Governo, regioni, comuni: una sensazione di leggera anarchia

(Pietro Salvatori – huffingtonpost.it) – Il governo fa un dpcm cinque giorni fa, giustifica le chiusure morbide dicendo “ce la faremo”, scansa quelle più dure con le ragioni del tessuto sociale e dell’economia. I sindaci si infuriano perché a loro vengono demandate le scelte sulla chiusura dei luoghi della movida in collaborazione con i prefetti, come se Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno sapessero che i giovani di Roccagorga vanno a farsi le birrette a piazza Roma invece che a corso della Repubblica e come se per mesi non avessero invocato più poteri, girando con i megafoni a cazziare i runner.

Passano 36 ore e ci si accorge che alcune Regioni non ci stanno, vogliono procedere con misure più stringenti, Vincenzo De Luca dice che Halloween gli fa schifo e quindi chiude tutto (chissà cosa pensa del Natale), a Roma si guardano in faccia e non sanno che pesci pigliare. Alla fine nel retino finisce quello dei lockdown dal basso, i rigoristi di governo premono, vedono la possibilità di rinfilarsi dalla finestra dopo che gli è stata chiusa la porta in faccia, assecondiamo i presidenti, vanno da Conte e il premier ci sta, il prezzo di consenso delle nuove serrate almeno viene condiviso, e comunque la curva dei contagi sale oltre le previsioni e quindi ben venga.

Inizia così il gran coordinamento, Francesco Boccia e Roberto Speranza si attaccano al telefono, condividono, sollecitano. De Luca riapre asili ed elementari, la Lombardia vuole la didattica a distanza, il Lazio pure, entrambe fanno il coprifuoco da mezzanotte alle cinque, il Piemonte chiude i centri commerciali, Virginia Raggi transenna Monti e il Pigneto, tutto concordato. Milano zona rossa, Roma e Napoli forse pure, perché no? E Genova e Torino per lo meno arancioni, se e da quando non si sa, e qualunque cosa significhi questa scala cromatica, che chi l’ha capito alzi la mano.

Poi c’è Lucia Azzolina che scrive a Lombardia e Campania, che sulle scuole non è stato concordato un piffero, ricorda a De Luca e ad Attilio Fontana il testo del dpcm, glielo copincolla se per caso l’avessero letto distrattamente, dice a De Luca di riaprire elementari e asili, anche se questi ultimi hanno riaperto una settimana fa e le prime lo faranno lunedì, lo fa perché, dicono dal ministero, c’è un’altra ordinanza emanata ieri che non si capisce bene. Intanto Speranza firma con Nicola Zingaretti il provvedimento per dimezzare, a rotazione, i ragazzi in classe, che lì invece si capisce benissimo e così è tutto ok.

Il Piemonte chiude i centri commerciali, gli stessi dove in Campania vanno i ragazzi visto che la scuola è chiusa, spiegando che sono vicini alla Lombardia (?) Luca Zaia promette una limitazione della mobilità entro lunedì, dando il tempo ai fuorisede di organizzarsi (con buona pace dei governatori del Sud) e alle ultime cene di consumarsi, ma viene superato a destra da Christian Solinas, che starebbe pensando di chiudere porti e aeroporti della Sardegna, con grande allarme a Roma, perché così non si fa, mentre Vincenzo Spadafora difende il suo orticello, e spiega che nelle palestre ci sono meno contagi che al ristorante, e quindi chiudete quelli e non questi.

Il governo intanto continua a discutere di una stretta nazionale, coprifuoco certo, lockdown ancora no, forse, aspettando i dati di venerdì, non escludendo vertici a ripetizione nel fine settimana, ma su questo ci siamo messi l’anima in pace, lo sapremo in qualche conferenza stampa in prime time, lo sapremo con mezz’ora d’anticipo, unica inossidabile certezza nell’incertezza totale. Dieci giorni fa Conte era certo: “Escludo un nuovo lockdown generale, abbiamo lavorato per questo”, due giorni dopo alzava le mani sulle previsioni: “Dipenderà dal comportamento dei cittadini”, inglobando anche noi nella formidabile catena decisionale, se in qualità primo o ultimo anello preferirei non saperlo.

Un paese nelle mani di tutti e quindi di nessuno, cantava quello affacciato al balcone.

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