Hanno fatta la festa al Lavoro

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Cara Rosa, ti scrivo  per darti brutte notizie.

Tu, Karl, Leo, Lev, e poi Leone, Carlo, Giacomo, Nello,  Antonio, oggi oggetto di consumo pagano in forma di citazioni, stati su Facebook, poster in camera,  siete morti invano.

E due volte, per giunta, se i rappresentanti eletti dai popoli dei vostri Paesi vi hanno condannati alla damnatio memoriae e alla riprovazione perenne,  alla pari coi vostri carnefici.

I proletari di tutto il mondo non si sono uniti e la lotta di classe l’hanno vinta gli altri, i ricchi e quelli che aspirano a divenirlo con la loro fedeltà, l’obbedienza e il cinismo diventate qualità irrinunciabili della politica, come ha imparato Antonio che odiava gli indifferenti, a vedere che adesso la militanza partecipe è di chi si schiera entusiasticamente con i regimi, ripete i loro messaggi, partecipa dei loro miserabili dividendi, mentre gli altri, gli sfruttati e i diseredati insieme a chi lo sarà presto ma non vuole rendersene conto, esausti e depredati anche di desideri, sogni di riscatto e utopie disdicevoli, stanno muti, con il capo chino, a aspettare che succeda qualcosa, che arrivi qualcuno a salvarsi, forse gli extraterrestri o il suicidio del dominio che li ha soggiogati.

Quando poi sono esasperati vengono loro in soccorso l’invidia e il risentimento orizzontali, a conferma che il ceto egemone, oligarchia o cleptocrazia vince sempre con il dogma del divide et impera.

Così i lavoratori dipendenti se la prendono con le partite Iva,  i precari con i “parassiti” del reddito di cittadinanza, gli insegnanti coi ristoratori, i pensionati coi baristi, anche grazie ai traditori che hanno fatto abiura dei vostri ideali  deplorando la violenza e stigmatizzando il conflitto, vedi mai che si trasformi in lotta di classe, adesso che ci hanno convinti che le classi non ci sono e nemmeno la lotta, visto che il ceto “operaio” è quasi estinto, isolato e abbandonato al destino di sopravvissuti del “lavoro” manuale, presto sostituiti da più comodi robot, da più solerti automi iperdotati di intelligenza artificiale e immuni da malattie professionali e dalla rischiosa pretesa di dignità e remunerazioni civili, ancora più bendisposti dei nostri figli riders e pony o pizzaioli a Londra, dopo il master, a prestarsi a nuove forme di cottimo.

E dire che sono così chiari ed espliciti gli intenti della belva feroce scatenata contro i popoli per convertirli in eserciti mobili da collocare davanti al pc, da far circolare dove il sistema vuole, da selezionare grazie a provvidenziali incidenti della storia che provvedono alla soluzione finale per cancellare gli improduttivi e sfruttare fino all’esaurimento quelli che ancora  occorrono e che a milioni continuano a essere servi della gleba per mandarci il mango e la papaya, minatori per scavare le materie prime dei nostri cellulari,  taglialegna per valorizzare le foreste tropicali in forma di parquet.

Sono  anche quelli assimilabili al capitale umano al servizio della crescita illimitata, necessaria a premiare l’avido istinto all’accumulazione predatoria di chi ha e vuole sempre di più,  posseduto da un orgoglio cieco e tracotante, quell’hybris incontrollabile al possesso e al predominio che esprimono perfino attraverso le loro opere di bene discriminatrici e le loro fondazioni compassionevoli.

E dire che basterebbe dare retta alle tue parole per sapere che dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere e per sospettare che dietro alla  pietà si nasconda l’interesse   in forma di beneficio fiscale o di propaganda per fini opachi e sopraffattori.

Come non capirti e solidarizzare quando a volte ti prendeva la voglia di desistere, il desiderio di appartarti, benchè tu ti sentissi a casa in tutto il mondo,  “ovunque ci siano nubi e uccelli e lacrime umane”, per ritirarti “in un campo tra i calabroni e l’erba piuttosto che a un congresso di partito”, confessione che oggi ti farebbe apostrofare da radical chic, da quelli che – a parole- sono pronti a morire alla guida delle masse, ma mai a marciare con esse, che preferiscono starci un po’ avanti, un po’ dietro ma mai al loro fianco, perché sono animati da un senso di superiorità sociale, culturale e morale inattaccabile e che si nutre della esplicita condanna di chi sta sotto, della sua ignoranza, della sua permeabilità alla penetrazione di ideologie barbare, razzismo, xenofobia.

