Sentenza Corte costituzionale: “No al carcere per i giornalisti, salvo per diffamazione grave”

(pressreader.com) – La Corte costituzionale cambia le norme sulla diffamazione, fa sparire, ma non del tutto, il carcere per i giornalisti e chiama di nuovo in causa il Parlamento, sordo al suo monito dell’anno scorso.

(di Antonella Mascali – Il Fatto Quotidiano) – Ieri sera, i giudici hanno dichiarato incostituzionale l’articolo 13 della legge del 1948 che prevede il carcere obbligatorio (pena da 1 a 6 anni) per i giornalisti condannati per diffamazione a mezzo stampa compiuta mediante l’attribuzione di un fatto determinato. Rimane in vigore, invece, perché “ritenuto compatibile con la Costituzione”, l’articolo 595, terzo comma, del Codice penale, che prevede, per “le ordinarie ipotesi di diffamazione compiute a mezzo della stampa o di un’altra forma di pubblicità”, la reclusione da sei mesi a tre anni oppure, in alternativa, il pagamento di una multa. In attesa delle motivazioni, la Corte spiega che quest’ultima norma, che ha superato il vaglio di costituzionalità, “consente al giudice di sanzionare con la pena detentiva i soli casi di eccezionale gravità”, per il resto si tratta di multe.

La Corte, però, torna ad appellarsi al Parlamento, anche se il suo monito a legiferare in materia è caduto nel vuoto, tanto che ieri è stata costretta a intervenire perché i 12 mesi di tempo che aveva concesso erano scaduti: “Resta attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore, in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento – che la Corte non ha gli strumenti per compiere – tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all’evoluzione dei mezzi di comunicazione”.

I giudici ordinari, in realtà, hanno sempre comminato multe e non pene carcerarie, un fatto messo in rilievo, ieri, dall’Avvocatura dello Stato, che si era schierata perché fossero rigettati i ricorsi di incostituzionalità presentati dai giudici di Salerno e Bari, che si rifacevano anche alla Cedu. Maurizio Greco, avvocato dello Stato, aveva sostenuto che non c’era nulla da cambiare perché era già possibile una interpretazione “costituzionalmente orientata”. Ha poi spiegato che “nel bilanciamento delle circostanze aggravanti e attenuanti si ha la possibilità di bilanciare le aggravanti e ritenerle eccezionali, e nelle ipotesi attenuanti sanzionare solo in maniera pecuniaria”, riteneva un errore “demolire un sistema che salvaguarda una posizione costituzionalmente garantita, cioè l’onore del singolo o l’offesa alle autorità pubbliche”.

Invece, l’avvocato Francesco Vitiello, che ha rappresentato l’Ordine dei giornalisti, aveva chiesto di cancellare tutte le norme sulla diffamazione “perché il lavoro della stampa non può essere pregiudicato dal pericolo di una sanzione che ne impedisca il libero esercizio” e, in subordine, aveva chiesto di dichiarare incostituzionale la cumulabilità tra carcere e multa, “con il carcere da applicare solo in casi espressamente indicati ove ricorra la grave lesione di altri diritti fondamentali”. E la Corte ha trovato il “bilanciamento”.

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12 replies

  1. Quindi Mikiolini può delirare come vuole sul “giornale”, così come Sanluzzo!
    (per i meno abbienti san-luzzo)

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    • Zio Girino, guida e luce in un moento in cui le tenebre occupano le menti… dimmi, cosa distingue una diffamazione grave da una non grave? Ricordo di aver sentito su Radio Tre, tanto tempo fa, una storia sulla Napoli all’inizio del ‘900, la storia dei “paglietta, il fatto che esistessero, nella contabilita’ forense, sicuramente piu’ di quattro maniere di schiaffeggiare qualcuno.

      E di diffamarlo? Non lasciarmi, ti prego, Zio Girino, nello smarrimento, nell’ignoranza… Parla tu.

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  2. E. C. Il termine giusto è: Minkiolino,

    La nostra Amica de Roma, quella che
    “È più facile avere una udienza dal Papa che parlare con lei”, hai capito mo’ chi è?
    Paole`, direbbe: Aminkiolino!

