Il “Titolo V”, una follia in mano alle regioni

(di Saverio F. Regasto**Università degli Studi di Brescia – Il Fatto Quotidiano) – Passata la pandemia e al netto dell’immane disastro che essa lascerà, occorrerà riflettere sulla tenuta complessiva del nostro Paese, in termini di adeguatezza delle norme, efficienza ed efficacia degli apparati amministrativi in un contesto in cui i Costituenti rifiutarono giustamente ogni tentazione di inserire nel testo della Carta ogni riferimento al cosiddetto “stato d’eccezione” (con il suo automatico corollario dei “pieni poteri” e dell’improbabile e inopportuno “uomo solo al comando”), come pure altri Paesi hanno ritenuto di fare, Francia in primis.

Balza agli occhi la pessima prova di sé che ha dato l’attuale assetto dei rapporti centro-periferia, voluto dall’allora maggioranza di centrosinistra, e approvata, forse con eccessiva superficialità in un referendum costituzionale, contenuto in quello che continuiamo a definire “nuovo Titolo V”. È tempo di bilanci, misurati tanto nella gestione ordinaria del rapporto Stato-Regioni, quanto in quella necessitata dall’attuale situazione di emergenza che ha determinato una tale bailamme di polemica da non trovare eguali nella storia della Repubblica. Già in tempo di “pace sociale” abbiamo assistito a un aumento smisurato del contenzioso costituzionale fra Stato e Regioni, tale da costringere la Corte a emettere decine e decine di sentenze con le quali ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di numerose, e talvolta, stravaganti leggi regionali che, nel maldestro tentativo di costruire una sorta di “federalismo fai da te”, ha finito per invadere le competenze legislative del Parlamento. La Corte ha più volte ribadito che il nuovo Titolo V non è il grimaldello attraverso il quale si intende scardinare l’unità e l’indivisibilità della Repubblica, sostituendola con uno sgangherato autogoverno.

Abbiamo assistito alla progressiva adozione di locuzioni e terminologie d’oltreoceano (la sostituzione del termine “Presidente della Regione” con quello di “Governatore”) che hanno, nei fatti, legittimato il governo regionale dell’uomo solo non disgiunto dalla circostanza per cui, essendo i Presidenti delle Regioni “eletti direttamente dal popolo” (tale evenienza è figlia della malsana idea di prevedere anche l’elezione del Sindaco d’Italia), essi godrebbero di una legittimazione persino maggiore di quella del Presidente del Consiglio (indicato dalla maggioranza e nominato dal Presidente della Repubblica). Questo il fiume carsico che ha pervaso il nostro Paese e che negli anni ha eroso, con evidente responsabilità politica di chi quel Titolo V scrisse, volle e approvò, ogni equilibrio istituzionale di questo Paese, a favore di una non meglio precisata “partecipazione caotica” alla formazione delle decisioni. Frutto dell’assenza di una “clausola di supremazia” della legislazione nazionale a tutela dell’unità della Repubblica di cui si sente la mancanza. Quanto poi il Titolo V abbia dato buona prova di sé in tempo di Covid-19 è sotto gli occhi di tutti.Non vi sono Regioni (e loro Presidenti) “virtuose” e Regioni “viziose” nella gestione delle competenze, Regioni governate da una parte politica o dall’altra. Vi è solo una follia collettiva che vede impegnati i Presidenti a rivendicare poteri per i quali non hanno competenze e a “scaricare” adempimenti non graditi, nella più indistinta applicazione di principi clientelari e populisti. Mentre in tempo di pace abbiamo assistito all’approvazione di leggi regionali davvero assai originali (dal divieto di edificare nuovi edifici di culto, ovviamente diversi da quello cattolico, alla organizzazione di strutture paramilitari regionali volte a “perseguire” la sicurezza, come noto competenza dello Stato), in tempo di guerra (al virus) assistiamo alle più incredibili delle scelte (apertura estiva delle discoteche, ma anche riapertura degli ospedali infetti) sotto gli occhi attoniti degli addetti ai lavori, ma anche dei cittadini che, quasi che sia uno sport nazionale, fanno il tifo per il capo del governo o per questo o quel Presidente della Regione, quasi che si stia assistendo a una partita di calcio.

