Landraghi o Draghini?

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Due giorni fa a Genova erano in piazza i dipendenti di Amazon, una delegazione delle vittime della repressione attuata contro i lavoratori della logistica di Piacenza, insieme ai ristoratori e a un presidio dei camalli che da tempo hanno promosso varie forme di protesta dopo la rottura della trattativa con le imprese del porto. E erano presenti anche studenti dei collettivi e rappresentanti di circoli operai comunisti.

Se soltanto i media facessero il loro lavoro quasi ogni giorno  sapremmo che la piazza di Genova si replica altrove, che non è un caso isolato, che quotidianamente  lavoratori, precari, disoccupati, sfrattati di lunga data e nuove vittime della gestione pandemica, danno forma al loro scontento diventato lotta per la vita, che, così sentono promettere, sarà sana o almeno immunizzata dal Covid ma non da altre malattie, dalla perdita di dignità, dal bisogno che ispira il si a ricatti e intimidazioni.

Vallo a dire a Landini.  «Entro l’estate i lavoratori vanno vaccinati, ha dichiarato roboante in un’intervista a uno degli svariati giornali unici che occupano la nostra informazione, non licenziati».  Lasciando intendere che il vaccino rappresenta l’ultima frontiera della sicurezza sul lavoro e la più audace delle rivendicazioni sindacali. D’altra parte il virus ha talmente occupato lo scenario da scaraventare tra le brevi in cronaca quelle che ci si ostina a chiamare morti bianche ripetutesi senza sosta in questo anno all’insegna del digitale, del lavoro agile,  del confinamento.

E poi il prodigio messo a punto dallo sforzo accelerato della comunità scientifica e offertoci generosamente dal governo sovranazionale che ha a cuore i nostri interessi, fa giustizia del disonorevole e iniquo obbrobrio approvato dai sindacati un anno fa, un patto tra padronato confindustriale e governo per dare immunità e impunità in caso di contagio alle imprese, autorizzate a concedere il minimo possibile di dispositivi e procedure a tutela della salute die dipendenti.

Anche allora gli scioperi e le manifestazioni furono soffocate e censurate, con l’assenso della “trilaterale”,  in piazza il primo maggio con Confidustria, in modo da fare del primo maggio era diventata una gita strapaesana  tra colleghi prima di convertirsi in rischioso assembramento, che ormai ha fatto della formula “siamo tutti sulla stessa barca” il titolo del manuale di navigazione per i rappresentanti degli sfruttati che vogliono stare sempre a galla.

Ora Landini pur compreso della obbligatorietà di partecipare dell’idolatria riservata al presidente del Consiglio,  pur soggiogato dei miti progressisti entrati a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo: europeismo, anche quando espropria  Stato e nazione delle sue competenze e di suoi poteri un tempo sovrani, di riformismo anche quando le riforme di chiamano Jobs Act, Fornero, Buona Scuola, rivoluzione digitale, anche quando promuove prevedibili precarietà, forme contrattuali anomale, riduzione dei diritti a cominciare proprio da quelli sindacali diventati superflui nel caso di una pubblico di lavoratori isolati e disuniti,  qualche timida riserva l’ha esposta.

Non è proprio fame il languorino della Cgil  – ormai convertita al Welfare aziendale, alle funzioni di consulenza per le campagne di acquisto e sottoscrizione di fondi e assicurazioni integrative- ciononostante non è del tutto appagato dal quel decreto che pure “stanzia 11 miliardi per le imprese, e dunque per il lavoro, oltre tre miliardi per la cassa integrazione e aumenta le risorse per il reddito di cittadinanza”, per via dell’accertata maleducazione di aver messo nel ripieno dei cioccolatini qualcosa “che non c’entra con il lavoro, la povertà, l’emergenza”, quel condono fiscale che sgarbatamente potrebbe offendere chi paga le tasse e che, ci assicura lui,  si sarebbe racconsolato a sentire il discorso di insediamento del re travicello agli ordini dell’impero carolingio “dove era forte il richiamo alla dimensione europea e alla volontà di una riforma complessiva del sistema fiscale, fondato sulla lotta all’evasione, sulla rimodulazione dell’Irpef e sul rafforzamento del principio della progressività nella tassazione”.

Come non pensare insieme al segretario della Cgil,  che ci sia stata la solita manina che all’insaputa dell’insonne e taciturno monarca distratto da più alte mansioni, dietro alla decisione di annoverare tra le misure del nuovo esecutivo qualche  fotocopia peggiorativa ma esemplare del pensiero di tutte e due le maggioranze Conte 1 e 2 magnificamente rappresentate nel Draghi 1 e per sempre, incrementandone la portata per far vedere chi comanda secondo i desiderata degli empi di Forza Italia, Lega e 5Stelle?    

Però possiamo stare tranquilli, il sindacato farà la sua parte. E difatti anche se lamenta   “che da luglio, in teoria, le imprese industriali possano ricorrere ai licenziamenti collettivi mentre per gli altri settori di attività continuerà il blocco fino ad ottobre”, è fiducioso che si possa arrivare in autunno, quando “tutti saranno vaccinati… ad una riforma condivisa, grazie al confronto aperto, degli ammortizzatori sociali” e a un regime di aiuti e a misure di sostegno in modo che “le aziende possano ristrutturarsi, se serve, anche senza ricorrere ai licenziamenti. Ci sono strumenti alternativi, la cassa integrazione ordinaria, i contratti di solidarietà, quelli di espansione”.

