Che rapporto c’è tra magistratura e massoneria?

(Intervista a Palamara tratta da “Potere Massonico” di Ferruccio Pinotti) – Dottor Palamara, nella ricostruzione dei complessi giochi di potere che attraversano la magistratura e le sue correnti, e possibile includere anche il tema della massoneria? E noto infatti che, sia nel passato lontano sia in quello piu recente, molti magistrati abbiano aderito a obbedienze massoniche. Lei che idea si e fatto in materia? Chi non e in una loggia parte svantaggiato in termini di potere?

La vicenda che riguarda il rapporto tra appartenenza a logge massoniche e potere in Italia e molto complessa ed e pertanto difficile sviscerarla in poche battute anche perche, nonostante il nostro sia uno Stato molto giovane, ha una forte tradizione massonica che parte dalle periferie per arrivare ovunque.

E ormai dato come un fatto certo che la prima loggia massonica, nota con il nome di Fidelitas, sia stata fondata sul territorio italico a Girifalco, in Calabria, nel 1723. Pochi anni dopo, nel 1728, Napoli diede vita alla Perfetta unione, prima loggia regolare in Italia ad avere autorizzazione della Gran loggia d’Inghilterra.

Detto questo, sono fermamente convinto che sia un ossimoro essere magistrato e appartenere a una loggia, anche perche verrebbe meno il principio per il quale la legge e uguale per tutti. Se chi giudica o conduce indagini e un massone, come si comportera se colui che deve giudicare o indagare appartiene alla sua stessa loggia o a una loggia avversa? Ritengo che la contraddizione sia talmente forte che sia impossibile essere buoni magistrati e al tempo stesso affiliati.

Da quello che le e parso di poter notare, l’appartenenza dei suoi colleghi a logge massoniche aveva una caratterizzazione politica? Per meglio dire, erano piu i magistrati di sinistra, di centro o di matrice conservatrice a aderire e a far parte di logge massoniche?

Non credo sia una buona idea inserire anche il campo della massoneria nell’analisi gia complessa della magistratura e della sua autoregolamentazione in correnti. Mi considero un self made man perche non appartengo a nessuno se non a me stesso e alla mia coerenza.

Sono convinto di aver pagato anche il mio essere mai fazioso ma dinamico e forse poco ideologico in un contesto in cui c’e stata prima una sovrapposizione tra casta dei magistrati e fascismo, poi una suggestione togliattiana a «occupare» la magistratura.

Mi sono limitato a fare vita associativa all’interno di correnti i cui appartenenti venivano eletti con metodo democratico da un sistema pienamente trasparente che nulla ha a che vedere con la massoneria, ma che e piu simile – tanto per fare degli esempi – alle elezioni degli ordini nazionali degli ingegneri, dei notai o dei giornalisti, che in simili occasioni formano delle liste ad hoc all’interno delle quali scelgono i propri rappresentanti.

Ci sono state situazioni in cui la comune appartenenza a un’obbedienza o loggia massonica ha consentito di indirizzare l’assegnazione dei procedimenti giudiziari da parte di presidenti di tribunale? Anche su Milano se ne e parlato molto… e altrove?

Se cosi fosse, e se fosse dimostrabile, sarebbero fatti di una gravita inaudita. Ci sono alcuni deputati e senatori della Repubblica che chiedono a gran voce una commissione parlamentare di inchiesta per far luce sul Sistema, ovvero sui rapporti particolari tra politica e magistratura e tra poteri e magistratura degli ultimi decenni. Mi domando come mai questa richiesta sia rimasta inevasa da mesi. Come mai tutti invocano la verita, la trasparenza e la chiarezza, ma nessuno poi si assume la responsabilita di decidere davvero di istituirla? Cui prodest continuare con i proclami?

LA SCURE SU DE MAGISTRIS E LA VICENDA DI DONADIO

Come e noto, lei stesso meritoriamente lo ha riconosciuto, sull’inchiesta di de Magistris che si occupava della sinistra e della gestione massonica dei fondi europei e intervenuta la scure della politica e di alcune componenti del Csm. Quanto ha contato la massoneria in questo tipo di interventi che miravano a distruggere il lavoro di inchiesta di de Magistris?

Sicuramente alcune ingerenze hanno avuto il loro peso e anche i mass media hanno fatto la loro parte. Quando si generano situazioni di grande confusione diventa piu semplice per alcune «manine» agire indisturbate. Il tempo e galantuomo e mi pare che molti dettagli stiano venendo alla luce anche grazie alla moral suasion che il libro intervista con Sallusti ha provocato rispetto alla mobilitazione dell’opinione pubblica.

