La restaurazione dell’Occidente

(Marcello Veneziani) – Avanti, allineatevi tutti alla Restaurazione dell’Occidente, e guai a chi non ci sta. In principio fu la spartizione di Jalta e la nascita dalle ceneri della seconda guerra mondiale di un mondo bipolare, dominato a ovest dagli Stati Uniti e a est dall’Unione Sovietica; Usa e Urss, nomi in codice per indicare l’America e la Russia. Quella dominazione planetaria e binaria, tra intese e guerre fredde, sembrava destinata all’eternità, per chi la viveva o la subiva. E invece non durò neanche mezzo secolo. Perché nel 1991, giusto trent’anni fa, cadde l’Unione sovietica e il mondo apparve dominato da una sola superpotenza, gli Stati Uniti. L’americanizzazione del mondo coincideva con l’occidentalizzazione del pianeta, anche per quanto concerne i consumi, la tecnologia, i modelli di vita. Fu allora che l’apoteosi dell’Occidente trionfante coincise con la sua fine. L’Occidente finì sconfinando, facendosi globalizzazione. L’antagonista era sparito, il comunismo non c’era più in Russia e si era modificato in Cina, attraverso un’ibridazione col capitalismo. La storia è finita, esultarono al tempo del primo Bush. Apparve un mondo uniforme, con alcune sacche di resistenza e un “nemico” giurato: il fanatismo islamico, le sue rivoluzioni, il terrorismo. Intanto, in Occidente, cominciarono a serpeggiare movimenti e poi nazioni che riprendevano la loro identità, ora approfittando del crollo sovietico, ora cavalcando la riunificazione tedesca e l’unificazione europea, ora emergendo in varie parti del mondo.

Col nuovo millennio, l’egemonia planetaria americana cominciò a perdere colpi: simbolicamente profanata dall’attacco alle Due Torri, insidiata dal sorgere di nuovi soggetti, dall’Unione europea alle tigri asiatiche, ma soprattutto insidiata dalla crescita smisurata della Cina. Un declino indorato da leadership “telegeniche” e “correct” come quella di Obama, ma irreversibile. Al punto che quel declino si fece collasso, e dal collasso nacque il fenomeno Trump. L’America che ha promosso la globalizzazione ora si deve difendere dalla globalizzazione, perché il dragone cinese è più invasivo e globale. Così l’America decide di chiudersi in casa, di pensare a se stessa e non sentirsi più gendarme del mondo. Un fenomeno che sarebbe facile liquidare come neo-isolazionista: ma come Trump anche in altre parti del pianeta sorgono leader definiti di volta in volta nazionalisti, populisti, sovranisti. Dal Brasile all’India, dalle Filippine all’Europa dell’Est, per non dire di Putin in Russia. Il mondo cambia volto, e si delineano sullo scenario globale due spinte contrapposte: una verso la globalizzazione e le migrazioni, l’altra verso le sovranità territoriali, nazionali, popolari. Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-manageriali dei singoli paesi. E il tempo per la spallata agli outsider diventa propizio con la pandemia mondiale e con le accuse che rimbalzano dalla Cina agli Usa di Trump, dal Brasile alla Gran Bretagna.

Così, in un’elezione assai travagliata e discutibile, un esponente, più che un leader, del Partito Democratico, Joe Biden, viene insediato alla guida degli Stati Uniti. Ma la globalizzazione non è più il suo obiettivo, come per i predecessori; perché significherebbe accettare l’espansione cinese e la sua egemonia. E allora rinasce l’Occidente, oltre il suo storico tramonto; si riparte dall’Ovest. Ecco la Nato rilanciata a Bruxelles e in Cornovaglia, ecco l’asse euro-atlantico, la restaurazione del mondo sull’asse est-ovest. L’Europa si allinea, anche perché tramonta la sua ultima regina, Angela Merkel; e in questo vuoto di potere, la Nato, i supervertici degli ultimi giorni, le intese per le campagne vaccinali, fanno il resto.

Insomma l’Amministrazione americana non punta a ripristinare l’assetto global, ma il canone occidentale. E lo mostrano due indizi, la preoccupazione di Biden per la Cina e quella della sua vice Kamala Harris per i flussi migratori. L’Occidente ripristina le sue mura di cinta a partire dagli Usa.

In questo riarmo dell’Occidente e del suo canone c’è però una duplice semplificazione: l’Occidente non è solo il patto euro-atlantico ma c’è anche la popolosa e agitata America del centro-sud. Ma soprattutto l’Altro rispetto all’Occidente non è solo la Cina, c’è la Russia di Putin e c’è il colosso demografico dell’India. E oltre l’Asia, c’è l’Africa, c’è il Medio Oriente. Rialzare il Muro dell’Occidente significa non vedere queste differenze e magari spingere Russia e Cina, e poi le altre potenze del mondo a coalizzarsi in funzione antioccidentale. E significa tornare a calpestare le sovranità nazionali e di area, ma anche a mortificare l’autonomia sovrana dell’Europa.

E da noi, nella piccola e ridente periferia italiana? La corsa ad allinearsi al nuovo obbligo vaccinale euroatlantico è massiccia e da Draghi prosegue su tutti i versanti della politica. È la restaurazione dell’Occidente anche a casa nostra. Poi ci sono le varianti del residuo partito filocinese che ha in Beppe Grillo il suo scalmanato mandarino, e in Massimo D’Alema la sua ultima guardia rossa, nel nome inconfessato della vecchio comunismo.