Sono quelli a costituire ancora la nomenclatura dei funzionari che ti toccava incontrare a quei congressi, che costituiscono il ceto dirigente di formazioni che da anni hanno disdetto l’appartenenza politica alla “sinistra” come fosse il contratto imprudentemente sottoscritto e che fa perdere punti nella progressione di carriera, nella stabilità del posto che si è conquistato a suon di compromessi, delazione, tradimenti. Sono gli stessi che si sono guadagnati riconoscimenti per il servizio svolto in veste di strozzini, kapò, sorveglianti, tecnici col camice bianco che stanno a contare quante volte quelli in tuta vanno a far la pipì, contabili che calcolano come ridurre le paghe e favorire l’occupazione licenziando o sottoscrivendo contratti capestro.

E davvero oggi Primo maggio verrebbe voglia di essere delle “cinciallegre”, come dicevi tu che pure hai scelto “di morire sulla breccia, in una battaglia di strada o in carcere”, di fare merenda pacificamente in quei campi e su quell’erba primaverile.

Ma anche questo ci siamo negati, la primavera è silenziosa senza ronzii della api, l’aria è avvelenata da quelle fabbriche che hanno dimostrato che il sapore inebriante dell’onnipotenza produttiva e tecnologica è velenoso, l’umore è grigio come il cielo da quando le uniche scelte per chi ci lavorava in quelle fabbriche era il salario o la salute, un’alternativa adesso riproposta in modo generalizzato a milioni di individui, persuasi e poi costretti alla rinuncia a diritti primari, lavoro, istruzione, libertà di circolare e anche di esprimere critica, per tutelare una sopravvivenza minacciata da decenni di sfruttamento delle risorse, dalla cancellazione del sistema di assistenza e cura, da un sistema economico nel quale sicurezza, prerogative, garanzie sono beneficio esclusivo di una selezione di privilegiati che si sono aggiudicati potere e rendite, benessere e bellezza, e quella libertà che può esistere solo quando non ci sono la necessità e il bisogno.

Così anche qua, niente merenda con le fave e il pecorino, che anche le licenza sono oggetto di discriminazione e soggette a ostacoli, meglio tenerci a casa, governati dalla paura, che è il deterrente più potente e che ci condanna a stare isolati, distanti. E fermi, perché chi non si muove, come dicevi tu, non sente il peso della catene e non si ribella.