Verrà presto il tempo in cui questa pandemia sarà solo un brutto e tragico ricordo, ma anche un monito per comprendere quanti danni abbia fatto il virus a noi, ma anche quanti ne abbiamo fatto noi a noi stessi, per non aver compreso fino in fondo che l’assetto disegnato dalla riforma costituzionale del 2001 ha seriamente peggiorato i nostri conti pubblici senza aver minimamente migliorato le prestazioni a favore dei cittadini. È giunto il momento di porre in essere una serie riflessione sul nostro regionalismo che, nel rispetto del principio contenuto nell’art. 5 della Costituzione ponga al centro, in maniera chiara, la potestà legislativa statale nelle materie che investono tutto il territorio, senza deroghe né eccezioni, con provvedimenti di portata nazionale, tali da garantire omogeneità, efficacia ed efficienza.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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12 replies

    • @paolapci
      Io essendo vecchio, ricordo benissimo la “richiesta dal basso”. Cominciarono Bossi e la Lega con la loro frenesia di federalismo. La sinistra al governo (Amato), per farli stare buoni e fare lei la ” riforma” si inventò la modifica del titolo V. Grande propugnatore fu RUTELLI che ne andava fierissimo. Quando le “richieste dal basso” vengono da organi idonei a funzioni diverse da quelle del pensiero, queste sono le conseguenze.
      Saluti

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      • Paolo Diamante Roma,
        io mi ricordo quei banchetti in via del Corso dell’Italia dei valori con le raccolte firme, tipo contro il legittimo impedimento, oppure cos’era i condannati in Parlamento.
        Ecco, poi quelle richieste dal basso basso sono arrivate ad essere votate.
        Per la riforma del titolo v non vedo altre possibilità, troppi interessi in ballo perché lo faccia la politica.

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      • @paolo diamante Roma
        La riforma del titolo V° non venne affatto dal basso.
        Bossi e la Lega con la loro frenesia di federalismo rappresentavano una ben piccola fetta della popolazione nazionale.
        La stragrande maggioranza degli altri non capì mai nemmeno di che si trattasse e votò il referendum a scatola chiusa
        fidandosi (ingenui) di chi lo proponeva in quella forma.
        Ingenui non erano affatto quelli che lo congegnarono, appropriandosi del più formidabile strumento di potere clientelare
        che esista: la Sanità pubblica… e non solo di quella.
        E poi qui non si tratta di far provenire le “richiesta dal basso” da organi idonei a funzioni diverse da quelle del pensiero
        (scusa,Paolo, ma questa non l’ho capita!) ma è una questione di sopravvivenza che tocca tutti noi.

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    • @paolapci
      Quoto! Quoto! Quoto!
      Prova a togliere con le buone maniere una carcassa a una muta di cani famelici.
      Se non saremo in tanti, ma veramente tanti, a pretendere che questo sconcio finisca
      non solo non si risolverà mai nulla, ma continueremo ad essere cornuti e mazziati…
      anche se, a quanto pare, sono veramente troppi a godere nell’essere cornuti e mazziati.

      Se il Mov dovesse continuare nella sua deriva masochistica e autodistruttiva, consiglio
      Di Battista di inserire questo argomento tra i temi forti e identitari della sua campagna
      di reclutamento del Nuovo Movimento.
      Come ho già avuto occasione di scrivere, avrà tutto il mio appoggio.

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      • @ pieroiula
        Egregio, intendevo gli organi posti sotto la cintura e che sono più in “basso” rispetto al cervello.
        Cordialità

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  1. Un sincero apprezzamento all’autore di questo articolo sintetico e chiaro, il Prof. Saverio Regasto.
    Quando si fa vera informazione e non gossip o propaganda, chi legge ne esce sicuramente arricchito
    e più capace di interagire consapevolmente col mondo che lo circonda.
    Tutto l’opposto di ciò che succede con lo sconcio circo mediatico che ci avvelena la mente.

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