La scuola va in Bianchi

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Draghi ieri ha firmato  il nuovo Dpcm del “nuovo corso” che prevede la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse o dove l’incidenza del virus è di 250 casi per 100mila abitanti, rilanciando l’ipotesi di un allungamento del calendario scolastico.

Subito Michela Marzano, filosofa impegnata secondo Wikipedia sul tema “del posto che occupa al giorno d’oggi l’essere umano in quanto essere carnale”, accademica- insegna alla Sorbona di Parigi dove vive abitualmente, saggista: ha vinto un Bancarella con libro” L’amore è tutto. È tutto ciò che so dell’amore”, parlamentare nella componente “riottosi in quota Pd”  per poi passare al gruppo misto Partito Socialista, Liberali per l’Italia,  e editorialista del Giornale Unico Gedi per Repubblica e la Stampa, si sporca le mani con la realtà invitando a non perdersi in chiacchiere.

La soluzione cui dobbiamo contribuire tutti c’è: vaccino per tutti, insegnanti, bidelli, alunni, genitori, e Dad, che è faticosa, non piace nemmeno a lei che non è una nativa digitale, ma che “stringe i denti” utilizzando Wooclap e Moodle, creando contenuti interattivi, usando Wooflash e Wiki, come si conviene a questa odierna resistenza retrocessa a resilienza.

Basta con le polemiche, scrive,  che “impediscono solo di trovare soluzioni adeguate nell’attesa che un giorno, forse ancora lontano, tutto si rimetta a posto… con l’atteggiamento di chi negando l’evidenza  non riesce più a distinguere tra ciò che vorrebbe e ciò che è”.

Io fossi al Sorbona toglierei l’incarico a una che all’ombra della Bastiglia e in prossimità di Place de la Concorde, sferruzza le sue lezioni di resa, professa il tradimento di una professione che dovrebbe aiutare a cercare dentro e fuori di sé il meglio e a realizzarlo, impartisce lezioni di un realismo ottuso e miope che non permette di immaginare visioni e pretendere azioni che perseguano il bene.

Ma d’altra è invece in quella accettazione e in quell’assoggettamento che consiste l’atto di fede della superiorità occidentale incarnata dall’Europa e decantata dai suoi profeti che concepiscono la rinuncia a sovranità, alla tutela dell’interesse generale, alla dignità di lavoratori e cittadini come una doverosa abdicazione in nome del progresso, dello sviluppo e della lotta al biasimevole populismo dei piagnoni, dei disfattisti, nel cui esercito vengono arruolati insieme a vecchi istrioni e spaventapasseri impagliati, eretici e dissenzienti parimenti oggetto di ridicolo e deplorazione.

Adesso poi, che è in carica il governo degli incappucciati che mescolano litanie e minacce, serve ancora di più il richiamo all’immediato, al contingente in modo da rimuovere la cognizione dei danni del passato, del recente torto subito, dell’impossibilità di proiettarsi in un futuro, visto che  gli approcci finora adottati si sono rivelati criminalmente inadeguati, nel metodo e nel merito, ma rispettavano  e seguivano una logica che è quella che ha accelerato l’avvento del mammasantissima che la cupola imperiale ha mandato per occuparci, rendendo necessario ristabilire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni a forza di intimidazioni, ricatti, timori ancestrali e richiami al pragmatismo, in modo da perpetuarne obiettivi e modalità.  

Non a caso il governo di elevato profilo con un’alta concentrazione di tecnici cui fa da fiacco contrappeso la compagine dei debosciati maneggioni, ha collocato un economista alla guida del Ministero dell’Istruzione, a confermare la volontà di rispettare quelle indicazioni sotto forma di raccomandazioni che ci ha trasmesso l’Europa per dare forma a una “alfabetizzazione culturale” dei partner e dei loro sistemi pedagogici nazionali doverosamente impegnati a adoperarsi e contribuire all’affermazione, alla manutenzione del modello di sviluppo economico e sociale e alla traduzione nella quotidianità dello stile di vita e di benessere che propone.