13 replies

  1. ROSA LUXEMBURG
    filosofa, economista, politica e rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca.
    Fiera propugnatrice del socialismo rivoluzionario e tra le principali teoriche del marxismo consiliarista in Germania, s’oppose strenuamente tanto all’approccio politico moderato e tendenzialmente revisionista del Partito Socialdemocratico di Germania e della II Internazionale (dei quali fu a lungo un’esponente di spicco), quanto al centralismo democratico propugnato da Lenin e, di conseguenza, alla prassi rivoluzionaria dei bolscevichi.
    “.Fondò, con Karl Liebknecht, la Lega Spartachista, protagonista nel gennaio del 1919 di un’insurrezione armata contro l’appena costituitasi Repubblica di Weimar, nel corso della quale lei e lo stesso Liebknecht persero tragicamente la vita per mano dei Freikorps (organizzazioni paramilitari anticomuniste, assunte dallo stesso governo socialdemocratico allora al potere per poter reprimere i rivoltosi).
    “Mi sento a casa, ovunque vi siano nuvole, uccelli e lacrime umane.”
    Rosa Luxemburg passò diversi anni rinchiusa in carcere. Eppure mai smise di sentire un’intima gioia, tanto profonda da travalicare il suo angusto confine di vita; tanto forte da acutizzare il suo senso di appartenenza alla vita e di coglierne la bellezza sopra ogni orrore.
    Che le sue parole, semplici e limpide, contagino anche noi; e ci aiutino a dare un senso chiaro e semplice a tutte le cose che ci accadono.
    A Hans Diefenbach – Fortezza di Wronke, Posnania, 5 marzo 1917
    ” …È esattamente come l’anno scorso, a Barnimstrasse: per sette mesi tengo duro e all’ottavo mese i miei nervi crollano all’improvviso. Ogni giorno da passare diventa una piccola montagna che bisogna scalare: la minima cretinata mi irrita dolorosamente. In effetti tra cinque giorni saranno otto mesi pieni del mio secondo anno di solitudine. In seguito sicuramente, come l’anno scorso, la vita riprenderà la sua strada, tanto più che si avvicina la primavera. Del resto tutto sarebbe più facile da sopportare se non mi dimenticassi la legge fondamentale che mi sono prefissata come regola di vita: essere buoni, ecco l’essenziale! Essere buoni, molto semplicemente. Ecco che comprende tutto e che vale di più di tutta l’intelligenza e la pretesa di avere ragione. Ma qui chi mi riporterà all’ordine visto che anche Mimì è assente? [la gatta di Rosa] A casa capiva come rimettermi sulla retta via lanciandomi un lungo sguardo silenzioso, così bene che ogni volta mi affrettavo ad abbracciarla (che non vi dispiaccia) e a dirle: “Hai ragione tu, essere buoni, questo è l’essenziale!”Quindi se a volte vi accorgete dal mio silenzio, o da quello che dico, che faccio il broncio o che sono di cattivo umore, ricordatemi l’esortazione di Mimì e date il buon esempio: siate buono voi stesso, anche se non lo merito… […]
    Dal carcere di Wronke, 15 aprile 1917 (a Louise)
    Quando si ha la cattiva abitudine di cercare una gocciolina di veleno in ogni fiore schiuso, si trova, fino alla morte, qualche motivo per lamentarsi. Guarda quindi le cose da un angolo diverso e cerca il miele in ogni fiore: troverai sempre qualche motivo di sereno buonumore. Inoltre, credimi, il tempo che – così come altri – attualmente passo sotto chiave, neanche questo tempo è perduto. […] Sono del parere che si deve semplicemente, senza voler essere troppo cattivi né scervellarsi, condurre la vita che si reputa giusta, senza esigere d’essere pagate subito in moneta sonante per tutto ciò che si fa. Alla fine, tutto sarà ben ricapitolato; e se così non sarà io ‘proprio me ne infischio’, anche senza la vita è per me una tale fonte di gioia: tutte le mattine ispeziono scrupolosamente le gemme di ogni mio arbusto e verifico dove ce ne sono; ogni giorno faccio visita a una coccinella rossa con due puntini neri sul dorso che da una settimana mantengo in vita su un ramo, in un batuffolo di calda ovatta nonostante il vento e il freddo; osservo le nuvole, sempre più belle e senza sosta diverse, e in fondo io non mi considero più importante di quella piccola coccinella e, piena del senso della mia infima piccolezza, mi sento ineffabilmente felice»[…]
    A Sonia Liebknecht – 24 novembre 1917
    […] So che per ogni essere umano, per ogni creatura, la propria vita è il solo “bene”, l’unico bene di cui dispone e ogni moscerino che si calpesta senza accorgersene è ogni volta la fine del mondo; per gli occhi di questo moscerino che si spengono e come se la fine del mondo annientasse ogni forma di vita. No, vi parlo delle altre donne affinché non sottovalutiate il vostro dolore, non lo denigriate, affinché non capiate male voi stessa e non deformiate l’immagine che avete di voi stessa. Oh, come vi capisco quando ogni bella melodia, ogni fiore, ogni giornata di primavera, ogni notte di luna risveglia in voi la nostalgia e il desiderio di ciò che c’e di più bello in ciò che il mondo ha da offrire. E come capisco che siate innamorata “dell’amore”! Per me, l’amore è stato (o è?…) sempre più importante, più sacro dell’oggetto che lo suscita. Perché permette di vedere il mondo come una fiaba splendida, perché fa emergere dall’essere umano ciò che vi è di più nobile e di più bello, perché eleva ciò che vi e di più comune e umile e lo adorna di brillanti e perché permette di vivere nell’ebbrezza, nell’estasi. […]
    A Sonia Liebknecht – Prima del dicembre 1917
    Ieri sono rimasta sveglia a lungo – attualmente non riesco mai ad addormentarmi prima dell’1 di notte, ma sono costretta ad andare a letto alle 10 perché spengono la luce — e nell’oscurità ho sognato diverse cose. Ieri, quindi mi dicevo: è strano che io viva sempre in una felice ebbrezza senza ragioni particolari. Per esempio, sono distesa qui, in questa cella oscura, materasso duro come la pietra, mentre mi circonda l’abituale pace da cimitero che regna nell’edificio; c’è da credersi in una tomba, mentre attraverso il vetro, sul soffitto, si disegna il riflesso della lanterna che arde tutta la notte davanti alla prigione. Ogni tanto si sente il rumore davvero assordante di un treno che passa in lontananza oppure, molto vicino, sotto le mie finestre colpi di tosse della sentinella che, calzata dei suoi pesanti stivali lentamente fa qualche passo per sgranchirsi le gambe.
