Nonostante il Covid abbiamo realizzato solo metà delle terapie intensive e usato un terzo dei fondi per posti letto e tamponi

(Anna Ditta – tpi.it) – Posti letto tamponi: sono questi i fronti su cui l’Italia rischia di non arrivare pronta nella gestione della “seconda ondata” di contagi da Covid-19 il prossimo autunno. La colpa è dei ritardi che ci hanno fatto perdere tempo utile per organizzare al meglio la reazione a una nuova possibile fase critica della pandemia. Dei circa 3,4 miliardi di euro messi a disposizione dal governo dall’inizio della pandemia, solo un terzo è stato speso e solo la metà dei posti in terapia intensiva previsti dal governo è stata realizzata, come riporta un articolo firmato da Alessio Barbera su La Stampa. Come sono stati spesi questi fondi? In gran parte sono stati destinati all’acquisto di mascherine, camici attrezzature, ma sul potenziamento delle strutture sanitarie l’Italia è ancora indietro.

I posti in terapia intensiva

Al potenziamento ospedaliero dovevano essere destinati gli 1,9 miliardi appositamente stanziati nel decreto Rilancio del 19 maggio, ma solo di recente le Regioni hanno iniziato a presentare i piani per spendere 734 milioni di euro. Nei mesi dell’emergenza più dura i posti letto in terapia intensiva erano saliti nel giro di una manciata di settimane da 5mila a oltre 7mila, ma l’obiettivo del governo è arrivare a 10mila e 500 letti in terapia intensiva, che se necessario saliranno a 13mila grazie ai 2mila in sub-intensiva trasformabili. Secondo il rapporto consegnato dal commissario per l’emergenza Domenico Arcuri a Palazzo Chigi il 9 ottobre, i posti in terapia intensiva attualmente sono 6.458 (un quarto dei posti in più rispetto all’inizio dell’anno, la metà di quelli che punta a raggiungere il governo).

“Abbiamo avviato un piano di rafforzamento delle reti ospedaliere Covid che porteranno altri 3.500 posti stabili in terapia intensiva e altri 4.200 in sub-intensiva”, ha detto Arcuri pochi giorni fa. Ma per raggiungere questi numeri bisognerà aspettare i 1.044 cantieri in 457 ospedali e 176 aziende sanitarie, che non sono ancora partiti. I lavori inizieranno alla fine di ottobre, ma il timore è che – dato l’aumento dei ricoveri registrato negli ultimi giorni – non si finisca in tempo utile a evitare il sovraccarico delle strutture ospedaliere.

La situazione, inoltre, sarà diversa regione per regione. Dieci di queste (Basilicata, Calabria, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Umbria, Sardegna e Toscana) sfrutteranno le procedure veloci messe in pista dalla struttura commissariale, che guiderà le operazioni. Delle altre, Abruzzo, Campania, Friuli, Puglia, Sicilia e Valle d’Aosta avranno una “delega piena“, mentre Emilia Romagna, Liguria, Bolzano, Trento e il Veneto saranno affiancate dalla struttura commissariale.

I tamponi

Differenziata per Regioni è anche la situazione tamponi. In alcune i medici di famiglia possono disporre dei test, mentre in altre devono ottenere l’autorizzazione alla Asl prima di farli. A rendere evidente che quanto fatto non basta sono le file ai drive-in per i tamponi, le cui immagini abbiamo visto nei giorni scorsi al telegiornale.

Intanto, solo sabato scorso si è chiusa la gara per i 5 milioni di test antigenici rapidi da fornire ai medici di base. “Ci servirà qualche giorno per valutare le offerte ma entro una settimana, dieci giorni li acquisiremo – ha detto Arcuri – Molto velocemente metteremo in campo questi strumenti e lo faremo non solo per porti e aeroporti ma ci sarà anche un certo numero a disposizione dei medici di medicina generale”. I test dunque, ha concluso, “arriveranno ai medici di base e sarà ancora più importante il lavoro che già stanno facendo”.

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