Lei ricordera bene la famosa inchiesta condotta dal magistrato Luca Tescaroli e da altri suoi colleghi sulla questione dei mandanti esterni delle stragi del 1992. Lei sapra anche che quell’inchiesta fu a un certo punto avversata e quel team investigativo di magistrati fu delegittimato e smembrato. Quanto puo aver contato in questo caso un intervento di carattere massonico di alto livello? Ritiene, come ha affermato Nino Di Matteo, che su questi temi (sui mandanti delle stragi e sulla trattativa Stato-mafia) si possa e si debba ancora fare chiarezza, o le pressioni massoniche per seppellire tutto sono ancora troppo forti?

L’Italia e un paese in cui molte verita devono ancora venire alla luce. I contrasti, ora superati, tra Procure distrettuali e Procura nazionale antimafia per l’individuazione dei mandanti delle stragi non hanno certo agevolato questa operazione. Ho avuto modo di sperimentare quello che le dico trattando un procedimento disciplinare a carico del dottor Gianfranco Donadio, oggi procuratore della Repubblica di Lagonegro e all’epoca dei fatti procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia allora guidata da Pietro Grasso.

Cio detto, credo che su questo versante non ci possa essere spazio per protagonismi individuali: dobbiamo provare a mettere le nostre intelligenze e le nostre esperienze al servizio di questo nostro paese, cercando di essere di ausilio per coloro che vorranno intestarsi una battaglia seria per rispondere alla sete di giustizia che ha il nostro paese e alle legittime istanze dei familiari; penso, per essere chiari, a quelle di Fiammetta Borsellino, e delle associazioni che rappresentano le vittime del terrorismo.

Nota: La vicenda che Palamara svela – con questa sibillina e sintetica indicazione – e una delle piu eclatanti e simboliche fra le disavventure di quei magistrati coraggiosi che, senza guardare in faccia a nessuno, hanno osato indagare, ribellandosi alle logiche del «sistema», sulle stragi di mafia del 1992-1993 e su uno dei piu oscuri misteri d’Italia, il caso Moro. Donadio poi è stato colpito da un duro provvedimento del Csm e “riabilitato” solo diversi anni dopo con la nomina a capo della procura di Lagonegro.

LE INCHIESTE SCOMODE DI INGROIA

Dottor Palamara, anche il lavoro d’inchiesta di un magistrato coraggioso ma discusso come Antonio Ingroia ha incrociato spesso la massoneria, come per esempio l’inchiesta Sistemi criminali. Lei ritiene che nella caduta di Ingroia, oltre a errori personali, possono aver avuto un ruolo pressioni massoniche su ambienti politici e sullo stesso Csm? Come lei stesso ha riconosciuto nel suo libro, Ingroia e stato fatto «saltare» perche andato contro il «sistema». Chi era, in quel caso, il «sistema»? Giorgio Napolitano? La politica? Il Csm stesso? Le interessenze tra la mafia e una certa imprenditoria sporca e in stretto rapporto con la massomafia?

Vorrei evitare di parlare nel dettaglio di un ex collega che ha fatto politica candidandosi come leader di un partito e che oggi svolge il ruolo di avvocato. Quando in situazioni delicate come quelle dei maxiprocessi – che sono per definizione crocevia di fatti, pressioni, interessi e spinte – nascono conflitti, poi la loro gestione puo essere foriera di effetti collaterali che vanno ricercati anche in discrasie umane e non solo del Sistema. Sicuramente Ingroia era scomodo perche la nostra categoria non ama gli uomini soli.

Nel passato recente sono emersi, da parte dell’ex presidente Napolitano, interventi apparsi quantomeno irrituali dato il suo ruolo nel Csm, come nel caso dell’inchiesta Why Not e nella vicenda delle famose telefonate relative all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Lei ritiene che, nella sua qualita di vertice istituzionale del Csm, il presidente Napolitano possa avere travalicato i limiti delle proprie funzioni, come affermato ora da de Magistris e altri suoi colleghi?

Per mia esperienza personale posso dire che il presidente Napolitano sia stato un presidente molto interventista soprattutto sui temi della giustizia. Pensare che non abbia operato avendo come stella polare l’interesse di questa nazione significherebbe accusarlo di aver tradito la Costituzione.

In vicende come quelle relative all’inchiesta sui genitori di Matteo Renzi e sulla vicenda Banca Etruria, ritiene possano essere entrate dinamiche di tipo massonico o pressioni di questo tipo sul corpo della magistratura attraverso singoli appartenenti?