    Sotto i suoi piedi lo scricchiolio della sabbia è così disperato che, nella notte umida e buia, si avverte il vuoto e l’assenza di prospettive di vita. E io giaccio sola e in silenzio, avviluppata dai tanti veli neri delle tenebre, dalla noia dell’inverno che tiene prigionieri; eppure il mio cuore batte, scosso da una gioia interiore sconosciuta incomprensibile, come se, attraversassi un prato fiorito inondato di sole. E nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi qualche magico segreto che smentirà tutto quanto c’è di cattivo e triste ed esplodo in un mondo di luce e di felicità. E al tempo stesso, mi interrogo sulla ragione di questa felicità; non ne trovo affatto e non posso impedirmi di sorridere ancora di me. Credo che questo segreto non sia altro che la vita stessa; la notte profonda è così bella e morbida come velluto purché la si sappia guardare bene. E anche lo scricchiolio della sabbia umida sotto i passi pesanti e lenti della sentinella risuona della canzone della vita, una piccola e bella canzone: purché la si sappia ascoltare bene. In questi momenti io penso a voi e mi piacerebbe tanto trasmettervi questa chiave magica, affinché percepiate sempre e in qualsiasi situazione il lato bello e gioioso della vita, affinché anche voi viviate nell’ebbrezza e camminiate come in un prato iridescente. Lungi da me l’idea di proporvi ascetismo, felicità immaginarie. Vi auguro tutte le gioie dei sensi. Semplicemente, vorrei darvi in più la mia inesauribile serenità interiore, affinché non siate più inquieta e affrontiate la vita avvolta da un mantello trapunto di stelle che vi protegga da tutto ciò che c’e di meschino, volgare e angosciante.
    ..Ah! mia piccola Sonia, qui ho provato un dolore acuto. Nel cortile in cui passeggio arrivano ogni giorno dei veicoli di sacchi con vecchie divise da soldato e camicie spesso macchiate di sangue…
    Vengono scaricate qui prima di dividerle nelle celle in cui le prigioniere le rammendano, poi le ricaricano sulla vettura per portarle all’esercito.
    Qualche giorno fa arrivò uno di questi veicoli tirati non da cavalli, ma da bufali. Era la prima volta che vedevo questi animali da vicino. La loro struttura è più robusta e più ampia di quella dei nostri buoi, hanno il cranio piatto e corna incurvate verso il basso; la loro testa tutta nera con i grandi occhi dolci assomiglia più a quella dei montoni nostrani. Sono originari della Romania e costituiscono bottino di guerra… I soldati che conducono il carretto raccontano che è stato molto difficile catturare questi animali che vivono allo stato brado e più difficile ancora aggiogarli per trainare pesi. Queste bestie abituate a vivere in libertà sono state orrendamente maltrattate fino al punto da capire che hanno perso la guerra: l’espressione vae victis si applica anche a questi animali… Un centinaio di queste bestie si troveranno ora perfino a Breslavia. Quelle che erano abituate ai rigogliosi pascoli della Romania, oltre ai colpi ricevono per nutrimento solo foraggio di pessima qualità e in quantità del tutto insufficiente. Le fanno lavorare senza riposo, facendo loro trainare ogni sorta di carretto e con questo ritmo non durano a lungo. Qualche giorno fa, quindi, uno di questi veicoli carico di sacchi entrò nel cortile. Il carico era cosi pesante e c’erano tanti sacchi pieni che i bufali non riuscivano a superare la soglia del portone. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, iniziò a colpirli così violentemente col manico del suo frustino che la guardiana della prigione indignata gli chiese se non avesse pietà delle bestie. E di noialtri, chi ha dunque pietà? rispose, con un sorriso cattivo sulle labbra, ricominciando a colpire con forza… Alla fine, le bestie fecero uno sforzo e riuscirono a superare l’ostacolo, ma una di queste sanguinava… Sonichka, lo spessore della pelle dei bufali è proverbiale, eppure era lacerata.
    Mentre si scaricava il veicolo, le bestie restavano immobili, sfinite, e uno dei bufali, quello che sanguinava, guardava dritto davanti a sé e, sul muso scuro dagli occhi neri e dolci, aveva un’aria da bimbo in lacrime.
    Era esattamente l’espressione di un bambino che viene punito duramente e non sa per quale motivo né perché, che non sa come scappare dalla sofferenza e dalla forza bruta…Ero, davanti a lui, l’animale mi guardava, le lacrime colavano dai miei occhi, erano le sue lacrime. Davanti al dolore di un fratello caro è impossibile non essere scossi dai più dolorosi singhiozzi come lo ero io nella mia impotenza davanti a questa muta sofferenza. Quanto erano lontani i pascoli della Romania, quei pascoli verdi, rigogliosi e liberi, quanto erano inaccessibili, perduti per sempre. Come tutto laggiù — il sole sorgente, le belle grida degli uccelli o il richiamo melodioso dei pastori —, come tutto era diverso. E questa orribile città straniera, la stalla opprimente, il fieno disgustoso e ammuffito misto a paglia putrida, questi uomini sconosciuti e terribili e i colpi, il sangue colante dalla piaga aperta… Oh! mio povero bufalo, povero amato fratello, siamo qui entrambi così impotenti, così inebetiti e il dolore, l’impotenza, la nostalgia fanno di noi un solo essere.
    Nel frattempo, le prigioniere si affannavano attorno al carro scaricandolo dai pesanti fardelli, portandoli nell’edificio Quanto al soldato, con le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni iniziò a percorrere il cortile a grandi passi, un sorriso sulle labbra, fischiando un ritornello popolare. E davanti ai miei occhi vidi passare la guerra allo stato puro…