Oltre alla missione salvifica dei vaccini, Landini deve aver preso sul serio il “distanziamento” quello relazionale, quello morale e quello fisico. E si vede, non solo è riuscito così a chiamarsi fuori rispetto alla progettualità distruttiva del tessuto sociale che ispira il draghipensiero, all’intento dichiarato di dichiarare l’inevitabilità della soluzione finale volta a selezionare solo le imprese “produttive”, quelle grandi, strutturate, robuste da sostenere e aiutare a competere e a vincere sulle piccole, sofferenti, domestiche e non solo famigliari condannate a essere cancellate o assorbite in grandi concentrazioni multinazionali.

Non solo chiuso nel suo ufficio davanti al pc si è fatto turlupinare dai profeti del digitale e dell’automazione, dalle loro nozze coi fichi secchi che proclamano le virtù dello smartworking e della robotica, del telelavoro e della da per non dire della telemedicina, in un paese dove – lo dice il ministro competente –  il 70% dei cittadini è escluso dall’accesso alla rete, dalle loro promesse retoriche di nuove libertà per le donne in part time e i giovani a cottimo.

Ma si vede proprio che non esce da quell’ufficio di Corso d’Italia, non va alle manifestazioni, ma nemmeno esce per strada, non vede le serrande tirate giù, i bar dismessi, gli hotel falliti, i negozi chiusi, non parla con il pendolare sulla metro stracolma oggi come un anno fa, non legge dei più di 70 suicidi di ristoratori registrati, non ha avuto modo di vedere le foto  della lunga fila milanese non davanti agli empori di sneaker o di smart phone ma a “Pane quotidiano”, troppo concentrato sulle illusioni farlocche alimentate dal pallottoliere del Recovery Fund, sull’elemosina coi nostri soldi, con  la carità da restituire con corrispettive in libbre di carne, sangue e lacrime.

Non si è accorto del mondo intorno a lui e per questo non mette in discussione “l’autorevolezza e la competenza del presidente del Consiglio”, del patron del fiscal compact, del sacerdote che nell’ultimo quarto di secolo ha officiato le messe nere della religione privatistico-mercatistica, virtù le sue già verificate in Grecia e prima ancora testate fin dalla gita sul Britannia – anche lì si sarà sentito sulla stessa barca? – quando si è candidato come agente di commercio per svendere i nostri beni di famiglia o quando ci ha tirato il pacco avvelenato di bond e fondi, operazioni largamente preannunciate nella famosa letterina a quattro mani nella quale, giova ricordarglielo, postulava “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”.  

Basterebbe lui a rispondere agli interrogativi sulla eclissi della sinistra, sul successo di una narrazione che ha legittimato l’idea della sostituibilità della democrazia e della politica con l’economia, la tecnica e il “diritto”, quello ordito negli studi internazionali che dettano le leggi che scrivono i governi.

Basterebbe lui a dimostrare come il pensiero unico neoliberista abbia occupato le teste di chi avrebbe dovuto rappresentare gli interessi delle classi subalterne e che invece è un occasionale turista nelle geografie del cambiamento, dichiarando la sua incomprensione e la sua inclinazione a assoggettarsi ai dogmi del totalitarismo economico e finanziario, a convertirsi agli ideali del cosmopolitismo borghese, alla visione irenica dello sviluppo portatore di benessere e prosperità globali.

Beh se questa è la pace sociale, allora non è meglio la guerra di classe?

8 replies

  1. Guerra di classe? Ma che significa oggi.
    Il sindacalismo di una volta, di cui Landini, forse, è l’unico superstite, non esiste più da un pezzo. Oggi rimangono in vita delle organizzazioni stipendialiste cui la legge della rappresentatività sindacale garantisce una ragion d’essere per se stesse senz’altra utilità.
    Rimane in vita il lavoratore; ridotto ormai a una qualifica senza più definizione.
    Ecco cerchiamo di definirlo compiutamente e poi cominciamo la lotta di classe.

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  2. Caro segretario Io Penso e Insisto, posso trasmetterle in via confidenziale che per l’associazione degli in /prenditori, sigla a scelta, dichiarazione vocale “l’ultimo pensiero sono i sindacati”.

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  3. Landini gridava in tv quando lo invitavano nei talk. Forse lo invitavano proprio per questo e tanti ascoltandolo ma non capendo neanche quel che diceva, per il solo volume alto delle sue parole, gli davano credito. Ora tutto è cambo e l’ex leader dei metalmeccanici si è calmato,rammollito,moderato(quasi come Di Maio). Non compare più tanto neanche nei talk e ,anche se si sforza ,non riesce più smuovere un voto per conto di nessuna forza politica.E’ il destino di tutti i sindacalisti di oggi che non rappresentano in alcun modo il mondo del lavoro.

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  4. Questi sindacalisti quasi sempre sono dei gran furboni, come spesso succede in Italia, dei paradigmi di ipocrisia. Fingono di difendere gli interessi dei lavoratori, non si capisce perché i loro contributi sociali valgono il doppio, quando grazie alle loro balle acquistano visibilità entrano in politica circondati da un’aula mistica, si sentono unti dal signore, come lo svergognato Bertinotti fan cadere governi come birilli e non rinunciano a nessuno dei privilegi della Casta lisciandosi le loro costose giacche di cash mere alla faccia dei fessi che li han votati. O come Marini, altro cialtrone, puntano addirittura al Quirinale. Mi sembra che Landini & compagnia siano sulla stessa strada. Che Dio li fulmini, almeno certi imprenditori non sono ipocriti, loro sì. E da qualche parte gli dedicano anche strade come al ladro Aldo Moro, che per lo meno ci ha lasciato le penne

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