Credo che negli ultimi anni si sia verificata una corsa alla visibilita di troppi colleghi e ritengo purtroppo che cio sia avvenuto anche a scapito delle notizie di reato.

In linea generale, lei ritiene che l’appartenenza alla magistratura sia compatibile con l’appartenenza alla massoneria? La cosiddetta «doppia loyalty» alla magistratura e alla massoneria non nuoce all’indipendenza nello svolgimento di una funzione cosi delicata? Ritiene che le obbedienze massoniche o comunque le logge che iniziano un magistrato debbano avere un obbligo di legge a dichiarare l’appartenenza al Csm o quantomeno alle prefetture? Come valuta la legge della Regione Sicilia che impone a chi occupa cariche pubbliche di dichiarare la propria appartenenza alla massoneria? Potrebbe essere estesa a livello nazionale?

Ritengo del tutto incompatibile l’appartenenza alla massoneria con l’essere magistrato, pm, giudice. Credo, come le accennavo all’inizio, che rappresenti un conflitto di interessi irrisolvibile, che lede il principio della legge uguale per tutti, oltre a molto altro. Credo che la Regione Sicilia abbia tentato di mettere un freno, ma cio ovviamente non riguarda le centinaia di obbedienze massoniche occulte presenti nel nostro paese.

Come e stato evidenziato dai lavori della commissione Antimafia e dalla specifica sottocommissione sui rapporti tra mafia, ’ndrangheta e massoneria, in almeno quattro regioni italiane del Sud le sovrapposizioni tra logge massoniche e criminalita organizzata sono frequenti e preoccupanti. Un fenomeno denunciato con forza anche dal procuratore Gratteri, cosi come dal procuratore nazionale Antimafia Cafiero de Raho. Non crede che la politica debba farsi promotrice di leggi ad hoc in materia?

Credo che vadano chiarite queste sovrapposizioni, perche possono fungere da dannose coperture al crimine, organizzato e non. La politica spesso finge di non vedere e non sentire perche fa comodo intercettare consenso organizzato.

Nella P2 erano presenti molti magistrati (tra cui anche il procuratore generale della Corte d’appello di Roma, Carmelo Spagnuolo). In che modo, oggi, le istituzioni garantiscono che non si riformino logge coperte nelle quali i magistrati trattano nomine ai vertici delle procure, assegnazione dei processi e sistemazione di questioni delicate che attengono alla politica o alla finanza? O invece ritiene che situazioni del genere esistano ancora oggi?

La commissione Anselmi ha ampiamente chiarito le dinamiche della P2. Oggi l’emergenza a mio parere e quella di trovare una modalita di elezione dei magistrati che sia aliena da vizi e ingerenze.

La commissione nazionale Antimafia ha fatto emergere come la legge Spadolini-Anselmi sulle associazioni segrete mostri, a distanza di anni dalla sua approvazione, grandi limiti. E stata giudicata largamente insufficiente per combattere logge segrete, comitati d’affari e altre forme occulte di commistione. Non sarebbe giunto il momento di una legge ad hoc per la massoneria?

O forse sarebbe il momento di una riforma globale del paese che rimetta a posto la tripartizione dei poteri, impedisca a ciascun potere di ingerire sull’altro e rimetta le forme organizzative tipo partiti, movimenti, associazioni, club, fondazioni al loro posto nel giusto alveo. Altrimenti fra dieci anni staremo ancora a interrogarci su cosa sia davvero il potere o il Sistema, e se il potere – o il Sistema – sia qualcosa di autonomo o sia possibile incanalarlo.

IL CASO DONADIO

Gianfranco Donadio, lucano originario di Chiaromonte, dal 2018 procuratore capo della Repubblica del Tribunale di Lagonegro ha vissuto una vicenda che prova come «il sistema» sappia muoversi quando un magistrato tocca i sottili fili che collegano mafia, politica, massoneria. Donadio ha iniziato la sua carriera da giudice a Lamezia Terme, poi e stato sostituto procuratore della Repubblica a Salerno e al Tribunale dei minori e in seguito ha assunto un incarico alla Direzione nazionale antimafia, dove ha ricoperto il ruolo di sostituto procuratore, membro del pool «servizio stragi».

