Il dato non è tratto!

(Riccardo Luna – repubblica.it) – Nel febbraio del 2009 il world wide web compiva 20 anni e in California avevano invitato Tim Berners Lee, il suo inventore, a raccontare che sarebbe successo nei prossimi 20: The Next Web. La conferenza era il famoso TED, l’evento dove alcuni grandi visionari ogni anno provavano a raccontarci che il futuro sarebbe stato meraviglioso (e dove nessuno si filò Bill Gates che nel 2015 disse che una pandemia avrebbe potuto fermare il mondo).

Quel giorno del 2009 Berners Lee superò sé stesso e la sua proverbiale timidezza: parlò dell’importanza dei dati, di disporre di dati aperti, in modo che un ricercatore o un giornalista tramite un computer potessero lavorarci, fare confronti, scoprire correlazioni, individuare tendenze.

Pensate a quello che sta capitando con il coronavirus: viviamo immersi nei dati, bollettini quotidiani che ci dicono come sta il mondo e come stiamo noi, in base a quei dati si decidono o si terminano lockdown, le regioni cambiano colore. Il destino delle persone è appeso a quei dati e ai calcoli che si fanno con essi.

Eppure di quei dati non sappiamo nulla: non sappiamo come sono raccolti, se sono affidabili, se sono tempestivi; non possiamo controllarli; i ricercatori non possono lavorarci alla ricerca di fenomeni nascosti, i giornalisti non possono verificare se le decisioni che vengono prese sono corrette; e anche i politici, che di quei dati sono i primi fruitori, ne sanno pochissimo e a volte vanno in tv e dicono con candore “non ho visto i dati”.

Disporre di dati aperti, i cosiddetti open data, non è solo una questione di trasparenza e di controllo; è una questione di innovazione, perché è dai dati che si trovano le soluzioni; ed è una questione di democrazia che vive del fatto che si possano prendere le decisioni migliori nell’interesse di tutti e che ci si possa fidare che lo si sta facendo.

Ma i dati non sono di chi governa, i dati sono di tutti, sono un bene comune. Lo ha detto anche il governo a un certo punto: la trasparenza e l’accessibilità dei dati saranno al centro della strategia di gestione del rischio pandemico, è stato detto. Ma sono ormai dieci mesi che siamo immersi nella pandemia e ancora non disponiamo di dati aperti, aggiornati, tempestivi.

Eppure sugli open data questo paese non parte da zero: sono dieci anni che facciamo passetti avanti, e nelle classifiche europee non siamo neanche messi male. Sapremmo come fare. Ma i dati sul covid sembrano un segreto di Stato: qualche giorno fa l’Istituto Superiore di Sanità hanno fatto un accordo per condividere i dati dell’epidemia soltanto con l’Accademia dei Lincei. Perché? Che senso ha?

Migliaia di persone, e decine di associazioni prestigiose, stanno firmando un appello al presidente del Consiglio intitolato “Liberiamoli tutti”, i dati. Nel 2009 Tim Berners Lee verso la fine del suo discorso disse che il mondo per crescere aveva bisogno di dati grezzi subito, raw data now. E al pubblico disse: “Ripetete con me: Raw. Data. Now!”.

Ebbe un successo formidabile quel discorso, molti nel mondo capirono. E’ il momento di rifarlo. Liberiamo tutti i dati della pandemia adesso. Il covid non si batte chiudendo i cassetti ma spalancando le porte. La trasparenza, la fiducia, l’innovazione sono i farmaci di cui abbiamo bisogno in attesa del vaccino.

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