado insista in un’area interessata da un  piano di riqualificazione rurale e boschiva.

Non a caso la reazioni da parte dell’establishment internazionale alla proposta di riforma del sistema fiscale internazionale, basata sull’introduzione di una imposta minima del 15% sui profitti delle multinazionali e nell’obbligo a far pagare le tasse lì dove l’impresa realizza i propri guadagni è stata entusiastica, a cominciare da Gentiloni che l’ha definita un “passo storico” a Biden che ne ha parlato come di “un importante passo in avanti verso un’economia più giusta”. E loro se ne intendono.

Ora si sa (sono enti “indipendenti” a dirlo che le imprese multinazionali sono 320.000 e occupano 130 milioni di dipendenti, pari al 4% degli occupati mondiali, con un fatturato pari a 132mila miliardi di dollari, in molti casi superiore al Pil degli Stati, con profitti netti pari a 7.200 miliardi di dollari, il 14% del quale registrato dalle prime 200. Si tratta di una ricchezza enorme che vuole crescere sempre di più per quell’indole rapace all’accumulazione che da sempre caratterizza i ricchi, e che ha bisogno di trovare nuovi modi per non intaccare quello che ha già divorato col suo appetito bulimico. Il più elementare dei quali  consiste nella creazione di società controllate con sede in un paradiso fiscale, alcuni dei quali in insospettati Stati europei che però non sono annoverati nelle “liste nere”, come la frugale Olanda, il Lussemburgo o l’Irlanda, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo.

Così più del 40% dei loro  utili, circa 800 miliardi di dollari con  una perdita fiscale agli Stati pari a 240 miliardi secondo l’Ocseviene eluso. E verrà eluso, anche dopo l’ipotetica svolta fiscale se i proventi delle vendite realizzate in Italia, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Svezia e Polonia, da Amazon convergono sede fiscale collocata opportunamente in Lussemburgo, dove il povero ricco ha prodotto un rendiconto con un “rosso” di 1,2 miliardi, che ha valso alla multinazionale un bel gruzzolo di crediti di impresa e agevolazioni  previste dal Granducato. Nell’anno della sua massima potenza, il 2020, Amazon europea con un fatturato di oltre 44 miliardi ha potuto non versare il becco di un quattrino al fisco e così sarà grazie alla simpatica pantomima che dovrebbe instaurare “un’economia più giusta”.

E anche qualora davvero i colossi della logistica dovessero adeguarsi a una normativa internazionale che attende il vaglio del G20 e successivamente dell’Ocse, quelli che fatturano  260.174 miliardi (Apple) o 523.964 miliardi di dollari (Walmart), o oltre 280.500 miliardi (Amazon), saranno tenuti a versare sugli utili “accertati” il 15%, che non comprende il profitto del vero brand cui collaboriamo con ogni acquisto, quel commercio di dati che offriamo gratuitamente e che rappresenta la voce ormai più redditizia.

Ormai quelli che chiamavamo i poteri forti oggi sono rappresentati allegoricamente dal Gafam (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, cui è obbligatorio aggiungere BigPharma, l’oligopolio commerciale, politico, antropologico che agiscono anche fuori dall’ambito dei rispettivi settori di produzione e servizio per sconfinare nell’ingegnerizzazione comportamentale e morale. E è certo è che Amazon costituisce il caso simbolico più completo se, come ha denunciato il canale britannico Itv News, in un’inchiesta ampiamente riportata dall’Internazionale, rappresenta emblematicamente miseria pubblica della quale fa tesoro infiltrandosi, condizionando, orientando desideri e consumi, e opulenza privata, quella segnata dallo sperpero, dalla dissipazione, dello spreco, quando si rifornisce di milioni e milioni di prodotti che dovrebbe appagare la nostra bulimia di consumatori e i suoi appetiti insaziabili, per poi buttarli, una volta invenduti e ancora nell’imballaggio originario.

L’inchiesta ha raccontato che si tratta di resi ma anche di oggetti in condizioni ottimali e che tra le cause dello “scialo” c’è l’aumento dei costi di stoccaggio che l’azienda impone ai venditori terzi per tenere i loro prodotti nei suoi magazzini: la spesa per un metro di spazio in un magazzino di Amazon è talmente rincarato che costa meno perdere il guadagno e mandare il prodotto al macero che conservarlo o ritirarlo dalla vendita.

Non a caso oltre a libri, confezioni di pannolini, costosi set Lego, televisori della Lg ancora sigillati e dispositivi informatici sono stati conferiti milioni di mascherine invendute, metafora aggiuntiva che ricorda   l’investimento e la mole affaristica movimentata dalla gestione del Covid  e che fa pensare che un aspetto non marginale di quello che ogni giorno di più assume il carattere di una cospirazione orchestrata contro la Ragione è rappresentato dall’eventualità non remota che quella che si chiama obsolescenza programmata e che  stabilisce una durata ridotta della vita media di dispositivi ad alta e bassa tecnologia, si trasferisca a tutti i comparti e in ultimo alla società, avendo deciso che è più fruttuoso prestabilire che quel prodotto non sufficientemente hi tech chiamato uomo si rottami appena mostra qualche danno, o non è più appetibile, o è fuori moda, o non risponde ai criteri di mercato, peggio dello yogurt o di uno smartphone.

1 reply

  1. Per un lettore, Amazon è stata una manna: libri e dischi un tempo introvabili da tutto il mondo a portata di mano e di Kindle. Giorni, a volte mesi di ricerche per lo più infruttuose risparmiati.
    Su Amazon vendono ditte e negozi, quindi la merce viene comprata e gira. Per chi ha più volte sperimentato i mille lacci e lacciuoli che i negozianti prendono come pretesto per non sostituirti la merce in tutta evidenza difettosa ( per non parlare del diritto di recesso) facendoti sentire un ladro nonostante tu ne abbia diritto, per non parlare della competenza e cortesia sempre più scarse degli addetti precari, mal pagati e sempre più spesso scoglionati, Amazon è una boccata d’aria fresca.
    Non c’è solo Amazon: eBay e altri sono a disposizione per privati e negozianti che vogliono vendere. Certo bisogna darsi da fare.

    Tutti a magnificare il libero mercato che darwinianamente di autoregola: questo è il modo in cui si sta autoregolando in epoca di globalizzazione.
    Vi piace la globalizzazione? Questo è il risultato.

    Certamente anche i colossi si possono regolare, se c’è la volontà. I colossi della vendita si appoggiano a piattaforme che ben conosciamo e ben sappiamo dove sia la loro “testa” e quali interessi appoggino. Gli interessi della globalizzazione e i Dem US che tutti loro foraggiano e pubblicizzano. Quindi c’è poco da sperare su una loro regolamentazione, una mano lava l’altra.
    Inutile lamentarsi degli effetti quando se ne appoggiano la cause “senza se e senza ma”.
    Solo parole al vento.

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