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  2. Io c’ero;
    Quando gli operai facevano tremare città come Milano, Torino, Genova…
    Quando i ‘PADRONI’ o meglio i loro servi, le studiavano tutte per dividerli e mettergli le briglie,
    Io c’ero, purtroppo, quando i venduti, soprattutto a sinistra, hanno fatto accordi sottobanco, per distruggere l’unità delle forze rivoluzionarie…
    Sono rimaste solo le macerie.
    Ma… State attenti se si incazzano…

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  3. “Quando gli operai facevano tremare…”
    Certo, perchè erano necessari. Ora gli “operai” vengono fatti arrivare dall’ intero mondo, con ogni mezzo ed in ogni modo. Anzi, non gli operai, gli schiavi. E se ci sono schiavi, ovviamente gli operai non servono più. Provare a togliere la schiavitù e vedrete che la disoccupazione va sotto zero. E non si dica : “Chi raccoglierà i pomodori” oppure “chi lavorerà nell’ edilizia”. Erano entrambi lavori ben pagati, che se fossero nuovamente ben pagati tanti giovani farebbero. E la differenze tra ricchi e poveri si attenuerebbero come quando gli imprenditori edili ed i contadini si accontentavano del giusto, e lo stato si accollava – come suo dovere – la spesa per l’ accudimento dei non autosufficienti anzichè buttarla tutta sulle spalle delle famiglie, sempre più povere, favorendo – anzi, incentivando – l’ arrivo delle cosiddette “badanti”.
    E’ ovvio che se arrivano schiavi a migliaia – che dico, a milioni, – il lavoro sarà sempre meno: possibile che non si capisca? E non conviene neppure più investire in tecnologia: prima di tutto occorre capirla e saperla usare, poi gli schiavi costano meno. Ignoranti come siamo, preferiamo fare i “padroni”: vuoi mettere la soddisfazione? Mica possiamo prendercela con una macchina!

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    • “Erano entrambi lavori ben pagati”

      ma che film ha visto?
      edilizia e agricoltura lavori ben pagati?

      lo chieda alla sua colf, se non le sputa in un occhio.

      veramente senza parole, il riformismo storico più becero.