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  3. DI ILARIA PROIETTI
    Un prodigio così non si vedeva dai tempi belli in cui il centrodestra umiliò il Parlamento giurando che sì, Ruby Rubacuori era davvero la nipote di Mubarak, pure se non ci credeva nessuno alla bubbola utile a salvare la faccia e non solo al caro leader, Silvio Berlusconi.
    Sarà per l’antica consuetudine con l’ex Cav. che anche a Franco Frattini un tempo suo delfino prediletto, è riuscito un piccolo miracolo: è stato promosso ai vertici del Consiglio di Stato che gli ha conteggiato pure 13 anni di assenze, causa mandato elettorale.
    Riuscendo così ad agguantare per ragioni di anzianità di servizio il posto di presidente aggiunto a Palazzo Spada e a prevalere su altri concorrenti che non l’hanno affatto presa bene e ora alcuni tra loro minacciano di fare ricorso. Con quante speranze? Pochine, giacché a decidere in ultima battuta sarebbe lo stesso Consiglio di Stato di cui Frattini è diventato numero 2 appena un gradino sotto al presidente Filippo Patroni Griffi, che potrebbe liberargli il posto tra pochi mesi.
    MA RIAVVOLGIAMO il nastro. In lizza per l’ambita poltrona cinque candidati con curriculum e pedigree eccellenti: oltre a Frattini, Giuseppe Severini, Luigi Maruotti, Carmine Volpe e Gianpiero Paolo Cirillo, tutti da oltre 30 anni consiglieri di Stato e tutti ormai da al-
    meno un decennio presidenti di sezione a Palazzo Spada. E qui però iniziano le acrobazie perché Frattini, se è vero che pur di pochissimo era quello che ha preso servizio per primo, è anche il candidato che ha esercitato meno le funzioni effettive di magistrato amministrativo. Perché tra una elezione e l’altra in Parlamento o per via dei molti incarichi governativi, per un lunghissimo periodo – come ha fatto notare qualcuno –le aule di giustizia le ha viste solo col cannocchiale. E che problema c’è?
    Del resto l’organo che ha deciso sulla promozione a presidente aggiunto del Consiglio di Stato ha più volte dato prova di grande discrezionalità: in passato ha scelto sulla base dell ’anzianità di servizio che a lungo è stato un criterio granitico. Salvo poi farne coriandoli in tempi più recenti quando si è invece deciso in talaltri casi di premiare la particolare attitudine all’incarico.
    E NEL CASO di Frattini? È tornato ad applicare il criterio dell ’an zi an it à di servizio, benché nella sua situazione fosse solo formale,
    ma valorizzando pure la sua lunga carriera parallela: chi si è speso in suo favore ha sostenuto che comunque pur nella mischia politica si è pur sempre occupato “di temi che non possono dirsi eccentrici rispetto alle questioni rilevanti anche per la magistratura amministrativa (con incarichi) che sono stati da lui svolti nel nome della Repubblica nella sua interezza e non nel nome di una sola parte”. Come avvenne infatti anche per la legge sul conflitto di interessi che porta il suo nome fatta per gli italiani tutti, mica per B. co-
    me sostennero al tempo i maligni. Non è tutto. Chi lo ha sostenuto ha rispolverato precedenti seppure dell’altro secolo utili a dimostrare che no: la passionaccia di Frattini per la politica non fa velo all’immagine di autonomia e indipendenza della magistratura. Non è forse vero che un eroe della Resistenza quale Lionello Levi Sandri, era stato partigiano delle Fiamme Verdi, militante del Psiup e poi del Psdi di Saragat oltre che membro della direzione del Partito socialista, prima di diventare presidente del Consiglio di Stato nel 1979? E che dire dell ’altro padre della Patria, Meuccio Ruini? Non era salito in montagna ma sull ’Aventino sì pur di opporsi al fascismo a cui aveva pagato un prezzo salatissimo, l’a l l o n t anamento dall’in s e g n a m e n t o , dall ’avvocatura e non solo. “Ruini, come tutti sanno era
    stato espulso dal Consiglio di Stato nel 1927, poi riammesso alla caduta del regime… La storia ci dice che i migliori consiglieri di Stato hanno avuto anche percorsi nella vita politica italiana”. Ergo , Frattini un tempo partigiano delle brigate berlusconiane merita una meda-
    glia, anzi si più, una promozione. Se poi l’ex ministro non è il nipote di Mubarak, pace.

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  4. Hai ragione devo studiare!
    Mi raccomando, non parlare agli sconosciuti,
    che in giro c’è Pietro mascherato da candy!

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