Donadio ha iniziato a indagare autonomamente sulle stragi che hanno coinvolto i giudici Falcone e Borsellino e sulle successive stragi del 1993, ascoltando le testimonianze di collaboratori di giustizia, incontrando detenuti, raccogliendo prove. Ha cosi «interferito» nel lavoro di varie Procure creando una tempesta che ha convinto il Csm ad aprire un provvedimento disciplinare contro di lui nel 2016. Cosi commentava un servizio di Andrea Cinquegrani su «la Voce delle Voci»:

“Cerchi dopo anni di indagini a vuoto di alzare il velo su alcuni misteri di Stato? Sei un depistatore. Raccogli con enorme difficolta tasselli di verita che provano presenze non solo mafiose su alcuni scenari bollenti? Fai inchieste «parallele» e disturbi gli altri pm.Sei li li per dimostrare che a Capaci non c’era solo la mafia? Non rispetti le regole ed esci dal recinto della legalita. Succede a quelle mosche bianche, a quei magistrati che cercano di squarciare muri di gomma, complicita e connivenze ormai cementate nei decenni, arrivando a scoprire in che modo altri colleghi non hanno fatto il loro dovere, anzi: e per questo tu vai espulso, messo al bando, cacciato come un appestato, crocifisso.

Un destino che oggi tocca a Gianfranco Donadio, un magistrato che ha investigato sulle piste del riciclaggio internazionale fin da quando Falcone e Borsellino, nella piu totale solitudine, se ne occupavano. Un inquirente, Donadio, che per ben undici anni ha lavorato alla Procura nazionale antimafia per decifrare la stagione delle stragi, seguendo piste che andavano ben oltre le manovalanze mafiose per arrivare molto piu in alto.

Ora Donadio e «braccato» dalla legge, sotto inchiesta disciplinare del Csm, dopo «l’atto d’accusa» promosso dalla Procura Generale della Cassazione, accusato, come riportava un articolo del «Corriere della Sera» firmato da Giovanni Bianconi, di «parlare con pentiti, inquisiti e testimoni, per sollecitare nuove letture sulle stragi di mafia, senza che i titolari delle inchieste ne sapessero nulla».

L’iniziativa di un folle? Le indagini non autorizzate di uno studente di legge? Le vacanze spericolate di chi ha un mare di tempo da perdere? In servizio alla super Procura antimafia dal 2002, fin dai tempi di Pierluigi Vigna, Donadio venne incaricato non dal portiere della Direzione nazionale antimafia, ma dal suo procuratore Pietro Grasso, nel 2009, di svolgere indagini e ricerche sulle stragi, incarico portato avanti per quasi cinque anni, fino a tutto il 2013.

Donadio, che dopo il provvedimento punitivo del Csm lasciava la Dna divenendo consulente della commissione parlamentare Antimafia, ha tirato fuori anche in quella sede scomode connessioni tra mafia, massoneria e servizi segreti deviati, come segnalava «il Fatto Quotidiano»: Una tecnologia molto sofisticata nelle stragi del 1992.

E la presenza definita come certa negli attentati dell’anno successivo a Roma, Firenze e Milano. E poi la presenza sullo sfondo del biennio al tritolo della Falange Armata, l’oscura sigla che rivendicava gli attentati della banda della Uno Bianca ma anche gli attentati di mafia, la formazione delle leghe meridionali indipendentiste, il ruolo di Gladio e quello della massoneria del Grande oriente d’Italia.

E il retroscena del biennio al tritolo che insanguino il paese tra il 1992 e il 1993 quello tratteggiato da Gianfranco Donadio nella sua audizione davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Quattro ore d’audizione – in parte secretata – in cui l’ex sostituto procuratore della Dna ha raccontato ai commissari che nel 1992 i mafiosi erano gia in grado di clonare i telefoni cellulari per schermarli.

Una tecnologia utilizzata per organizzare la strage di Capaci, indagine sulla quale il magistrato ha lavorato ipotizzando l’esistenza di un «secondo cantiere» – diverso da quello preparato da Giovanni Brusca – per imbottire l’autostrada di tritolo e uccidere Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Donadio ha messo in fila i fatti piu importanti che prendono vita in quello che e il biennio fondativo della Seconda Repubblica, citando le denunce dell’allora gran maestro del Goi Giuliano Di Bernardo sul coinvolgimento di ambienti della massoneria con i clan.

Un racconto che comprende anche il grande business della droga, dominato almeno fino al 1993 da Cosa nostra, e dei flussi di denaro da riciclare che conducono al Nord, al ruolo emerso da alcune inchieste della Banca Rasini (dove lavorava il padre di Silvio Berlusconi), di Vittorio Mangano e di Marcello Dell’Utri. Solo nel 2018 il Csm ha «risarcito» Donadio affidandogli la guida della Procura di Lagonegro. Ma questo – lascia capire Palamara – non cancella l’onta di un procedimento disciplinare ingiusto e dal sapore persecutorio.

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