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      • @ Marco bo

        No Marco, ha ragione Carolina.
        Io da bambino vivendo in campagna e a lavorare nei campi c’erano italiani.
        Persone umili ma lo erano anche i ferrovieri che lavoravano sulle linee.
        Di agricoltura si poteva vivere.
        Gli immigrati hanno abbattuto il costo orario del bracciante e l’italiano per 4€/ora a spaccarsi il culo nei campi non è più disponibile ad andarci. E fa bene!

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  4. @ Rocco

    Se gli operai si “incazzano” cosa succede? Prima di tutto propaganda a go-go facendo vedere solo gli esagitati, poi Diaz e Bolzaneto.
    Dice niente?

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    • alla Diaz e a Bolzaneto di operai ce n’erano pochini.

      o intende tipo la Valerie Vie, giornalista, francese, arrestata e condannata per superamento
      della zona rossa, o Angoletto o Casarin. entrambi diversamente operai, o quelli della rete Lilliput
      pure non operai, potrei continuare ma ho già perso anche troppo tempo

      ripeto ma che tv guarda?
      o non la capisce?

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  5. Con raccolta della frutta in estate , in Emilia Romagna ti davano il libretto del lavoro già dal primo giorno, un mesetto e ti pagavi le spese universitarie.
    Le stagioni al mare erano faticose e pagavano meno, ma i Tedeschi allungavano buone mance. L’edilizia poi pagava bene, soprattutto se l’impegno era saltuario( per chi studiava) e lavoravi sodo.
    Parlo della prima metà degli anni 80, prima della caduta del muro. Parlo per conoscenza diretta e dei miei compagni di studio.
    Poi sono arrivati dall’Est e dall’Albania, ed è cominciato lo sfruttamento, anche perché i sindacati sono… scomparsi, come i controlli.
    Avendo avuto un malato grave negli stessi anni, so benissimo quanto costavano le signore che facevano le notti: 90.000 lire a botta, nel 1988.
    Per i lavori di casa, ci volevano, per una signora che ne avesse un: idea, 5000/6000 lire l’ora, un po’meno per una babysitter, perché ci stava di più. Lavoravano solo in nero, non volevano essere messe in regola perché andavano in più case: ovviamente a me non servivano per tutto il giorno tutti i giorni.
    Il mio stipendio di allora se ne andava tutto e non c’erano “ristori’.
    Questa è la mia personale esperienza negli ai ’80 in Emilia Romagna.

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    • Sei stata brva Carolina, a lavorare e laurearti. Eppoi avere un malato da accudire ..
      Concordo su quello che dici a proposito degli schiavi. A prato abbiamo un pezzo di Cina e i datori di lavoro trattano come schiavi i pachistani, marocchini, cinesi che lavorano da loro. La settimana scorso però ho visto al tg regionale che questi immigrati hanno cominciato a organizzarsi, un pachistano parlava da un megafono e i Cobas erano confluiti da tutta Italia davanti a quella fabbrica ..
      Per me è stato commovente perché ho rivisto il mio babbo e gli operai che sfilavano il primo maggio.

      A chi ti offende, come Marco Bo, non rispondere nemmeno.
      Non lo merita.

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  6. Il problema è che, con gli arrivi nuovi ogni giorno, il ricambio è assicurato. La chiamano”accoglienza’. Questa è la differenza, coscientemente programmata, tra l’oggi e qualche decennio fa. Adesso il pollaio, per la libera volpe, è pressoché infinito.

    Un tempo, gentile Adriana, ci si vergognava di chiedere, e, esattamente come ancora all’estero, era normale darsi da fare per togliersi i propri sfizi. Non erano solo i poveri a darsi da fare, nel mio Liceo ci siamo dati da fare quasi tutti, in estate. Chi più chi meno. Io meno di altri, purtroppo …

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    • Hai ragione, anche io ho lavorato per almeno qualche mese per mantenermi da sola.
      Altri tempi, un’altra generazione …

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  7. @Marco Bo, forse non mi ha compreso. Intendevo che, per i “non allineati”, abbiamo ben avuto la dimostrazione di cosa può succedere. Operai o meno.
    Quel G8 è stato chiarissimo, tra infiltrati e delinquenti, anche i semplici manifestanti hanno ben capito che No Global non si poteva essere. Infatti la “sinistra”ha fatto una giravolta di 180 gradi: da No Logo a Superlogo: globalista senza se e senza ma.

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