E difatti basta un breve scorcio al curriculum per capire l’inevitabilità della scelta di Bianchi:   advisor in  progetti di ricerca per istituzioni europee ed internazionali, quali Commissione europea, UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), CEPAL, IDB-Interamerican Development Bank, UNESCO, con particolare interesse per lo sviluppo industriale e l’innovazione di cluster di  imprese, consulente per l’analisi e l’indirizzo di sistemi formativi e di ricerca, attivo sui temi dell’industria 4.0, e dell’intelligenza artificiale (è stato fino a ieri direttore scientifico dell’Ifab, la Fondazione Internazionale Big Data e Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Umano). Chi poi volesse approfondire può sempre munirsi dell’agile volumetto per i tipi del Mulino che il Ministro aveva tempestivamente pubblicato e intitolato Nello specchio della Scuola, sottotitolo Quale sviluppo per l’Italia, che disegna le sorti progressive del Paese in preparazione del grande reset incardinate sui tre valori fondamentali come enunciati nel noto discorso di insediamento a firma Draghi Giavazzi: istruzione, ambiente, digitalizzazione e nella feroce  e sbrigativa retorica neoliberista che lo ispira.

E difatti l’istruzione secondo Bianchi non deve essere al servizio di principi e finalità arcaiche e regressive, quelle legate alla crescita della persona, alla sua elevazione e redenzione da condizioni di ignoranza e sfruttamento, quelle capaci di rafforzare e realizzare talenti, vocazioni, aspirazioni dell’individuo,  quelle che esaltano non il valore pratico- professionale dell’apprendimento, bensì la qualità e la potenza sociale e morale dello studio che solo apparentemente sembra  “disinteressato”, perché in realtà “l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità”.

La scuola deve invece contribuire a quella che possiamo sbrigativamente definire la ristrutturazione del sistema economico in crisi e tentato dal suicidio, puntando a replicare con profitto le disuguaglianze che reggono il suo edificio pericolante con la formazione di un ceto dirigente oligarchico chiuso, impermeabile all’infiltrazione di pensiero critico e impenetrabile e di un esercito globale di esecutori, variamente formati grazie a una alfabetizzazione elementare, a uno slang riferibile solo alla decrittazione di codici e algoritmi,  alla valorizzazione di specializzazioni talmente specifiche da ridursi  a un comando e a un gesto, come avviene già per i professionisti/soldati che premendo un tasto sganciano le loro bombe a migliaia di chilometri di distanza.

A quello devono gli  investimento, a tesaurizzare le scuole e gli alunni in modo da rendere le une  attrattive e gli altri appetibili sul mercato, sicché il diritto all’istruzione diventi il dovere di  generare profitto per altri, secondo regole e obiettivi cui non servono fabbriche, campi, miniere, se non nelle remote province, ma movimentatori di merci, addetti alla logistica, traghettatori e ripetitori di informazioni e funzionari al servizio della produzione e circolazione di dati.

Va dato atto che Bianchi arriva ultimo in un processo al quale hanno collaborato in forma bipartisan ma con un più robusto contributo della fronda riformista un buon numero di demolitori creativi:  ministri confessionali, come Mattarella, Russo Jervolino, Bianco, accademici come Luigi Berlinguer o Tullio De Mauro, faccendieri a mezzo servizio delle parificate  come la Gelmini, la Moratti, la Fedeli o l’Azzolina, comunque tutti consapevoli che gli ignoranti hanno le armi spuntate per ribellarsi, che il sapere rende e dunque chi possiede e vuole sempre di più, lo tiene per sé e lo nega a chi potrebbe emanciparsi grazie alla conoscenza, all’accesso e  alla “padronanza” dei mezzi di produzione, dunque al potere.

È per quello che ben oltre a quello che scriveva Gramsci: “…lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”, la gestione della pandemia, dopo l’attuazione dei principi della Buona Scuola renziana,  concorre a rendere la scuola pubblica complicata, noiosa, frustrante, un peso e una pena da aggirare se si può e quando si può, preferendo istituti più dinamici, aperti, divertenti, gratificanti grazie al contributo di famiglie consapevoli del futuro dinastico della progenie, del suo destino di dirigenza ferocemente stupida e ottusamente crudele.

8 replies

  1. Ci ho provato ancora una volta, ma la signora Lombroso non mi riesce proprio di leggerla. Troppo fumosa, complicata, inconcludente, ipertrofica. Rinuncio.
    Invece di scrivere, cosa fare? Non vorrei consigliare alla signora Lombroso il solito agriturismo in Maremma, ma poco ci manca.

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  2. Anna mi disse che la Azzolina le stava antipatica perche’ usava troppo rossetto. Ed aggiungeva: “Troppo…”

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  3. Una pennivendoloa mediocre che riesce a confondere i lettori senza creare alternative, offendendo ingiustamente la Azzolina

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  4. In tutta questa roba avete letto solo Azzolina?
    Lo stesso articolo senza quella parolina lo avreste applaudito.
    E comunque sì: li avete scordati i “ristori” alle parificate? La costituzione è chiara sulle parificate, punto! Avete sentito la ministra battersi per non farglieli avere? Io no.

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