E se al ripristino dell’Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?

Panorama (n.27)

4 replies

  1. DI FURIO COLOMBO (con pardon per il posizionamento sotto Marcellino fascio e vino).
    I cittadini camminano. Ormai da mesi lo vedete nell ’unico telegiornale che sono tutti i i telegiornali. Il più delle volte, nella sequenza, prevalgono immagini di cittadini medi, né giovani né vecchi, attivi e coinvolti nella missione di andare. A volte sono ragazzi, ogni tanto super anziani. Si direbbe che la “voce narrante”
    che guida le immagini, più spesso maschile, sempre ragionevole e pacata, sia dovunque la stessa e sappia che il ritmo è quello dell ’andare per strada, senza urgenza ma anche senza sollievo. Gli argomenti: vaccini (i marchi, i luoghi, i tempi, i pericoli), le vaccinazioni, con una atmosfera un p o’ sospesa rimasta dai primi giorni, quando il vaccino era desiderato e atteso (e temuto), ripetuti monologhi con inquadrature di virologi, spesso donne, che aggiungono un dato o ci ripetono con pazienza ciò che già sappiamo. Ci sono narrazioni sui ristoranti che forse tornano, sui tavolini all’aper to.
    Ma la lunga sequenza che ti guida e ti impedisce di distinguere fra un telegiornale e l’altro, sono gli italiani che vanno, jeans e sneakers, inqua-
    drature affollate, inquadrature di una famiglia, montaggio abile che alterna la folla che va da destra a sinistra e la folla che va da sinistra a destra, ma la notizia, l’unica notizia è la ininterrotta camminata degli italiani. È vero, ci sono intervalli. Il più frequente si annuncia con le parole “il ministro ha detto”,
    che sono rassicuranti, generiche e in sospeso.
    CI SONO ALTRI INTERVALLI, come la lotta durissima, ma breve per noi, sia per la legge Zan, che una parte della Chiesa, in modo molto offensivo per molti cristiani, non vuole, sia per i modi altrettanto offensivi con cui Grillo si rivolge a Conte, ovvero brani di conversazione fra i due leader dello stesso partito. Ma subito prima e subito dopo gli italiani camminano. Mancano notizie da raccontare (a parte brevi e impressionanti disgrazie o istanti d’ansia finiti bene). Ma il senso della grande passeggiata di un intero Paese sembra essere che
    l’unica vera notizia è un generale “tutto va bene” tanto è vero che
    tutti sono ininterrottamente in strada, presumibilmente a fare compere o a constatare che, infatti, tutto va bene. Direte che ci sono i grandi “summit ” europei e internazionali. Noterete, però, che le relative notizie filmate durano molto meno delle passeggiate dei cittadini, e che questioni, anche gravissime, vengono dette e lasciate in sospeso. Per esempio la questione immigranti. È sempre composta di tre battute: c’è bisogno di solidarietà, nessuno purtroppo è disponibile. Ma ci sono i turchi che a pagamento (miliardi) accettano (nessuno sa dove e come) milioni di persone. Se una delle grandi potenze del mondo, titolare di una ricchezza che è pur sempre ingente, non può far niente per gente che rischia la fame, la guerra e il mare, vuol dire che stiamo attraversando una grave crisi che scontano solo i poveri. Poiché il discorso dei “g ra n d i ” leader sui profughi è troppo illogico per illustrarlo, i Tg mostrano i cittadini che vanno nelle loro buone strade in cerca, si deve pensare, di qualche recupero e qualche convenienza. Intanto nessuno manda vaccini in Africa o dovunque la povertà impedisca gli acquisti, e il virus mantiene, in attesa, un suo naturale habitat di sopravvivenza e di crescita, mentre gli agiati celebrano. Quando si riuniscono i leader europei (salvo l’onesto Orbán che è fascista e fa il fascista senza camuffamenti e senza imbarazzi) sembrano decisi a ignorare che tutta l’Africa è travolta da guerre, rivolte, colpi di stato e movimenti garanti delle stragi più crudeli, come Boko Haram. Ma la stessa ininterrotta tragedia tormenta tutta l’Africa del Nord, una striscia di armi, di prigioni, di vittime, di complottatori violenti e di inetti capi di Stato che governano, a pagamento come in Libia, dove tutto è permesso. Da questi luoghi troppo sgradevoli non giunge materiale visivo (salvo il lavoro coraggioso e arrischiato di giornaliste volontarie, come Francesca Mannocchi, in onda il 25 giugno suLa7) che mostrano la guerra, le vittime, le fughe, le prigioni. E sanno evitare parole o espressioni sbagliate, e involontariamente offensive, come “salvataggio” invece di abbandono in mare, oppure “l’Italia non si è mai sottratta al soccorso dei profughi”, come se non esistesse quella spiaggia di bambini morti che non potrà mai essere dimenticata. Noi non sappiamo chi e perché ha ucciso Regeni. Ma, fra le tante cerimonie per i buoni affari andati in porto, lo abbiamo mai chiesto con la fermezza e l’orgoglio che ci spetta? Noi non pretendiamo di ottenere una risposta se chiediamo la liberazione di Zaki, risposta che pure ci spetta se l’Egitto vuole continuare a metter piede in Italia e in cose italiane. Tranquilli. Basta ridurre al minimo notizie così gravi e seguire, telecamera per telecamera, gli italiani che camminano. Fra poco apriranno le discoteche.

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